SELEZIONE DELLA PERCEZIONE

 

NELLA PRIMA INFANZIA

Di Claudio Simeoni




Cod. ISBN 9788891185822

Se a qualcuno interessa il libro in carta

lo può ordinare ad Amazon, IBS, ad ogni libreria o all'editore

 

Percezione

Sulla formazione della percezione

e la selezione

dei fenomeni percepiti

Di Claudio Simeoni

Quarta Parte

 

Giornale la Repubblica del

 

“Lo studio: i neonati prematuri sentono il dolore come gli altri.

Londra – I neonati prematuri sentono dolore. Uno studio ha infatti dimostrato che purtroppo non sono affatto al riparo da sofferenze, come si credeva, quando sottoposti alle tante pratiche mediche  necessarie nelle terapie intensive neonatali per aiutarli a crescere. Lo hanno verificato per la prima volta i ricercatori della University College di Londra che hanno misurato risposte di dolore nel cervello di questi neonati e non, come si pensava, semplici reazioni riflesse. Lo studio è riportato su “The Journal of Neuroscience.”

 

La selezione della percezione che è avvenuta in pancia della madre ora, il nuovo nato, la deve misurare con il mondo esterno.

Ed è a questo punto che inseriamo la definizione di “percezione psicofisica” come definita dal dizionario di psicologia:

 

“Si cerca di stabilire il rapporto esistente tra uno stimolo, definito come fenomeno fisico di intensità misurabile, e la risposta che ne consegue, data da una sensazione di determinata intensità. In questo campo si sono definite le soglie inferiori assolute date dall’intensità minima di un segnale fisico che scatena una risposta del soggetto; le soglie superiori assolute al di là delle quali non esiste più una sensazione specifica; le soglie differenziali che stabiliscono quale modificazione in più o in meno un segnale deve subire perché un soggetto lo percepisca come diverso; la costruzione di scale psicofisiche per la misurazione delle soglie regolate dalla legge di Fechner, per la quale l’intensità di una sensazione soggettiva è proporzionale al logaritmo dell’eccitatore fisico. Questa legge, valida per il rapporto fra eccitatore fisico e reazione fisiologica del recettore, trova un riscontro approssimativo per quanto concerne il rapporto tra l’intensità dell’eccitatore fisico e la sensazione psicologica e soggettiva che ne consegue. (Weber-Fechner legge di)” Dal dizionario di Psicologia di Umberto Galimberti, Rizzoli.

 

L’intensità del fenomeno che funge da stimolo è la quantità di energia con cui il fenomeno si presenta all’attenzione del soggetto.

Lo stimolo esterno viene definito, in psicologia, per la sua capacità di agire e modificare un soggetto, ma in questa definizione non si tiene conto della capacità selettiva del soggetto nei confronti del fenomeno. Un fenomeno, anche carico di una forte intensità energetica, può anche essere ignorato dal soggetto. Un esempio è lo spaventapasseri in un campo. Il primo giorno spaventa gli uccelli, il secondo giorno gli uccelli lo accettano come parte dell’ambiente, il terzo giorno sono pronti a farvi il nido sopra.

Il bambino, fin dal primo giorno di nascita, si trova a dover fronteggiare una quantità fenomenologica immensa che lo travolge.

Come si difende il bambino? Mediante il sonno. Il sonno del neonato è un modo per chiudere la propria percezione ai fenomeni del mondo, disgregare la propria coscienza e la propria attenzione e mettere ordine nei fenomeni che sono arrivati e che hanno modificato la struttura psico-fisica durante la veglia.

La veglia e il sonno del bambino corrispondono un po’ al suo mangiare. Da  sveglio assorbe fenomeni, dorme e digerisce quei fenomeni. Si sveglia, mangia fenomeni; dorme e li digerisce. In questo processo di “digestione” il neonato, ogni notte, scompone la propria coscienza e la ricompone prendendo tutti i fenomeni che ha interiorizzato durante il giorno e quando ricompone la propria coscienza al mattino inizia a dare un ordine di importanza ai fenomeni. Quelli su cui deve puntare la propria attenzione e quelli che può ignorare; quelli che si presentano in maniera da non poter essere ignorati e quelli che appartengono ad un tale sconosciuto che ritiene non gli possano servire.

Il processo di disgregazione e riformazione della coscienza permette al neonato di passare dalla percezione funzionale all’età fetale ad una percezione funzionale al nuovo mondo. Il mondo si allontana dalla sua percezione. Il contatto materno, con l’allattamento al seno, rende meno doloroso questo distacco.

Quello che fu il processo di selezione della percezione dei fenomeni che ha messo in atto nella pancia della madre viene sviluppato e riadattato ulteriormente nei primissimi giorni di vita.

Cosa caratterizzava il feto nella pancia della madre? La percezione empatica psico-emotiva del proprio ambiente. Quali sono i fenomeni che entreranno maggiormente nella formazione della sua conoscenza? Quei fenomeni che si presenteranno con un carico psico-emotivo che potrà essere identificato dall’esperienza del bambino nella pancia della madre.

 

D, donna de La Repubblica del 20 settembre 2003

 

“Ma che cosa gli passa per la mente?

Scienza Fino a pochi anni fa, i ricercatori consideravano il cervello di un neonato una tabula rasa, poi plasmata dall’esperienza. Le ultime scoperte di genetica e neuroscienza ribaltano la teoria: si viene alla luce con molte capacità programmate. E tra le più importanti c’è quella di sognare.

A nove mesi un bebé è in grado di riconoscere espressioni facciali o verbali di felicità, tristezza o rabbia e di riprodurle, facendole proprie. Sa modellare le emozioni su quelle altrui e reagire ai segni di rimprovero o approvazione. A un anno, guarda l’oggetto indicato da un dito, e non il dito.

“Oggi sappiamo che i bambini sanno più di quanto pensavamo fosse possibile. Hanno idee sugli altri esseri umani, sugli oggetti e sul mondo, nel momento steso in cui nascono. Sono idee piuttosto complesse, non soltanto riflessi o reazioni a determinate sensazioni. I bambini sono come piccoli scienziati, acquisiscono nuovi dati in continuazione e scartano le teorie che non combaciano con essi. Cambia la loro comprensione sulle cause di certi fenomeni. Il che porta a domande difficili: come viene rappresentata questa comprensione della struttura causale del mondo? E attraverso quali meccanismi di apprendimento nasce la rappresentazione?”

 

La ricerca psicologica e neuronale sui neonati sta tentando di chiarire la complessità della mente dei neonati:

 

Dal giornale La Repubblica del

 

“La scienza odierna, invece, dà adesso un quadro del tutto diverso di quello che accade nel cervello e nell’animo dei neonati: padroneggiano emozioni anche molto complesse, come gelosia, simpatia e frustrazione che un tempo si riteneva imparassero verso i 2-3 anni. I neonati di quattro mesi hanno già capacità avanzate di deduzione non ché l’abilità di decifrare dei disegni anche complessi. Hanno una paletta visiva piena di sfumature che permette loro di notare anche le più piccole differenze, specialmente nei volti, una dote che gli adulti e i bambini più grandi perdono. Una delle prime emozioni che provano i bambini anche piccolissimi è l’empatia. Anzi, forse nel cervello dei neonati già esiste la capacità di preoccuparsi per gli altri. Se si sistema un neonato accanto ad un altro che sta piangendo, con ogni probabilità finirà per piangere.”

“Secondo Martin Hoffman, docente di psicologia dell’università di New York, “sin dalla nascita vi è qualche primigenia forma di empatia.” [...] Parte dell’empatia potrebbe essere il prodotto di un’altra precoce abilità dei neonati: la capacità di discernere le emozioni dalle espressioni del viso delle persone  che li circondano.”

 

L’empatia è un “potere di interazione soggettiva con il mondo” sviluppato nella pancia della madre ed è il primo strumento che il bambino usa per costruire le relazioni con il mondo. La capacità empatica seleziona la percezione dei fenomeni che provengono dal mondo. E li seleziona in base al “carico emotivo” di cui quei fenomeni sono portatori. I volti, i suoni delle parole, i sussulti del corpo materno, sono tutti fenomeni che portano emozioni e queste emozioni interagiscono con i bisogni del bambino che sono, a loro volta, espressioni di tensioni emotive.

Dove si incontra un incontro di emozioni il fenomeno si fissa. Quando il fenomeno porta emozioni che incontrano le emozioni soggettive del neonato agendo sui suoi bisogni, le sue necessità, il fenomeno si fissa. Si fissa prima per l’incontro emotivo e poi il neonato ne identifica la forma capace di agire sui suoi bisogni emotivi. Crescendo, poi il bambino, identifica l’aspetto razionale e la forma di cui il fenomeno è manifestazione.

Il fenomeno come forma entra nella percezione del neonato in un secondo tempo. Prima il fenomeno viene percepito attraverso la “capacità empatica” del neonato con cui interagisce con il mondo psico-emotivo che lo circonda. Inizialmente c’è il tentativo soggettivo, da parte del bambino, di ricercare, una volta nato, la riproduzione del mondo dell’utero materno. Nel nuovo mondo, il neonato, cerca ciò che già conosce e fissa l’attenzione su ciò che lo rimanda a sensazioni che ha già vissuto.

I neonati scorgono le emozioni espresse dalle espressioni del viso delle persone. Le espressioni vengono associate alle sensazioni che hanno provato nell’utero in quanto le espressioni del viso sono portatrici di emozioni di chi li guarda. A mano a mano che i neonati crescono l’espressione del viso assume un significato a sé separato dall’emozione che comunica.

E’ in atto un processo di separazione del bambino della primitiva forma di interazione fra sé e il mondo forgiata nell’utero e i sensi stanno prendendo il sopravvento nel mediare le relazioni dell’apparato emotivo con il mondo.

 

La percezione del neonato viene educata a selezionare i fenomeni del mondo. Questi esistono solo se sono portatori di un carico emotivo ed interagiscono con i bisogni del neonato che attraverso essi espone al mondo le sue emozioni.

In questa fase il neonato seleziona “l’effetto finale” (o a cui rispondere mediante l’azione prima e mediante la descrizione poi) del fenomeno che percepisce. Data una percezione di fenomeni che generano nel neonato delle necessità e dei bisogni, tale percezione viene riassunta nell’elemento più semplice che, una volta manifestato, garantisce la soddisfazione della necessità e del bisogno.

Se nella pancia della madre l’immenso, per il feto, era la madre stessa, ora l’immenso è uno sconfinato che percepisce attraverso un distacco che i suoi sensi e le sue percezioni devono comprendere.

 

La fondazione della percezione del neonato è una mediazione funzionale fra ciò che è stato, crescendo nella pancia della madre, e ciò che gli viene trasmesso, nel modo in cui gli viene trasmesso dal mondo in cui nasce e per quello che il mondo in cui nasce gli presenta.

 

Le recenti ricerche neurologiche hanno messo in luce come i “sensi” non siano solo cinque, ma i neurologi, seguendo le connessioni nervose e i collegamenti neuronali, hanno scomposto i sensi in una serie di “sottosensi” che ricomponendosi fra di loro attraverso un numero “infinito” di variabili dimostrano come le possibili percezioni del mondo di un soggetto siano pressoché illimitate e questo senza tener conto dell’elaborazione che il soggetto ne fa di quanto percepisce:

 

 

Dal settimanale L’Espresso

 

Uomo da 21 sensi

Di Paola Emilia Cicerone

“Cinque? I neurologi scommettono: sono molti di più. Ecco perché, seguendo gli stimoli che vanno dagli organi al cervello.

Che non ci si fermi a cinque è sicuro: forse sono una ventina, c’è chi dice molti di più. Perché l’antico schema di derivazione Aristotelica, che limita appunto a cinque il numero dei sensi con cui esploriamo il mondo esterno, vista, udito, gusto, tatto e olfatto, è tramontato per sempre. Per molti scienziati, il numero giusto è 21. Come ci si arriva? Non si parla più di vista, perché la percezione della luce è distinta da quella del colore. Mentre il gusto si divide in quattro, riconoscendo autonomia ai quattro gusti fondamentali: dolce, salato, acido e amaro. Con l’eccezione dell’umami, il gusto di glutammato tipico della cucina orientale, che è preso in considerazione solo da alcuni studi. Se il tatto resta un senso a sé, gli si affianca altri sensi collegati, ma autonomi, come la percezione del dolore, del caldo e del freddo. Portando così a 12 i tradizionali cinque sensi.

Per arrivare a 12 basta aggiungere il senso dell’equilibrio (d’altronde, non l’abbiamo sempre chiamato così?) e la propriocezione che ci consente di valutare, anche a occhi chiusi, attraverso una serie di recettori posti nei muscoli e nelle articolazioni, la nostra posizione nello spazio e i nostri movimenti, anche se in questo caso si parla più specificamente di cinestesia. E poi i sensori interni che permettono al nostro organismo, anche se non ne siamo sempre coscienti, di monitorare parametri biologici, come la pressione sanguigna, l’ossigeno presente nel sangue, l’acidità del liquido cerebro spinale e la presenza di aria nei polmoni. Ma anche valori specifici relativi al contenuto di glucosio nel sangue e alla pressione osmotica nel plasma, che siamo abituati a percepire più banalmente come fame e sete.

Complicato? Neanche troppo, se si pensa che i ricercatori più radicali arrivano ad elencare una trentina di sensi, dando autonomia alla percezione di alcuni colori come rosso, blu o verde e distinguendo fra le diverse modalità tattili e i diversi tipi di movimento. E c’è anche chi sostiene che ciascun tipo di recettore olfattivo (ce ne sono circa 2mila) dia origine ad un senso a sé. Persino il sesto senso, per anni una fola da creduloni, è stato riabilitato: secondo uno studio realizzato dalla Washington University di St. Louis e pubblicato su “Science”, l’elaborazione inconscia di informazioni che ci aiuta a prendere decisioni apparentemente immotivate, ma corrette, attiverebbe una specifica area cerebrale: la corteccia cingolata anteriore.

Oggi gli specialisti non studiano i singoli sensi, ma le loro articolazioni. Partendo dalla natura, chimica, meccanica o luminosa, dello stimolo, o dai recettori cerebrali interessati. La base è comune: “E’ sempre un’area cerebrale ben precisa, il talamo, che riceve tutte le informazioni dai recettori e le trasmette alla corteccia cerebrale primaria, e da qui alla corteccia secondaria”, spiega Raffaella Rumiati, responsabile del dipartimento di Neuroscienze cognitive alla Sissa (scuola internazionale di studi superiori avanzati) di Trieste. E’ qui che il percorso di articola in aree specializzate, in cui diverse popolazioni di neuroni si occupano di aspetti diversi. (troncato)

 

E questo per parlare di come un soggetto percepisce il mondo.

Poi, quando andiamo ad affermare quanto un soggetto deve selezionare dal mondo e agire in esso, scopriamo che:

 

Dal settimanale D donna di La Repubblica

 

Neuroscienze – Nuove ricerche indagano sul ruolo dell’inconscio nelle decisioni di ogni giorno: dallo shopping al partner giusto, nelle nostre scelte c’è molto di più di quanto pensiamo. Secondo i neuroscienziati siamo consapevoli solo del 5% della nostra attività cognitiva ed è per questo che la maggior parte delle nostre decisioni, emozioni e azioni, dipende per il 95% dall’attività cerebrale che va al di là della nostra coscienza. (solo primi riassunti dell’articolo)

 

Noi, spesso, troppo spesso, non abbiamo il controllo razionale di quello che facciamo. Obbediamo a stimoli profondi che si presentano alla coscienza e guidano le nostre decisioni, mentre percepiamo e giudichiamo il mondo seguendo stimoli di desiderio che abbiamo selezionato in anni “dimenticati”.

Tutta questa operazione di selezione della percezione il bambino la fa nei primissimi mesi di vita fin dal primo istante in cui esce dalla vagina di sua madre!

 

La scienza neuronale e la psicologia stabiliscono collegamenti e connessioni sia fisiche che psichiche fra le azioni che facciamo e l’accensione di aree del cervello in cui avviene la decisione. Si stabilisce che cosa si attiva quando percepiamo aspetti del mondo, ma la scienza non è, almeno per ora, capace di seguire le scelte soggettive per cui un tipo di percezione viene fissata nell’individuo anziché un altro tipo di percezione leggermente diversa. La scienza non è in grado di vedere i processi adattavivi messi in atto dall’individuo nel corso degli anni e che l’individuo concretizza nelle sue “idee sul mondo”, nelle sue “scelte”, nelle sue “decisioni”, nelle sue “predilezioni”.

Sta di fatto che si assiste a tutta una serie di scelte soggettive da parte del neonato il cui scopo è fissare la propria attenzione su una “gamma” di fenomeni che entrano nella sua percezione e che poi vengono ulteriormente selezionati per costruire la sua Coscienza.

 

Un “sistema educativo” deve aver cura di rivolgere al neonato imput, informazioni, fenomeni, capaci di stimolare in maniera a lui ottimale lo sviluppo della propria percezione e l’uso opportuno della propria attenzione. Questa necessità è sempre stata alla base della ricerca della moderna pedagogia il cui scopo era teso ad assicurare alla società civile individui più coscienti, più ricchi di stimoli, più consapevoli al fine di arricchire la società stessa.

 

L’errore di tutti i sistemi pedagogici fu quello di considerare il bambino soggetto diverso, separato, dall’adulto e dalla società. Un soggetto su cui agire per ottenere un risultato senza considerare che il soggetto ha una capacità personale di elaborazione. Così l’educatore pensa che facendo questa o quella cosa riesce ad ottenere un risultato. Invece, il soggetto che riceve quell’azione o quella cosa sotto forma di fenomeno, la inserisce in un insieme soggettivo che produce risposte diverse dalle attese.

Il bambino diventa l’oggetto del discutere di ogni sistema pedagogico. E questo fu l’errore e la base del fallimento di ogni sistema pedagogico. Non che non venissero, di volta in volta, migliorati degli aspetti nell’educazione del bambino, ma il risultato non soddisfaceva mai le premesse dalle quali la strategia pedagogica prendeva il via.

 

Il motivo è semplice: non si può intervenire nella formazione della percezione del bambino agendo sul bambino stesso. Questo perché l’adulto non è più in grado di valutare la carica emotiva della sua azione nei confronti del bambino e il bambino darà una lettura soggettiva dell’azione dell’adulto partendo da categorie di valutazione che l’adulto ha dimenticato!

 

Quando un adulto manda un segnale al bambino si illude che il bambino interpreta il segnale con le sue stesse intenzioni e col suo stesso significato.

 

Dal giornale La Repubblica del

 

“Da bimbi timidi ad adulti ansiosi tutta colpa di un malinteso:

Articolo (più completo di quanto esposto) di Carlo Brambilla

Milano – Per i bambini più timidi, candidati ad essere adulti ansiosi, c’è una strana espressione negli occhi di chi li guarda.  Qualche cosa di indecifrabile nel volto. Che fa loro sbagliare giudizio sulle reali intenzioni degli altri. Scambiare uno stato d’animo per un altro. E rendere difficili, qualche volta impossibili, le normali relazioni umane, fatte anche di linguaggi non verbali. E’ li che si nasconde il segreto della timidezza: in un malinteso. Una difficoltà psicologica che ha una parziale base genetica e neurofunzionale. Lo ha scoperto un gruppo di ricercatori dell’Università Vita-Salute San Raffaele, coordinato dallo psicologo clinico Marco Battaglia, dopo un lavoro durato tre anni, su un campione di 150 scolari italiani.

[...] “Per molto tempo gli psicologi clinici hanno ipotizzato che il mondo interiore delle persone afflitte da ansia sociale dipendesse da aspettative negate rispetto al giudizio degli altri. Il risultato di questo studio suggerisce invece che vi possa essere una difficoltà nell’elaborazione della comunicazione interpersonale.”

[...] ... psicoterapie mirate che aiutino i bambini più timidi ad interpretare correttamente le espressioni del volto di chi li circonda. Ridiscutere i significati del linguaggio non verbali. Rielaborare le istanze affettive. E farsi più coraggio.”

 

Il problema dei segnali non verbali è molto più complesso. Non si tratta solo di come viene lanciato il segnale non verbale, ma del carico emotivo che il segnale porta rispetto alle emozioni che attraversano il bambino in quel momento.

I messaggi non verbali sono importanti per i soggetti di questa ricerca che hanno fra i sette e i nove anni, ma sono fondamentali, rispetto ai messaggi verbali per bambini neonati.

Le recenti scoperte hanno messo in luce come siano importanti quelli che vengono definiti “neuroni specchio”.

 

Dal giornale La Repubblica

 

“Scoperto il segreto delle emozioni

Ecco il “neurone specchio”: così condividiamo i sentimenti

[...] il meccanismo della simulazione che scattava nel cervello della scimmia era determinato a un gruppo di cellule nervose cui venne assegnato il nome di “neuroni specchio”. “All’inizio – prosegue Gallese – pensavamo che la loro attivazione dipendesse dall’osservazione di un movimento altrui. Poi, passando agli studi sull’uomo, abbiamo capito che il meccanismo riguardava anche le emozioni e le sensazioni tattili provate dagli altri. Ci basta percepire un sentimento su un volto o accorgerci che la mano di un altro viene sfiorata per simulare una situazione corrispondente all’interno del nostro cervello. Sono i neuroni specchio che si attivano, esattamente nelle stesse aree cerebrali di chi vive l’esperienza in prima persona”. Questo meccanismo è comune a tutti gli individui, sia pure con un’intensità che varia da persona a persona. Ma nei dieci bambini autistici studiati da Mirella Dapretto con la tecnica della risonanza magnetica i neuroni specchio si sono dimostrati pigri ben oltre i limiti della normalità. “Questo – sostiene la psichiatra americana – potrebbe spiegare il perché del deficit sociale che caratterizza gli autistici. I nostri risultati, insieme a quelli ottenuti in precedenza da altri ricercatori, ci portano a descrivere la malattia come un cattivo funzionamento dei neuroni specchio”.”

 

Segnale esterno, comunicazione non verbale, assimilazione del segnale esterno, interpretazione soggettiva del segnale, risposta di adattamento al segnale esterno. L’adulto che lancia un segnale verbale al neonato, il neonato assimila la parte emozionale del segnale recependo soggettivando un significato estraneo alla verbalizzazione fatta dall’adulto. Il bambino impara la comunicazione verbale associandola ad una comunicazione emotiva estranea alle intenzioni della verbalizzazione. Cosa comunica l’adulto che ha perso la memoria della comunicazione non verbale e ha perso la memoria della trasmissione delle emozioni sia attraverso i suoni che lo sguardo, il tatto e le espressioni mimiche? Come può il bambino essere consapevole che l’adulto è ignorante nella comunicazione non verbale, unica comunicazione che egli conosce avendone imparato i rudimenti nella pancia della madre?

Spesso le pretese dell’adulto che il bambino impari la comunicazione verbale mi sembrano come quell’Indios che rinfaccia a Cristoforo Colombo che “Io ho imparato la tua lingua, ma tu non hai imparato la mia!”

L’apprendimento della percezione infantile, come ho tentato di illustrare, passa per un notevole numero di vie diverse dalla comunicazione verbale e tutte impregnate di un carico emotivo. L’individuo adulto, quando analizza, continua a vedere delle situazioni statiche, ma non riesce a cogliere i processi di mutamento. Vede certamente la differenza cerebrale del neonato di pochi giorni dal bambino di un anno, ma non coglie le “forze intime” del mutamento sia come adattamento soggettivo, sia come segnali che giungono al bambino e le interpretazioni del bambino per mettere in atto quegli e solo quegli adattamenti.

In questa situazione il bambino inizierà a perdere la comunicazione emotiva in quanto non è più direttamente  funzionale e la comunicazione verbale inizia ad invadere tutte le sue aree del pensiero. La comunicazione emotiva continuerà. Comunque, a guidare le sue azioni e le sue scelte; amore e passioni ricadranno più nella sfera delle emozioni che non nel campo della razionalità.

Avremo in questo modo un individuo che dovrà coprire la sua capacità di percezione emotiva mediante la percezione della ragione e tradurre ogni percezione emotiva in comunicazione verbale. Spiegarla e giustificarla.

 

E’ nella nascita e nei primi mesi di vita che il bambino inizia a formare il subconscio. Quell’area in cui le emozioni e le relazioni emozionali, che l’individuo ha avuto con il mondo, si accumulano frenando la crescita (problemi psicosomatici) o non ostacolando la crescita (problemi psicosomatici molto ridotti o “somatismo espansivo”).

Dicembre 2006

 

Versione aggiornata'Come si forma la percezione in Stregoneria

 

Vai all'indice degli argomenti trattati nel libro: La formazione della percezione e la qualità dei fenomeni percepiti

Vai indice generale sulla percezione

 




Vai all'indice Crogiolo e psicologia

 

 

 

 

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

P.le Parmesan, 8

30175 Marghera - Venezia

tel. 041933185

e-mail: claudiosimeoni@libero.it