Il sacrificio umano di Abramo in Filone di Alessandria
L'angoscia di Teresa di calcutta

di Claudio Simeoni

 

Dal delirio di grandezza alla malattia d'angoscia

Gli ebrei erano consapevoli del significato simbolico della figura di Abramo. Una figura estranea ad ogni cultura religiosa del tempo, il cui scopo era quello di legittimare il potere assoluto del dio padrone sugli uomini.

Il primo sincretismo fra la figura di Abramo e il neoplatonismo fu fatto da Filone d'Alessandria che applicando i metodi con cui i greci interpretavano il Mito di Omero e di Esiodo, intende assolvere il suo dio del delitto di omicidio e strage.

Prima che il cristianesimo nascesse, Filone d'Alessandria fuse in un unico intento il Timeo di Platone e la Genesi della bibbia. Formando la miscela ideologica dalla quale prese vita la propaganda dell'ideologia cristiana con lo scopo di nascondere l'attività di zelotismo e messianesimo.

Filone d'Alessandria è il migliore testimone della non esistenza di Gesù. Pur operando nello stesso tempo, non lo menziona. Eppure il cristianesimo è un prodotto anche dell'attività di Filone d'Alessandria.

Scrive Filone di Alessandria:

"Ma osserva, ancora, come l'arditezza si mescoli alla deferenza. Le parole: "Che cosa mi darai?" (Gen 15, 2) mostrano l'arditezza; la parola "Signore", le deferenza. La scrittura suole usare soprattutto due epiteti per indicare Colui che è causa : Dio e Signore. Ora, invece, non usa né l'uno né l'altro, ma il termine "Padrone", in modo molto più rispettoso e pertinente. Certamente Signore e Padrone sono ritenuti sinonimi. Ma se il soggetto cui si riferiscono è uno ed identico, i due epiteti differiscono tuttavia nel loro significato: "Signore" (Kyrios), deriva da forza (Kyros), vale a dire ciò che è ben saldo, e si oppone, a ciò che è instabile e debole. "Padrone" (despòtes), deriva da "legame" (desmòs), dal quale, credo, debba farsi derivare anche il termine "paura" (dèos).

Cosicché il "Padrone" è "Signore", ma è anche, per così dire, un Signore che incute paura e non solo estende potenza e forza (kyros) dovunque, ma è anche capace di suscitare timore e paura (déos). Ma forse questo nome (despotes) li viene anche dal fatto che egli è il legame dell'universo, in quanto tiene insieme le cose in modo indissolubile e le rinserra pur essendo esse dissolubili.

Colui che dice: "Signore, che cosa mi darai?", virtualmente dice questo: non ignoro la tua forza sovrabbondante, conosco il terrore della tua potenza, sono preda del timore e della trepidazione e, tuttavia, mi faccio animo. Sei tu che mi hai ordinato di non aver paura, sei Tu che hai educato la mia lingua, perché io sapessi quando si deve parlare (Is. 50, 4): Tu hai liberato la mia bocca che era cucita, e poi che l'hai aperta l'hai resa più sciolta: Tu mi hai suggerito le parole da dire, confermando così l'oracolo: "Io aprirò la tua bocca e ti suggerirò le cose che dovrai dire" (Es. 4, 12).

Chi ero io, infatti, perché tu mi facessi partecipe del linguaggio, mi riconoscessi degno di una ricompensa che è un bene più perfetto di una grazia o di un dono? Non sono forse io esule dalla mia patria? Non sono forse lontano dai miei parenti? Non sono forse straniero alla mia casa paterna? Non mi hanno tutti diseredato, esule, abbandonato, privato dei diritti di cittadino? Ma tu, per me, o Padrone, sei la patria, la famiglia, la casa paterna; Tu sei il mio onore, la mia libertà di parola, la mia grande, gloriosa, inalienabile ricchezza. Perché, dunque, non dovrei dire quello che ho in animo? Perché non dovrei farTi domande, se con ciò credo di imparare qualche cosa di più? Ma ecco che parlo di osare e, di nuovo, mi riconosco nel timore e nella costernazione; eppure non c'è in me insanabile contrasto fra paura e coraggio, come si potrebbe forse credere, ma una fusione armoniosa. Io mi nutro insaziabilmente di questa mescolanza che mi ha persuaso a non usare la libertà di parola senza rispetto e a non essere rispettoso senza libertà di parola. Infatti ho imparato a misurare la mia nullità e ad ammirare la grandezza smisurata dei tuoi benefici; e dopo che mi sono accorto di essere "terra e cenere", o qualcosa di ancor più spregevole, se mai esiste, oso presentarmi a Te, fattomi piccolo, gettatomi nel fango e ridottomi ad uno stato tale che non sembro più esistere."

Di Filone di Alessandria "L'erede delle cose divine" a cura di Reale e Radice editore Rusconi 1994 (22-29)

Dice ancora Filone di Alessandria:

"E' questo il mio stato d'animo che Mosè, lo scrutatore, ha inciso sul mio memoriale. Dice infatti: "Accostatosi, Abramo disse: Ora mi sono accinto a parlare col mio Signore, io che sono terra e polvere" (Gen. 18, 23 e 27), giacché il momento giusto per la creatura per incontrare il suo Creatore viene quando essa ha riconosciuto la sua nullità."

Di Filone di Alessandria "L'erede delle cose divine" a cura di Reale e Radice editore Rusconi 1994 (30)

Come si può leggere in Filone di Alessandria la negazione dell'Essere Umano è fondamentale per esaltare il suo dio. Un dio che non è tale in funzione o all'interno del divenire dell'uomo, ma è il signore e il padrone dell'uomo che impone all'uomo, mediante il terrore con cui ha agito nei confronti dell'uomo, l'annullamento dell'uomo in funzione di sé stesso.

Questa condizione psicologica di auto annullamento del soggetto in funzione dell'esaltazione dell'oggetto immaginato come onnipotente (il dio padrone) è la condizione psichica che conduce l'Essere Umano all'onnipotenza.

E' il servo sociale che si annulla davanti a chi ha potere nella società per costringere, colui che ha potere nella società ad usarlo come strumento al fine di controllare colui che lo usa. Si tratta di un meccanismo psichico usato dalle persone: "Tu padrone hai bisogno di chi ti gestisce i tuoi schiavi; io ti gestisco i tuoi schiavi, obbedendo ai tuoi ordini, ma tu diventerai dipendente dalla mia capacità di gestire i tuoi schiavi in funzione dei tuoi stessi ordini!" Nelle operazioni di mobbing, questo meccanismo si manifesta costantemente.

Il meccanismo con cui Filone di Alessandria giustifica l'atteggiamento di Abramo nei confronti del suo dio viene definito dalla filosofia all'interno del concetto di angoscia. Nella relazione fra la creatura e il creatore l'angoscia della creatura è il piacere di cui si nutre il creatore. E' il cibo che chi è riuscito a spacciarsi per "creatore" pretende dalla sua "creatura" dopo che ha strappato alla "sua" "creatura" la volontà e la determinazione con la quale essa è venuta in essere all'interno di un universo che è venuto in essere in sé e per sé.

Ci dice la filosofia a proposito della parola angoscia:

"Angoscia è una parola filosofica introdotta da S. Kierkegaard per designare la condizione dell'uomo nel mondo. A differenza della paura, che è sempre paura di qualche cosa di determinato, l'angoscia non si riferisce a nulla di preciso, ma designa lo stato emotivo dell'esistenza umana che non è una realtà, ma una possibilità, nel senso che l'uomo diventa ciò che è, in base alle scelte che compie e alle possibilità che realizza. Ma è di ogni possibilità tanto la possibilità-che-sì quanto la possibilità-che-no, per cui l'uomo è sempre esposto alla nullità possibile di ciò che è possibile, quindi alla minaccia del nulla. "Nel possibile tutto è possibile" scrive Kierkegaard, ed essendo l'esistenza umana aperta al futuro, l'angoscia è strettamente connessa all'avvenire che è poi quell'orizzonte temporale in cui l'esistenza si realizza: "Per la libertà, il possibile è l'avvenire, per il tempo l'avvenire è il possibile. Così all'uno, come all'altro, nella vita individuale, corrisponde l'angoscia". Il passato può angosciare in quanto si ripresenta come futuro, cioè come una possibilità di ripetizione. Una colpa passata, ad esempio, genera angoscia se non è veramente passata, perché in questo caso genererebbe solo pentimento. L'angoscia è legata a ciò che è, ma può anche non essere, al nulla connesso ad ogni possibilità, ma siccome l'esistenza è possibilità, l'angoscia è il tarlo del nulla nel cuore dell'esistenza.

Nella filosofia contemporanea il tema dell'angoscia è stato ripreso da M. Heidegger in questi termini: "Col termine angoscia (Angst) non intendiamo quell'ansietà (Angstlichkeit) assai frequente che in fondo fa parte di quel senso di paura che insorge fin troppo facilmente. L'angoscia è fondamentalmente diversa dalla paura. Noi abbiamo sempre paura di questo o di quell'ente determinato, che in questo o quel determinato riguardo ci minaccia. La paura di... è sempre anche paura per qualche cosa di determinato [...]. Nell'angoscia, noi diciamo: "uno è spaesato". Ma dinanzi a cosa v'è lo spaesamento e cosa vuol dire quell'"uno"? Non possiamo dire innanzi a cosa uno è spaesato, perché lo è nell'insieme. Tutte le cosa e noi stessi affondiamo in una sorta di indifferenza. Questo, tuttavia, non nel senso che le cose si dileguino, ma nel senso che nel loro allontanarsi come tale le cose si rivolgono a noi. Questo allontanarsi dell'ente nella sua totalità, che nell'angoscia ci assedia, ci opprime. Non rimane nessun sostegno. Nel dileguarsi dell'ente, rimane soltanto e ci soprassale questo "nessuno". L'angoscia rivela il niente [...]. Che l'angoscia sveli il niente, l'uomo stesso lo attesta non appena l'angoscia se né andata. Nella luminosità dello sguardo sorretto dal ricordo ancora fresco, dobbiamo dire: ciò di cui e per cui ci angosciavamo non era "propriamente" niente. In effetti il niente stesso, in quanto tale, era presente".

K. Jaspers distingue una "duplice angoscia", quella dell'esserci (Dasein) e quella dell'esistenza (Existenz). La prima è l'angoscia dell'uomo che non può nascondersi che ad attenderlo al termine della vita c'è la morte, di fronte alla quale sono possibili due atteggiamenti: o la disperazione o la rimozione con conseguente banalizzazione della vita; la seconda è quella dell'uomo che si è reso conto che la sua esistenza è un'apertura al senso che h come suo scopo l'implosione di ogni senso in occasione della morte. Rispetto alla prima forma d'angoscia "dove la vita sembra perdersi angosciosamente nel vuoto", nella seconda forma "la morte esistenziale, di fronte alla morte biologica, finisce col portare alla più completa disperazione, per cui sembra che non sia possibile altra vita se non quella che si snoda tra l'oblio e l'illusione di un vuoto non-senso"."

Dal dizionario di psicologia di Umberto Galimberti ed. Garzanti.

E' l'angoscia che conduce le interpretazioni di Filone d'Alessandria nel definire l'atteggiamento di Abramo. Abramo stesso è descritto come un uomo angosciato. Un uomo terrorizzato che il passato si ripeta: "Chi ero io, infatti, perché tu mi facessi partecipe del linguaggio, mi riconoscessi degno di una ricompensa che è un bene più perfetto di una grazia o di un dono? Non sono forse io esule dalla mia patria? Non sono forse lontano dai miei parenti? Non sono forse straniero alla mia casa paterna? Non mi hanno tutti diseredato, esule, abbandonato, privato dei diritti di cittadino? Ma tu, per me, o Padrone, sei la patria, la famiglia, la casa paterna; Tu sei il mio onore, la mia libertà di parola, la mia grande, gloriosa, inalienabile ricchezza." L'angoscia espressa da Abramo è fatta propria da Filone che la giustifica con la debolezza, la nullità, che le creature devono avere davanti al creatore.

Se l'angoscia di Abramo è quella che l'autore del racconto di Abramo vuole imporre sulle persone; l'angoscia di Filone d'Alessandria è l'angoscia di colui che crede! E' l'angoscia di colui che è stato truffato nelle proprie emozioni ed ha soggettivato, oggettivandolo, un'allucinazione, un oggetto illusorio, con la ferma intenzione di farlo diventare non solo un oggetto reale, ma un oggetto che sorregge tutta la sua realtà oggettiva. Da qui la doppia angoscia di Filone d'Alessandria; non solo è stato truffato, ma fa della truffa che ha subito oggetto reale con cui imporre illusione e allucinazione nelle persone. E' l'angoscia del nulla che guida le sue azioni per illudersi che il nulla abbia uno stato di realtà che egli chiama "dio".

Pertanto, ciò che Filone chiama "Signore" o "padrone" non è un oggetto che ricade sotto i sensi, né è un oggetto che Filone dimostra, ma è un oggetto che Filone immagina e nella sua follia ritiene che tutti concordino sulla sua esistenza e sulla sua realtà. Un soggetto, culturalmente imposto, che assume carattere di realtà oggettiva.

Solo che di oggettivo c'è solo l'angoscia di Filone di Alessandria e i suoi sforzi per giustificare l'angoscia stessa. Nell'oggettività ci sono solo le sue dichiarazioni di fede che agli orecchi del suo interlocutore, suonano come una truffa. Di oggettiva c'è la sua truffa che venendo meno ai criteri di critica fa procedere un tentativo di logica come giustificazione della sua angoscia. Allo stesso modo in cui lo schizofrenico afferma la validità delle proprie allucinazioni.

Così si diffondono i modelli sociali che riproducono l'angoscia, come fossero dosi di eroina, a persone che vengono private della loro capacità critica.

Come Abramo si annulla per parlare al suo padrone, così le persone devono essere annullate per parlare al loro padrone. Anche se non si tratta del padrone "divino" di Abramo, sempre un padrone è ed è necessario annullare le persone affinché assumano un atteggiamento adeguato per parlare al padrone! E' chiaro il concetto di libertà in Filone: "io" dice Filone "ho la libertà di prostrarmi davanti al mio dio padrone! Tu padrone mi dai questa libertà!".

Da duemila anni le indicazioni di Filone d'Alessandria sono state imposte alla società civile e alle persone che, travolte dall'angoscia, cercavano di parlare col dio con cui parlava Abramo.

Come la macellaia dell'India, quella Teresa di Calcutta che fece dell'odio sociale e dell'annientamento delle persone un motivo per difendersi dall'angoscia che la soggettivazione dell'illusione nella presenza del dio padrone le incuteva.

Una donna terrorizzata ed angosciata che sopravviveva terrorizzando le persone deboli e angosciando chiunque non fosse sufficientemente attrezzato per difendersi dalla sua violenza.

Il terrorismo psichico che destabilizzava, colpiva, massacrava, gli Esseri Umani nei loro sentimenti intimi era quello che dava gioia e che dissetava la macellaia dell'India dal fallimento della sua esistenza. Un fallimento che è tornato utile al Vaticano per aggredire e destabilizzare la vita degli Esseri Umani imponendo loro il suo dio assassino. Era nell'esercizio del suo sadismo che la macellaia dell'India, la Teresa di Calcutta, ricattava i genitori dei bambini ammalati: "O lo battezzate o vostro figlio morirà!". Lei aveva i soldi, il denaro, mentre loro vedevano il loro figlio morire e che un dio criminale, manifestazione dell'angoscia esistenziale di questa povera pazza, voleva appropriarsi come una bestia da aggiungere al proprio gregge.

Scrive il Corriere della Sera del 25 agosto 2007:

""Non trovo Cristo"

Mezzo secolo di dubbi sulla fede

Nelle lettere di Madre Teresa i tormenti più intimi

"C'è un buio terribile in me, ed è così da sempre"

Londra Cristo, ripeteva, è ovunque: "Nei nostri cuori, nei poveri che incontriamo, nel sorriso che offriamo e in quello che riceviamo". Colui che non abbandona, che riempie il vuoto. Diceva sempre così, agli altri, rassicurando chi più dubitava. Ma per lei, Madre Teresa di Calcutta, Cristo era egli steso il vuoto, "Gesù, l'Assente", colui che sempre tace. Per oltre metà della sua vita, un solo grido: "Mi hai respinto, mi hai gettato via, non voluta e non amata. Io chiamo, io mi aggrappo, io voglio, ma non c'è Alcuno che risponda. Nessuno, nessuno. Sola... Dov'è la mia fede... Perfino quaggiù nel profondo, null'altro che vuoto e oscurità Mio Dio come fa male questa pena sconosciuta... Per che cosa mi tormento? Se non c'è alcun Dio non c'è neppure l'anima, e allora anche tu, Gesù, non sei vero... Io non ho alcuna Fede, nessun amore, nessun zelo. La salvezza delle anime non mi attrae, il Paradiso non significa nulla... Io non ho niente, neppure la realtà della presenza di Dio". E si riferiva alla presenza divina più misteriosa, quella dell'ostia consacrata nell'Eucaristia, il perno della fede cattolica: ne parlava così, lei che era conosciuta come la piccola donna con la fede più grande del mondo. Spiegava agli altri, Madre Teresa: "La mia anima è in uno stato di perfetta gioia e di pace". Ma quella stessa anima, nei suoi pensieri più intimi, e anche nei giorni in cui meritava con la sua fede il premio Nobel per la Pace, la descriveva poi come "un blocco di ghiaccio", abbandonata in una "terribile oscurità", "nell'aridità spirituale", fra "le torture della solitudine": che però mai la piegarono fino a farle abbandonare la sua missione."

Torturava le persone sofferenti per soddisfare quell'angoscia profonda dalla quale non era più in grado di liberarsi: come Filone d'Alessandria, come Abramo!

Come Abramo placava la sua angoscia sacrificando Isacco al suo padrone; come Filone d'Alessandria placava la sua angoscia seminando angoscia fra gli Esseri Umani, così la macellaia dell'India placava la sua angoscia compiacendosi del dolore che imponeva fra gli Esseri Umani indifesi davanti alle sue atrocità.

Non poteva abbandonare la sua missione che le permetteva di compiacersi del dolore delle persone. Quel compiacimento era l'unica cosa che le rimaneva: godere della sofferenza altrui. Una sofferenza che non nasceva dalla sua azione, ma che con la sua azione perpetrava nelle persone che "avevano peccato" e che, quel peccato, attraverso il prolungamento della sofferenza, dovevano, per mano sua, espiare.

Sapeva di mentire: ai politici e a Wojtyla, quella menzogna piaceva.

La menzogna che scaturisce dalla patologia psichiatrica che il potere di dominio sugli Esseri Umani impedisce di individuare e che i politici utilizzano e additano ad esempio per giustificare le loro incapacità. Una patologia psichiatrica che si rivolge a chi non si può difendere. Come Abramo è disposto a sacrificare Isacco, colui che non si può difendere, così Filone d'Alessandria non si misura con i filosofi Greci, ma giustifica il suo padrone davanti a chi non è in grado di difendersi o di criticare l'attività del suo padrone. Così la Teresa di Calcutta esercita il suo sadismo nei confronti di coloro che non si possono difendere. Esattamente come i nazisti che eliminano nei campi di sterminio persone che non si possono difendere mentre l'Europa, per aiutarli, estende le leggi razziali.

Teresa di Calcutta mente!

suo dio non esiste, il suo Gesù non esiste, per lei tutto è menzogna, una menzogna che spaccia come una dose di eroina per annientare le persone derelitte. Togliere loro anche l'ultima possibilità. Rinchiusi nei suoi lager, possono solo attendere di morire: come nei campi di sterminio.

In questo modo la Teresa di Calcutta soddisfa il suo sadismo pronta a soccorrere il cardinale cattolico Pio Laghi quando viene accusato di aver collaborato a buttare le persone dagli aerei in Argentina o i feroci dittatori latino americani. Lei si compiace di gestire e prolungare la sofferenza che altri hanno prodotto. Altri diversi da lei, ma sempre cristiani e funzionali all'annientamento dell'umanità.

Scrive ancora il Corriere della Sera del 25 agosto 2007:

"Tuttavia la prova si dimostra durissima: "Il sorriso è una maschera, un mantello che copre il resto. Ho parlato come se il mio cuore fosse stato innamorato di Gesù, un amore tenero, personale, ma se lei (padre ndr) fosse stato qui, avrebbe detto: che ipocrisia!". "C'è un'oscurità terribile in me, come se ogni cosa fosse morta. Ed è stato più o meno così da quando ho cominciato il mio lavoro"; "sono nel tunnel..."; "mormoro le preghiere della comunità e mi sforzo per trarre da ogni parola la dolcezza che essa deve regalare, ma la mia preghiera in unione non esiste più, io non prego più". "Mi dica padre, perché c'è tanto buio e tanta pena nel mio cuore?"; "quando cerco di elevare il mio pensiero al cielo, è così schiacciante il vuoto, che quegli stessi pensieri ritornano come pugnali acuminati e feriscono la mia anima. Mi vien detto che dio mi ama. E tuttavia la realtà dell'oscurità, e del freddo e del vuoto, è così grande che nulla tocca la mia anima. Che abbia fatto un errore nell'arrendermi così ciecamente alla Chiamata del Sacro Cuore?"

E' la manifestazione del bisogno di sadismo con cui riempire la propria "anima" di emozioni, di piaceri, che la vita gli ha negato per le scelte che ha fatto.

La Teresa di Calcutta andava curata in un ospedale psichiatrico dalla sua patologia ossessiva anziché consentirgli di placare la propria angoscia danneggiando la vita di altri individui indifesi e le società civili. Come Abramo era solo un povero pazzo angosciato e terrorizzato dal suo dio, così Filone era angosciato dal fatto che il suo dio fosse tanto emarginato. La macellaia dell'India era angosciata per l'incapacità di vivere. Un'incapacità che ha consentito al Vaticano di manipolarne la psiche anche sottoponendola con la violenza ad un esorcismo.

Dunque, una vittima che diventa aguzzino.

Ridurre le persone a fango e cenere, come vuole Filone, perché solo in quel momento la creatura incontra il suo creatore: il torturato incontra il suo aguzzino!

Marghera, 29 agosto 2007

 

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Il male assoluto e la distruzione del divenire dell'uomo

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Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

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Definire il Male

Il Male non è un oggetto da definire in quanto tale, ma è un insieme di azioni, di situazioni e di doveri morali imposti che distruggono il divenire della persona. Non si reagisce a chi produce il Male come insieme, ma si reagisce a mano a mano che del male si percepiscono gli effetti e gli intenti sulla nostra struttura psico-emotiva: il dio dei cristiani, Gesù e l'ideologia ebraica sono il Male Assoluto quando quell'ideologia viene veicolata nella società civile.