Abramo in Filone d’Alessandria!
L’angoscia come
patologia psichiatrica
e
Teresa di Calcutta
(la credenza
nel dio padrone come manifestazione della malattia mentale)
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Scrive
Filone di Alessandria:
“Ma osserva, ancora, come l’arditezza si
mescoli alla deferenza. Le parole: “Che cosa mi darai?” (Gen
15, 2) mostrano l’arditezza; la parola “Signore”, le
deferenza. La scrittura suole usare soprattutto due epiteti per indicare
Colui che è causa : Dio e Signore. Ora, invece, non
usa né l’uno né l’altro, ma il termine “Padrone”, in modo molto
più rispettoso e pertinente. Certamente Signore e Padrone sono ritenuti
sinonimi. Ma se il soggetto cui si riferiscono è uno
ed identico, i due epiteti differiscono tuttavia nel loro significato:
“Signore” (Kyrios), deriva da forza (Kyros), vale a dire ciò che è ben saldo, e si oppone, a ciò
che è instabile e debole. “Padrone” (despòtes),
deriva da “legame” (desmòs), dal quale, credo, debba farsi derivare anche il termine “paura” (dèos).
Cosicché il “Padrone” è “Signore”, ma è anche, per così dire, un Signore che
incute paura e non solo estende potenza e forza (kyros)
dovunque, ma è anche capace di suscitare timore e paura (déos).
Ma forse questo nome (despotes) li viene anche dal
fatto che egli è il legame dell’universo, in quanto
tiene insieme le cose in modo indissolubile e le rinserra pur essendo esse
dissolubili.
Colui che dice: “Signore, che cosa mi darai?”,
virtualmente dice questo: non ignoro la tua forza sovrabbondante, conosco il
terrore della tua potenza, sono preda del timore e della trepidazione e,
tuttavia, mi faccio animo. Sei tu che mi hai ordinato di non
aver paura, sei Tu che hai educato la mia lingua, perché io sapessi quando si
deve parlare (Is. 50, 4): Tu hai liberato la mia
bocca che era cucita, e poi che l’hai aperta l’hai resa più sciolta: Tu mi hai
suggerito le parole da dire, confermando così l’oracolo: “Io aprirò la tua
bocca e ti suggerirò le cose che dovrai dire” (Es. 4,
12).
Chi ero io, infatti, perché tu mi facessi partecipe del linguaggio,
mi riconoscessi degno di una ricompensa che è un bene più perfetto di una
grazia o di un dono? Non sono forse io esule dalla mia patria? Non sono forse
lontano dai miei parenti? Non sono forse straniero alla mia casa paterna? Non
mi hanno tutti diseredato, esule, abbandonato, privato dei diritti di
cittadino? Ma tu, per me, o Padrone, sei la patria, la
famiglia, la casa paterna; Tu sei il mio onore, la mia libertà di parola, la
mia grande, gloriosa, inalienabile ricchezza. Perché,
dunque, non dovrei dire quello che ho in animo? Perché non dovrei farTi domande, se con ciò credo di imparare qualche cosa di
più? Ma ecco che parlo di osare e, di nuovo, mi riconosco nel
timore e nella costernazione; eppure non c’è in me insanabile contrasto fra
paura e coraggio, come si potrebbe forse credere, ma una fusione armoniosa.
Io mi nutro insaziabilmente di questa mescolanza che mi ha persuaso a non usare
la libertà di parola senza rispetto e a non essere rispettoso senza libertà di
parola. Infatti ho imparato a misurare la mia nullità
e ad ammirare la grandezza smisurata dei tuoi benefici; e dopo che mi sono
accorto di essere “terra e cenere”, o qualcosa di ancor più spregevole, se mai
esiste, oso presentarmi a Te, fattomi piccolo, gettatomi nel fango e ridottomi
ad uno stato tale che non sembro più esistere.”
Di Filone di Alessandria
“L’erede delle cose divine” a cura di Reale e Radice editore Rusconi 1994 (22-29)
Dice
ancora Filone di Alessandria:
“E’ questo il mio stato d’animo che Mosè,
lo scrutatore, ha inciso sul mio memoriale. Dice infatti:
“Acco-statosi, Abramo disse: Ora mi sono accinto a parlare col mio Signore, io
che sono terra e polvere” (Gen. 18, 23 e 27), giacché il momento giusto per la
creatura per incontrare il suo Creatore viene quando essa ha riconosciuto la
sua nullità.”
Di Filone di Alessandria
“L’erede delle cose divine” a cura di Reale e Radice editore Rusconi 1994 (30)
Come
si può leggere in Filone di Alessandria la negazione
dell’Essere Umano è fondamentale per esaltare il suo dio. Un dio che non è tale
in funzione o all’interno del divenire dell’uomo, ma è il signore e il padrone
dell’uomo che impone all’uomo, mediante il terrore con cui ha agito nei
confronti dell’uomo, l’annullamento dell’uomo in funzione di sé stesso.
Questa
condizione psicologica di autoanullamento
del soggetto in funzione dell’esaltazione dell’oggetto immaginato come
onnipotente (il dio padrone) è la condizione psichica che conduce l’Essere
Umano all’onnipotenza.
E’ il
servo sociale che si annulla davanti a chi ha potere nella società per
costringere, colui che ha potere nella società ad
usarlo come strumento al fine di controllare colui che lo usa. Si tratta di un
meccanismo psichico usato dalle persone: “Tu padrone hai bisogno di chi ti
gestisce i tuoi schiavi; io ti gestisco i tuoi schiavi, obbedendo ai tuoi
ordini, ma tu diventerai dipendente dalla mia capacità di gestire i tuoi
schiavi in funzione dei tuoi stessi ordini!” Nelle operazioni di mobbing, questo meccanismo si manifesta costantemente.
Il
meccanismo di con cui Filone di Alessandria giustifica
l’atteggiamento di Abramo nei confronti del suo dio viene definito dalla
filosofia all’interno del concetto di angoscia. Nella relazione fra la creatura
e il creatore l’angoscia della creatura è il piacere
di cui si nutre il creatore. E’ il cibo che chi è riuscito a spacciarsi per
“creatore” pretende dalla sua “creatura” dopo che ha strappato alla “sua”
“creatura” la volontà e la determinazione con la quale essa è
venuta in essere all’interno di un universo che è venuto in essere in sé e per
sé.
Ci
dice la filosofia a proposito della parola angoscia:
“Angoscia è una parola filosofica introdotta da S. Kierkegaard per designare la condizione dell’uomo nel
mondo. A differenza della paura, che è sempre paura di qualche cosa di
determinato, l’angoscia non si riferisce a nulla di preciso, ma designa lo
stato emotivo dell’esistenza umana che non è una realtà, ma una possibilità,
nel senso che l’uomo diventa ciò che è, in base alle scelte che compie e alle
possibilità che realizza. Ma è di ogni possibilità
tanto la possibilità-che-sì quanto la possibilità-che-no, per cui l’uomo è sempre esposto alla
nullità possibile di ciò che è possibile, quindi alla minaccia del nulla. “Nel
possibile tutto è possibile” scrive Kierkegaard, ed
essendo l’esistenza umana aperta al futuro, l’angoscia è strettamente connessa
all’avvenire che è poi quell’orizzonte temporale in
cui l’esistenza si realizza: “Per la libertà, il possibile è l’avvenire, per il
tempo l’avvenire è il possibile. Così all’uno, come
all’altro, nella vita individuale, corrisponde l’angoscia”. Il passato può
angosciare in quanto si ripresenta come futuro, cioè
come una possibilità di ripetizione. Una colpa passata, ad esempio, genera
angoscia se non è veramente passata, perché in questo caso genererebbe solo
pentimento. L’angoscia è legata a ciò che è, ma può anche non essere, al nulla
connesso ad ogni possibilità, ma siccome l’esistenza è possibilità, l’angoscia
è il tarlo del nulla nel cuore dell’esistenza.
Nella filosofia contemporanea il tema dell’angoscia è stato ripreso
da M. Heidegger in questi termini: “Col termine
angoscia (Angst) non intendiamo quell’ansietà
(Angstlichkeit) assai frequente che in fondo fa parte
di quel senso di paura che insorge fin troppo facilmente. L’angoscia è
fondamentalmente diversa dalla paura. Noi abbiamo sempre paura di questo o di quell’ente determinato, che in questo o quel determinato
riguardo ci minaccia. La paura di... è sempre anche
paura per qualche cosa di determinato [...]. Nell’angoscia, noi diciamo: “uno è spaesato”. Ma dinanzi a cosa v’è lo spaesamento e cosa vuol dire quell’“uno”? Non possiamo dire innanzi a cosa uno è
spaesato, perché lo è nell’insieme. Tutte le cosa e
noi stessi affondiamo in una sorta di indifferenza. Questo,
tuttavia, non nel senso che le cose si dileguino, ma nel senso che nel loro
allontanarsi come tale le cose si rivolgono a noi. Questo allontanarsi
dell’ente nella sua totalità, che nell’angoscia ci assedia, ci opprime. Non
rimane nessun sostegno. Nel dileguarsi dell’ente, rimane soltanto e ci soprassale questo “nessuno”. L’angoscia rivela il niente
[...]. Che l’angoscia sveli il niente, l’uomo stesso
lo attesta non appena l’angoscia se né andata. Nella luminosità dello sguardo
sorretto dal ricordo ancora fresco, dobbiamo dire: ciò di cui e per cui ci angosciavamo non era “propriamente” niente. In effetti il niente stesso, in quanto tale, era presente”.
K. Jaspers distingue una “duplice
angoscia”, quella dell’esserci (Dasein) e quella
dell’esistenza (Existenz). La prima è l’angoscia
dell’uomo che non può nascondersi che ad attenderlo al termine della vita c’è
la morte, di fronte alla quale sono possibili due atteggiamenti : o la disperazione o la rimozione con conseguente
banalizzazione della vita; la seconda è quella dell’uomo che si è reso conto
che la sua esistenza è un’apertura al senso che h come suo scopo l’implosione
di ogni senso in occasione della morte. Rispetto alla prima forma d’angoscia
“dove la vita sembra perdersi angosciosamente nel vuoto”, nella seconda forma
“la morte esistenziale, di fronte alla morte biologica, finisce col portare
alla più completa disperazione, per cui sembra che non
sia possibile altra vita se non quella che si snoda tra l’oblio e l’illusione
di un vuoto non-senso”.”
Dal dizionario di psicologia di Umberto
Galimberti ed. Garzanti.
E’
l’angoscia che conduce le interpretazioni di Filone d’Alessandria
dell’atteggiamento di Abramo. Abramo stesso è
descritto come un uomo angosciato. Un
uomo terrorizzato che il passato si ripeta: “Chi ero io, infatti, perché tu mi
facessi partecipe del linguaggio, mi riconoscessi degno di una ricompensa che è
un bene più perfetto di una grazia o di un dono? Non sono forse io esule dalla
mia patria? Non sono forse lontano dai miei parenti? Non sono forse straniero
alla mia casa paterna? Non mi hanno tutti diseredato, esule, abbandonato,
privato dei diritti di cittadino? Ma tu, per me, o Padrone, sei la patria, la
famiglia, la casa paterna; Tu sei il mio onore, la mia libertà di parola, la
mia grande, gloriosa, inalienabile ricchezza.” Le angoscia espressa da Abramo è fatta propria da Filone che
la giustifica con la debolezza, la nullità, che le creature devono avere
davanti al creatore.
Se l’angoscia
di Abramo è quella che l’autore del racconto di Abramo
vuole imporre sulle persone; l’angoscia di Filone d’Alessandria è l’angoscia di
colui che crede! E’ l’angoscia di colui che è stato
truffato nelle proprie emozioni ed ha soggettivato,
oggettivandolo, un’allucinazione, un oggetto illusorio, con la ferma intenzione
di farlo diventare non solo un oggetto reale, ma un oggetto che sorregge tutta
la sua realtà oggettiva. Da qui la doppia angoscia di Filone d’Alessandria; non
solo è stato truffato, ma fa della truffa che ha subito oggetto reale con cui
imporre illusione e allucinazione nelle persone. E’ l’angoscia del nulla che
guida le sue azioni per illudersi che il nulla abbia uno stato di realtà che
egli chiama “dio”.
Pertanto,
ciò che Filone chiama “Signore” o “padrone” non è un oggetto che ricade sotto i
sensi, né è un oggetto che Filone dimostra, ma è un oggetto che Filone immagina
e nella sua follia ritiene che tutti concordino nella sua esistenza e nella sua
realtà. Un soggetto, culturalmente imposto, che assume carattere di realtà
oggettiva.
Solo
che di oggettivo c’è solo l’angoscia di Filone di
Alessandria e i suoi sforzi per giustificare l’angoscia stessa e di oggettiva c’è
la sua truffa che venendo meno ai criteri di critica fa procedere un tentativo
di logica come giustificazione della sua angoscia.
Così
si spacciano i modelli che riproducono l’angoscia come fossero una dose di eroina a persone che vengono private della loro capacità
critica.
Come Abramo si annulla per parlare al suo padrone, così le
persone devono essere annullate per parlare al loro padrone. Anche se non si tratta del padrone
“divino” di Abramo, sempre un padrone è ed è
necessario annullare le persone affinché assumano un atteggiamento adeguato per
parlare al padrone! E’ chiaro il concetto di libertà in Filone: “io” dice Filone “ho la libertà di prostrarmi davanti al mio
dio padrone! Tu padrone mi dai questa libertà!”.
Da duemila
anni le indicazioni di Filone d’Alessandria sono state imposte alla società
civile e alle persone che, travolte dall’angoscia, cercavano di parlare col dio
con cui parlava Abramo.
Come
la macellaia dell’India, quella Teresa di Calcutta che fece dell’odio sociale e
dell’annientamento delle persone un motivo per difendersi dall’angoscia che la soggettivazione dell’illusione nella presenza del dio
padrone le incuteva.
Una
donna terrorizzata ed angosciata che sopravviveva terrorizzando le persone
deboli e angosciando chiunque non fosse sufficientemente attrezzato per
difendersi dalla sua violenza.
Il
terrorismo psichico che destabilizzava, colpiva,
massacrava, gli Esseri Umani nei loro sentimenti intimi era quello che dava
gioia e che dissetava la macellaia dell’India dal fallimento della sua
esistenza. Un fallimento che è tornato utile al Vaticano per
aggredire e destabilizzare la vita degli Esseri Umani imponendo loro il suo dio
assassino. Era nell’esercizio del suo sadismo che la macellaia
dell’India, la Teresa di Calcutta, ricattava i genitori dei bambini ammalati:
“O lo battezzate o vostro figlio morirà!”. Lei aveva i soldi, il denaro, mentre
loro vedevano il loro figlio morire e che un dio criminale, manifestazione
dell’angoscia esistenziale di questa povera pazza, voleva appropriarsi come una
bestia da aggiungere al proprio gregge.
Scrive
il Corriere della Sera del 25 agosto 2007:
““Non trovo Cristo”
Mezzo secolo di dubbi sulla fede
Nelle lettere di Madre Teresa i tormenti più intimi
“C’è un buio terribile in me, ed è così da sempre”
Londra – Cristo, ripeteva, è ovunque: “Nei nostri cuori, nei
poveri che incontriamo, nel sorriso che offriamo e in quello che riceviamo”. Colui che non abbandona, che riempie il vuoto. Diceva sempre
così, agli altri, rassicurando chi più dubitava. Ma per lei, Madre Teresa di
Calcutta, Cristo era egli steso il vuoto, “Gesù,
l’Assente”, colui che sempre tace. Per oltre metà
della sua vita, un solo grido: “Mi hai respinto, mi hai gettato via, non voluta e non amata. Io chiamo, io mi
aggrappo, io voglio, ma non c’è Alcuno che risponda. Nessuno, nessuno. Sola... Dov’è la mia
fede... Perfino quaggiù nel profondo, null’altro che vuoto e oscurità – Mio Dio
– come fa male questa pena sconosciuta... Per che cosa mi tormento? Se non c’è
alcun Dio non c’è neppure l’anima, e allora anche tu, Gesù, non sei vero... Io non ho alcuna Fede, nessun amore,
nessun zelo. La salvezza delle anime non mi attrae, il
Paradiso non significa nulla... Io non ho niente, neppure la realtà
della presenza di Dio”. E si riferiva alla presenza
divina più misteriosa, quella dell’ostia consacrata nell’Eucaristia, il perno
della fede cattolica: ne parlava così, lei che era conosciuta come la piccola
donna con la fede più grande del mondo. Spiegava agli altri, Madre Teresa: “La
mia anima è in uno stato di perfetta gioia e di pace”. Ma quella stessa anima,
nei suoi pensieri più intimi, e anche nei giorni in cui meritava con la sua
fede il premio Nobel per la Pace, la descriveva poi come “un blocco di
ghiaccio”, abbandonata in una “terribile oscurità”, “nell’aridità spirituale”,
fra “le torture della solitudine”: che però mai la piegarono fino a farle
abbandonare la sua missione.”
Torturava
le persone sofferenti per soddisfare quell’angoscia
profonda dalla quale non era più in grado di liberarsi: come Filone
d’Alessandria, come Abramo!
Come
Abramo placava la sua angoscia sacrificando Isacco al suo padrone; come Filone
d’Alessandria placava la sua angoscia seminando angoscia fra gli Esseri Umani,
così la macellaia dell’India placava la sua angoscia compiacendosi del dolore
che imponeva fra gli Esseri Umani indifesi davanti alle sue atrocità.
Non poteva
abbandonare la sua missione che le permetteva di compiacersi del dolore delle persone. Quel compiacimento era l’unica cosa che le
rimaneva: godere della sofferenza altrui. Una
sofferenza che non nasceva dalla sua azione, ma che con la sua azione perpetrava
nelle persone che “avevano peccato” e che, quel peccato, attraverso il
prolungamento della sofferenza, dovevano, per mano sua, espiare.
Sapeva
di mentire: ai politici e a Wojtyla, quella menzogna
piaceva.
La
menzogna che scaturisce dalla patologia psichiatrica che il potere di dominio
sugli Esseri Umani impedisce di individuare e che i politici utilizzano e
additano ad esempio per giustificare le loro incapacità..
Una patologia psichiatrica che si rivolge a chi non si può difendere. Come
Abramo è disposto a sacrificare Isacco, colui che non
si può difendere, così Filone d’Alessandria non si misura con i filosofi Greci,
ma giustifica il suo padrone davanti a chi non è in grado di difendersi o di
criticare l’attività del suo padrone. Così la Teresa di Calcutta esercita il
suo sadismo nei confronti di coloro che non si possono difendere. Esattamente come i nazisti che eliminano nei campi di sterminio
persone che non si possono difendere mentre l’Europa, per aiutarli,
estende le leggi razziali.
Teresa
di Calcutta mente!
Il
suo dio non esiste, il suo Gesù non esiste, per lei
tutto è menzogna, una menzogna che spaccia come una dose di eroina
per annientare le persone derelitte. Togliere loro anche l’ultima possibilità.
Rinchiusi nei suoi lager, possono solo attendere di morire: come nei campi di
sterminio.
In
questo modo la Teresa di Calcutta soddisfa il suo sadismo
pronta a soccorrere il cardinale cattolico Pio Laghi quando viene
accusato di aver collaborato a buttare le persone dagli aerei in Argentina o i
feroci dittatori latino americani. Lei si compiace di gestire e prolungare la
sofferenza che altri hanno prodotto. Altri diversi da lei, ma
sempre cristiani e funzionali all’annientamento dell’umanità.
Scrive
ancora il Corriere della Sera del 25 agosto 2007:
“Tuttavia la prova si dimostra durissima: “Il sorriso è una
maschera, un mantello che copre il resto. Ho parlato come se il mio cuore fosse
stato innamorato di Gesù, un amore tenero, personale,
ma se lei (padre ndr) fosse stato
qui, avrebbe detto: che ipocrisia!”. “C’è un’oscurità terribile in me, come se
ogni cosa fosse morta. Ed è stato più o meno così da quando
ho cominciato il mio lavoro”; “sono nel
tunnel...”; “mormoro le preghiere della comunità e mi sforzo per trarre da ogni
parola la dolcezza che essa deve regalare, ma la mia preghiera in unione non
esiste più, io non prego più”. “Mi dica padre, perché c’è tanto buio e tanta pena nel mio cuore?”; “quando cerco di elevare il
mio pensiero al cielo, è così schiacciante il vuoto, che quegli stessi pensieri
ritornano come pugnali acuminati e feriscono la mia anima. Mi
vien detto che dio mi ama. E
tuttavia la realtà dell’oscurità, e del freddo e del vuoto, è così grande che
nulla tocca la mia anima. Che abbia fatto un errore nell’arrendermi
così ciecamente alla Chiamata del Sacro Cuore?”
E’ la
manifestazione del bisogno di sadismo con cui riempire la propria “anima” di emozioni, di piaceri, che la vita gli ha negato per le
scelte che ha fatto.
La
Teresa di Calcutta andava curata in un ospedale psichiatrico dalla sua
patologia ossessiva anziché consentirgli di placare la propria angoscia
danneggiando la vita di altri individui indifesi e le
società civili. Come Abramo era solo un povero pazzo angosciato e terrorizzato
dal suo dio, così Filone era angosciato dal fatto che il suo dio fosse tanto
emarginato. La macellaia dell’India era angosciata per l’incapacità di vivere. Un’incapacità che ha consentito al Vaticano di manipolarne la
psiche anche sottoponendola con la violenza ad un esorcismo.
Dunque, una vittima che diventa aguzzino.
Ridurre
le persone a fango e cenere, come vuole Filone, perché solo in quel momento la
creatura incontra il suo creatore: il torturato incontra il suo aguzzino!
Marghera, 29 agosto 2007
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 Marghera – Venezia
tel. 041933185
e-mail: claudiosimeoni@libero.it
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