Riflessioni sul Mito
sull'età mitica
sull'uomo che esprime la visione mitica della realtà

Il mito come metodo di interpretare la realtà

di Claudio Simeoni

Discorsi sull'Orfismo

L'uomo del Mito

 

Ho ricevuto un'e-mail in risposta ad alcune osservazioni a proposito di una citazione tratta dal libro "La verità del mito" di Kurt Hubner e questa e-mail mi ha spinto a sviluppare alcune riflessioni sulla realtà del mito nell'epoca attuale.

Le riflessioni hanno lo scopo di dimostrare la realtà del mito come elemento fondante la nostra esistenza e come, senza il ritorno all'età del mito, non ci sia nessuna possibilità di sviluppo per l'uomo moderno.

Le riflessioni sono legate ad affermazioni che chi rispondeva alla mia e-mail ha fatto.

DICI: Il mito è la fase in cui gli oggetti dominano la mente trascinandola verso di sé, suggestionandola, catturandola, inducendola a riconoscer loro un potere autonomo - che pure hanno in concreto, ma che vien loro riconosciuto come *esclusivamente* autonomo. La mente, in questa fase, è in soggezione degli oggetti (in senso più lato: dei fenomeni), è soggiogata dal loro potere. Come nella prima infanzia.

Questo è un modo di concepire il Mito oppure, se si preferisce, è un modo per concepire la mitizzazione della ragione che viene a formarsi nell'età infantile e che si evolve nel corso della crescita.

Quando ci riferiamo al Mito della Antiche Religioni non ci riferiamo ad un "infantilismo" dell'umanità.

Mettiamo un po' a posto gli elementi del discutere.

L'UOMO.

L'uomo è la sedimentazione delle proprie azioni manifestate da ogni scelta che, generazione dopo generazione, venne fatta fin da quando la prima Coscienza di Sé si manifestò in quello che oggi viene definito "brodo primordiale".

Quando noi parliamo dell'Essere Umano che elabora i Miti delle Antiche Religioni noi abbiamo esattamente lo stesso Essere umano che c'è ora con una diversa capacità di leggere e descrivere la realtà nella quale è immerso. Un diverso modo, non un "prima e un dopo".

IL MONDO SOCIALE E LA NATURA.

Tutto il mondo in cui l'Essere Umano nasceva era descritto e definito all'interno del mito. Il Mito era al tempo stesso manifestazione del mondo e manifestazione dell'individuo nel mondo.

L'UOMO D'OGGI

L'uomo d'oggi vive la contraddizione fra ragione e superstizione; fra il reale che definisce scientificamente e il favolistico che gli permette di uscire dai canoni scientifici nelle sue asserzioni sulla realtà del mondo. Pertanto, l'uomo moderno applica al mito antico le categorie del mondo moderno. Finisce per relegare il mito antico nella favolistica e nella superstizione. Come se fosse un bisogno dello spirito o la manifestazione di bisogni infantili espressi in un contesto scientifico che viene contrapposto come adulto. Quando l'uomo moderno guarda agli antichi tende ad applicare le sue stesse categorie di giudizio. Crono divora i suoi figli e l'uomo moderno tende ad interpretare quella azione secondo le categorie moderne (letterali, simboliche, psicologiche ecc.). Solo che le categorie moderne attraverso le quali l'uomo interpreta quanto è rimasto del mito non sono espressione, manifestazione o derivazione dalle categorie mitiche, ma sono categorie che si forgiano partendo dal Rinascimento Italiano all'interno di un'oggettività assolutistica cristiana.

 

Il vero problema che noi abbiamo di fronte è l'uomo!

Se da un lato pensiamo che la realtà che ci circonda sia interpretabile in vari modi, tendiamo a considerare l'interprete sempre come una costante.

L'uomo che guarda il mondo è una costante? Intendo dire che la realtà del mondo si manifesta in sé, ma l'uomo la recepisce sempre allo stesso modo? L'uomo interpreta in maniera diversa la realtà del mondo, questo è assodato. Ma l'uomo percepisce SEMPRE allo stesso modo la realtà del mondo? Dal momento che io ho gli occhi e tu hai gli occhi: vediamo la stessa cosa quando guardiamo lo stesso oggetto?

Nel corso della storia la Stregoneria, da quando nacque nell'800, mise a punto varie strategie che permettessero all'individuo di penetrare la realtà nella quale viveva. La Stregoneria sostiene che quando gli Esseri Umani guardano gli oggetti questi penetrano gli oggetti in maniera diversa a seconda delle scelte soggettive fatte dall'individuo cui quegli occhi appartengono. Questo non significa che cambia la realtà che mi si presenta, significa che fenomeni relativi alla realtà che alcuni individui scartano, altri li considerano nel definire quella realtà. Significa che alcuni fenomeni assumono un carattere diverso a seconda che a percepirli sia una persona anziché un'altra. Questo significa che la realtà non varia, ma varia la capacità e la possibilità degli individui di incontrare la realtà nella quale sono immersi, di mettere in essere delle azioni in essa e di rappresentare quella realtà affinché diventi patrimonio comune degli individui.

Ciò che la Stregoneria afferma i laboratori scientifici, in questi anni, lo hanno dimostrato: date le scelte soggettive viene a modificarsi la struttura sinapsica e la struttura neuronale dell'individuo!

Il Mito delle antiche religioni non è la visione fantastica della realtà fatta da popoli "primitivi", ma è un modo per descrivere e interpretare la realtà che necessita di strutture neuronali e strutture sinapsiche diverse per essere compresa.

Si possono fare due esempi estremi: mio nonno, essere unicellulare, che si muoveva in un ipotetico "brodo primordiale" non aveva occhi, ma interpretava il mondo mediante il suo agire nel mondo. Quando mio nonno comunicava ad altri il suo agire nel mondo e le sue necessità la sua comunicazione e il suo modo di comunicare erano propri del suo divenuto. Per contro se ipotizzo di avere 10 sensi, anziché cinque o di usare i cinque sensi che ho in modo diverso da quello considerato usuale, il mio agire nel mondo e l'agire del mondo nei miei confronti sarebbe interpretato e comunicato in maniera differente: la realtà del mondo è sempre quella sia che io la voglia concepire (ad esempio) come materia o come campi di energia.

Dal momento che il mito è un sistema completo attraverso il quale interpretare la realtà oggettiva, la realtà oggettiva è l'elemento comune fra quanto descritto dal mito e quanto descritto dalla filosofia prima e dalla scienza oggi.

La realtà oggettiva è l'oggetto che attraverso il suo agire un soggetto interpreta, ma il modo di interpretare, descrivere e trasmettere è proprio del DIVENUTO del singolo soggetto che tale realtà comunica.

Ciò che il mito antico comunica si può ancor oggi inserire nel modo moderno di vedere la realtà del mondo e di interpretarla, ma l'uomo che ha elaborato il mito è sparito e con esso la capacità di descrivere il mondo mediante il mito.

Ciò che non è sparita è "quell'organizzazione sinapsica e neuronale" che può descrivere il mondo mediante le categorie degli antichi miti. Ciò che non è andata perduta è la nostra capacità soggettiva di penetrare il mondo in maniera diversa dalla forma e dalla qualità descritta dalla ragione. In altre parole, gli oggetti in sé manifestano una quantità e una qualità di fenomeni più di quanto la mia ragione è disposta a riconoscere loro; una diversa organizzazione sinapsica e una diversa struttura neuronale riconosce una diversa quantità e qualità dei fenomeni provenienti dal mondo e organizza in maniera diversa la propria descrizione del mondo.

Faccio un esempio preso dalla storia della Stregoneria e confermato e descritto, sia pure in maniera diversa, dalla ricerca scientifica in questi ultimi mesi.

Come faceva l'uomo "primitivo" a sapere che quella pianta gli avrebbe lenito i dolori del suo mal di pancia? Si è sempre parlato di scienza empirica. Provando, sperimentando, l'uomo imparava. Provate un po' a pensare, un uomo nella savana col mal di pancia non ha molti mesi a disposizione per trovare un rimedio. Il problema si risolveva quando il problema si poneva. Il discorso empirico non regge. Regge invece il discorso della Stregoneria: c'è una sorta di empatia fra tutti gli Esseri della Natura. Dato un problema, una tensione (il mal di pancia) che emerge nell'uomo, qualcosa nell'uomo gli dice che quell'erba, quel frutto, quella pianta, quella parte di animale è funzionale a risolvere la sua tensione. La Stregoneria costruisce un cammino virtuoso per portare, per quanto le è possibile, l'uomo ad ascoltare l'intuizione che emerge dentro di lui. La scienza, in questi mesi, ha rilevato che nello stomaco dell'Essere Umano esiste un vero e proprio cervello composto dal 20% di neuroni rispetto al cervello che abbiamo in testa!

Pertanto, ciò che affermava la Stregoneria è del tutto logico. Se io riesco a riprendermi la capacità di mettere in atto quel 20% di cellule neuronali e di farle interagire con il cervello centrale ho di fatto una descrizione della realtà assolutamente diversa da quella che avevo mentre ignoravo quel cervello.

Rilevo una realtà MITICA!

Rilevo le assonanze fra le tensioni che emergono dentro di me e il mondo in cui vivo.

Comunque io descrivo quelle assonanze questa descrizione è MITICA. Ed è mitica perché le assonanze che io descrivo sono LE MIE ASSONANZE COL MONDO. Dunque una REALTA' SOGGETTIVA; una descrizione soggettiva quale risultato di un agire soggettivo.

Ma che cos'è che caratterizza il MITO? Non è l'oggetto descritto, ma l'azione dell'oggetto descritto nel mondo attraverso le cui azioni costruisce le assonanze con le mie azioni.

Il MITO descrive l'agire. L'agire sia dentro di me che fuori di me! Un agire che viene percepito come una mia azione o come azioni che mi sono estranee anche se partono da me; un agire del mondo che mi giunge che può essere relativo ad oggetti identificati o a loro fenomeni che appaiono alla mia percezione come oggetti agenti in sé.

Questo è il MITO!

DICI: Il mito nasce da una miscela di senso di impotenza - di impossibilità di controllo - degli eventi naturali, e da un senso di ammirazione, di meraviglia.

Cosa ti conduce a credere che sia così?

Ecco, l'uomo è creato ad immagine e somiglianza del suo dio padrone.

Ecco l'uomo è cacciato dal paradiso terrestre.

Ecco l'uomo si aggira per il mondo nell'infanzia della sua esistenza.

Partendo da queste premesse è corretto quanto dici: "Il mito nasce da una miscela di senso di impotenza - di impossibilità di controllo - degli eventi naturali, e da un senso di ammirazione, di meraviglia."

Ma non è così!

L'Essere Umano è divenuto con tutti gli altri Esseri della Natura. Si è trasformato sfida dopo sfida, generazione dopo generazione. Con tutti gli Esseri della Natura ha costruito le proprie empatie. Per centinaia di milioni di anni NON HA MAI AVUTO UN SENSO DI IMPOTENZA! Cosa ti porta a credere che nell'età del mito l'Essere umano abbia perso la sua forza propositiva che lo ha portato ad evolversi come specie generazione dopo generazione?

Cosa ti fa credere che l'Essere Umano sia impotente davanti agli eventi della Natura? Non che davanti a questi il singolo individuo potesse soccombere, ma né più né meno che gli Esseri di ogni altra specie.

Io capisco che oggi come oggi, l'Essere Umano che vive nella città abituato a risolvere i propri problemi attraverso la struttura tecnologica abbia perso l'empatia fra sé e il mondo. Abbia perso i caratteri culturali che lo legavano al mondo in cui viveva. Ma questo non ci autorizza a pensare che gli antichi fossero separati dal mondo in cui vivevano. Prova ne sia che noi siamo il prodotto delle loro strategie d'esistenza.

Ci fu un tempo in cui quegli Esseri Umani descrissero le strategie della loro esistenza e le loro scoperte scientifiche attraverso il mito.

Posso affermare che il mito è un linguaggio che l'uomo monoteista non comprende, ma non per questo è un linguaggio infantile. Forse, potrebbe essere, che sia il linguaggio moderno che ha costretto l'umanità ad una sorta di regressione intellettuale e fisiologica. Una regressione dalla quale tenta di emergere mediante la scienza.

L'umanità ebbe inizio in un giorno in cui il primo Essere della Natura prese coscienza di sé stesso e iniziò il lungo percorso di trasformazione della Natura, delle Specie al suo interno fino all'Essere Umano. L'età del Mito è un'età che si perde nella memoria della vita; l'età della ragione ha poche centinaia di anni ed emerge dall'età della superstizione che da Socrate al rinascimento ha dominato la vita degli Esseri Umani.

Torno a ripetere: comprendo l'impotenza dell'uomo moderno che ha reciso i legami fra sé e il mondo e che pensa a sé stesso come creato ad immagine e somiglianza del dio padrone, ma non si può piegare l'uomo del Mito all'uomo monoteista. Esattamente come i Gesuiti parlavano della filosofia dell'India e della Cina come una sorta di primitivi selvaggi.

DICI: A queste proprietà ingestibili e meravigliose viene dato un volto, una volontà appunto autonoma: si assegna loro qualcosa che è proprio dell'osservatore ma non è ancora riconosciuto. Un'identità.

Dobbiamo ancora definire che cos'è il Mito!

Proviamo a definire che cos'è il MITO!

Innanzi tutto dobbiamo dire che il Mito è quanto viene descritto nella ragione!

Che cos'è la ragione?

E' la capacità dell'Essere Umano di descrivere il mondo in cui vive, quantificarlo, misurarlo e, attraverso questo, comunicarlo ad altri Esseri Umani. La ragione è la capacità di usare i sensi per descrivere LA FORMA DEGLI OGGETTI DEL MONDO. Descrivere completamente e compiutamente il mondo, come fa la scienza e la scienza matematica in particolare, è un modo per conoscere e padroneggiare il mondo.

Questo è effettivamente un modo infantile di vivere ed agire nel mondo. Questo modo consente all'Essere Umano di costruire bombe atomiche, ma lo rende cieco rispetto a quando deve o non deve schiacciare il bottone per farle esplodere.

Il Mito è l'irruzione nel mondo della ragione di un modo diverso che avevano gli Esseri Umani (e ancora hanno) di relazionarsi col mondo in cui vivevano. Gli oggetti del mondo non esistono perché hanno una forma, ma esistono solo perché sono in grado di fare delle azioni atte ad incidere sulla realtà. E sono le azioni che terminano la qualità dell'oggetto e non la sua forma. Le azioni che si esprimono qualificano l'oggetto e l'oggetto esiste solo nella misura in cui agisce e sono le azioni che ne determinano la sua esistenza e la sua sostanza.

Le azioni sono sempre portatrici di volontà e intelligenza! Ad azione uguale corrisponde uguale intelligenza ed uguale volontà. Nel descrivere il mondo in cui viviamo attraverso le azioni queste non hanno nomi, non hanno definizioni, non hanno qualità né quantità. Un'azione incide più o meno profondamente l'insieme in cui si esprime in base al suo Intento, alla Volontà che esprime e all'intelligenza che manifesta.

Questo modo di leggere e vivere il mondo è proprio degli Esseri della Natura. Ed è proprio degli Esseri Umani nelle loro fasi evolutive. La ragione è estranea all'evoluzione; solo recentemente si è appropriata degli Esseri Umani.

Lasciamo perdere il processo di trasformazione psichica degli Esseri Umani per cui la ragione ha avuto il sopravvento nell'Essere Umano imponendo il suo sistema con cui costringere l'Essere Umano a relazionarsi col mondo: ne prendiamo atto, altrimenti il discorso si fa' lungo.

Il Mito non può essere compreso mediante le immagini, ma mediante le azioni che esprime. Le immagini che il Mito rappresenta nella nostra ragione E' LA MEMORIA DELL'AGIRE. E' LA MEMORIA DELL'AZIONE ATTRAVERSO LA QUALE VENGONO QUALIFICATI GLI OGGETTI DELLA RAGIONE.

DICI: A queste proprietà ingestibili e meravigliose viene dato un volto, una volontà appunto autonoma: si assegna loro qualcosa che è proprio dell'osservatore ma non è ancora riconosciuto. Un'identità.

Facciamo un esempio. Un'immagine mitica conosciuta da tutti: PROMETEO!

Chi è Prometeo? Chiede la ragione!

Che cos'è Prometeo? Chiede l'azione!

Prometeo è la conoscenza; la CONOSCENZA che agisce!

Parlando nei termini della ragione la conoscenza è manifestazione di oggetti del mondo, cercata dagli oggetti del mondo, definita dagli oggetti del mondo. Per la ragione ciò che conta è la forma dell'oggetto che manifesta delle azioni che noi definiamo ricerca di conoscenza o una dilatazione di sé che noi identifichiamo come manifestazione del suo conoscere e pertanto delle strategie di dilatazione che il soggetto mette in atto.

Nei mondi dell'azione le cose non stanno così.

La Conoscenza è oggetto in sé! E' consapevolezza di sé che io vedo quando la Conoscenza si manifesta. Che la conoscenza si manifesti mediante oggetti io riconosco la manifestazione della Conoscenza, i suoi effetti, ma non gli oggetti che la manifestano. La Conoscenza, nel mondo dell'azione, si esprime in sé e per sé al di là dell'oggetto che nel mondo della ragione identifico quale agente che la manifesta.

Prometeo ruba il fuoco agli DEI! Ogni Essere figlio di Hera, la Natura, ruba il suo fuoco di eternità agli DEI. Se non lo fa è destinato a fallire nella sua esistenza. Ogni Essere si fa Prometeo. Solo che ciò che io vedo nel mondo dell'azione altro non è che un Prometeo che in un eterno presente continua a rubare il fuoco della Conoscenza per fondare il proprio cammino nell'eternità.

Così, quando racconto nella Ragione il Mito questo assume una forma: una forma che gli da' la mia ragione. Il mondo dell'azione, mediante la forma che la ragione impone, invade il campo della ragione. Manifesta un principio che deve essere imitato dagli Esseri per costruire la loro esistenza: rubare la conoscenza per dilatare sé stessi nell'oggettività! Rubare la scintilla divina a chi quella scintilla divina detiene e può alimentare. L'atto del "rubare" è un atto di volontà soggettiva, di appropriazione soggettiva. Il Leone ruba la gazzella che si mangia: ha messo in atto le proprie strategie. Non distrugge la specie delle gazzelle, ha alimentato sé stesso e, attraverso sé stesso, la propria specie. La Conoscenza si esprime sempre con un atto di violenza negli Esseri e gli Esseri INCATENANO la conoscenza dalla quale si alimentano: Zeus stesso attraverso l'aquila che divora il fegato a Prometeo.

Il mito è il mondo dell'azione che irrompe nel mondo della ragione.

Che poi la ragione elabori milioni di forme e milioni di situazioni per le proprie esigenze è un altro discorso. Solo che questo è il mito.

Un tempo gli Esseri Umani vedevano il mondo attraverso le azioni; oggi lo leggono mediante la forma. Solo che le azioni sono alla base della struttura evolutiva, sono alla base della vita e la ragione non può negare il mito, tenta di appropriarsene, dargli una forma, gestirlo per i suoi scopi, ma se l'uomo non torna a vedere il mondo per le azioni che nel mondo avvengono non saprà riprendere la propria storia evolutiva.

Per questo gli Esseri Umani non possono dimenticare il mito e ci aggrappiamo al mito che ancora conosciamo in quanto, quanto ancora ricordiamo, ci apre le porte per la lettura del mondo in cui viviamo.

Quando io ho iniziato a definire il dio dei cristiani "Il macellaio di Sodoma e Gomorra" non era per offenderlo, ma per tornare a leggere la vita attraverso le azioni: gli oggetti esistono solo per le azioni che compiono. Le azioni sono sostanza, oggetto materiale, non la forma che la ragione attribuisce loro.

DICI: Successivamente, via via che si prende possesso della propria capacità di influire sui fenomeni in modo sempre più esteso, mentre si smitizzano i fenomeni stessi - si attenua la meraviglia e si constata di possedere una certa pur limitata capacità nella loro gestione, - si prende anche coscienza di sé come interpreti sempre più efficaci dei fenomeni e dei loro meccanismi.

Parliamo dell'uso del mito in una società senza la scrittura.

La scrittura nasce in epoca "moderna" quando le relazioni fra i popoli obbligano i "commercianti" ad elaborare una contabilità. Oggi come oggi siamo abituati a scrivere. Siamo circondati da libri e manuali. Solo che noi dobbiamo guardare agli Antichi per come gli antichi costruivano la loro vita.

Il mito che nasce prima dell'introduzione nelle società della scrittura ha una peculiarità che la scrittura non ha. Il mito fornisce il MODELLO di riferimento non la norma. Il modello viene interpretato dalla persona, la norma obbliga la persona.

Io ho impiegato circa quindici anni per penetrare, come oggi faccio, il Mito della Grecia Antica eppure il modello che la Grecia Antica mi presentava era sempre lo stesso. Le leggi di Hammurabi non sono interpretabili: data quella legge, data quella situazione, quella è la pena. Capisco che oggi si tende ad un uso personale e soggettivo delle norme, ma questo non è un argomento che voglio in questa situazione trattare.

Ciò che è scritto è fissato: ciò che viene raccontato necessita dell'interpretazione di chi ascolta. Chi ascolta, a sua volta, mescola quanto ha ascoltato con altri miti e a seconda dei principi e delle idee che vuole tramandare alle generazioni successive manipola il mito. Così, per esempio, il mito di Zeus, del diluvio e di Deucalione può essere scritto quando il mito greco incontra il mito mediorientale. Esiodo nella Teogonia non parla assolutamente di ciò.

Il Mito, come storie raccontate, serve per trasmettere alla società i principi sociali. I principi morali.

Proprio la possibilità della modificazione del mito nel passaggio fra una generazione ed un'altra permette l'introduzione di variabili funzionali che troviamo in alcune culture e non in altre. Dumezil ha dimostrato, penso in maniera abbastanza soddisfacente, che il mito dei Veda è il Mito che fonda Roma Antica.

Il Mito ha la sua origine nella tradizione orale delle antiche civiltà.

Il Mito forgia gli individui che si identificano in Zeus, Dioniso, Apollo, Eracle, Giunone, Demetra, Hermes ecc. ecc.

Quella che nelle religioni monoteiste sarà: l'imitazione del dio!

Pertanto, quando parliamo degli Antichi Miti dobbiamo tener presente che attorno al mito si fondavano le comunità degli uomini. La loro scienza, la loro comprensione della realtà del mondo e le esigenze di istruire i loro figli affinché fossero in grado di affrontare il loro futuro.

Il mito come rappresentazione dell'azione, come mitizzazione dell'agire e dell'operare, spingeva le persone sociali ad agire e operare in corrispondenza delle indicazioni del mito.

La scrittura si presenta a poco a poco sulla scena della storia.

Prima si mette al servizio del mito e poi, con la fondazione della filosofia, scalza il mito che viene relegato alla sfera religiosa.

La scrittura può affermare e dilungarsi nelle spiegazioni. Queste restano nel tempo e vengono tramandate. Però la filosofia va alla ricerca del vero, ma solo del vero di cui si può parlare. Oltre quello che viene descritto, per la ragione che si esprime mediante la scrittura, si apre il campo della follia. Solo con Freud la scrittura potrà affrontare ciò che la filosofia temeva: l'inconscio umano. E facendolo mettere termine all'assurdo con cui fantasticava: il principio creatore e le finalità della vita. Cosa che il Mito aveva superato da millenni!

Un esempio? La triade dell'antica Roma Liber-Libera-Cerere come manifestazione mitica del concetto di contraddizione che costruisce la vita! Soggetto-Oggettività-Divenire appartiene alla filosofia degli ultimi secoli!

La ragione ha riportato l'uomo ad una sorta di infantilismo imprigionandolo nella superstizione che la scienza faticosamente tenta di rimuovere senza però essere in grado di entrare nella struttura psicologica profonda delle persone: là, in quel Tartaro, si muovono i Titani e contro di loro possono agire SOLO gli Dei Olimpi, non certo gli spicanalisti.

Per questo motivo l'Essere Umano deve tornare alla sua maturità evolutiva riprendendo la via del mito. Il Mito non dice all'essere Umano la composizione chimica del Sole, ma gli indica la via del coraggio attraverso il quale affrontare la sua quotidianità.

Il Mito appartiene alla maturità dell'Essere Umano. La ragione è uno strumento di cui ci serviamo per vivere, ma quando l'Essere Umano si concede ad essa può sviluppare la scienza, ma gli incubi della superstizione lo rendono schiavo (le fabbriche di Prozac ringraziano)!

Il Mito è una penetrazione soggettiva nella realtà vissuta dall'individuo. In quella realtà l'individuo mette in atto le sue azioni e pertanto, si può dedurre che proprio perché mette in atto le sue azioni l'individuo sia in grado di padroneggiare la realtà o parte della realtà nella quale vive. La dicitura "azioni di riflesso" è una dicitura usata dalla scienza quando constata delle azioni da parte di un soggetto a stimolazioni esterne e non è in grado di valutare e considerare la volontà e l'intelligenza del soggetto che mette in essere quelle azioni e, d'altro canto, la scienza non ha la visione MITICA della vita per cui il fatto stesso che esista un'azione (che lei chiama di riflesso) significa manifestazione di volontà ed intelligenza.

QUANDO DICI: Successivamente, via via che si prende possesso della propria capacità di influire sui fenomeni in modo sempre più esteso, mentre si smitizzano i fenomeni stessi - si attenua la meraviglia e si constata di possedere una certa pur limitata capacità nella loro gestione, - si prende anche coscienza di sé come interpreti sempre più efficaci dei fenomeni e dei loro meccanismi.

Manifesti una separazione del soggetto dai fenomeni. Sia dai fenomeni che lui stesso manifesta sia nei confronti dei fenomeni che dal mondo giungono al soggetto. Che la scienza padroneggi la formula chimica dell'acqua è un fatto di questo secolo; che l'acqua sia la fonte della vita è un fatto scientificamente provato e accettato. Ciò non toglie che la vita sia un fatto mitico e il mito racconta la vita stessa. Anche se la scienza ha ridotto l'acqua in una formula fisica non ha cessato di manifestare la sua meraviglia nei confronti dell'acqua.

Siamo davanti ad un'anomalia e a pessimi sviluppi di quanto dici.

Quando i fenomeni vengono smitizzati sono ridotti a puri oggetti muti in balia dell'osservatore. Questi, quando ne ha la forza, li priva del loro numinoso e li riduce a strumenti nelle sue mani. Così gli Esseri Animali non hanno intelligenza né Coscienza, sono ridotti ad oggetti: ottimi per i laboratori di vivisezione! Le piante non hanno Coscienza né intelligenza: buone per la legna! Gli uomini di questa o quella razza, di questo o quel ceto sociale non hanno intelligenza: buoni per il campo di sterminio!

E quando "si constata di possedere una certa pur limitata capacità di gestione" si immagina qualcuno che abbia una capacità di gestione illimitata: si immagina un Dio padrone! "Io (che ho una capacità di gestione limitata) e il dio padrone (che ha una capacità di gestione illimitata) siamo forti e se non riconoscerete il nostro potere vi mettiamo al rogo!"

Così, quando i meccanismi non sono compresi dalla persona, ecco inventarsi l'intervento del demonio, dell'angelo e di qualche forza occulta al fine di privare i fenomeni della loro volontà e della loro intelligenza. Per negare la realtà del fenomeno si invoca la superstizione: niente male come passaggio!

DICI: Il centro focale dell'attenzione non è più "di fuori", catturato dai fenomeni, ma si sposta sempre più verso il "centro" dell'osservatore che, attraverso l'interpretazione, acquisisce capacità di gestione - perlomeno di sé nell'ambito dei fenomeni, se non dei fenomeni in sé (ma sempre più anche dei fenomeni). Si ha una sorta di modifica delle proporzioni o prospettive psichiche, in termini relativi: il peso psichico del fenomeno decresce mentre il peso psichico di sé interprete e gestore acquista consistenza.

Interessante questa affermazione che viene giocata a tre livelli: i fenomeni, l'osservatore e l'osservatore che osserva fenomeni e osservatore!

La capacità di interpretare i fenomeni è indipendente dall'effetto che i fenomeni hanno sull'osservatore. Il fenomeno è un'azione che giunge ad alterare la staticità di un soggetto. Una volta che la staticità di un soggetto viene alterata questi vi punta la propria attenzione che sarà focalizzata sul fenomeno stesso. Fenomeno e soggetto formano una diade di reciproca inferenza e la capacità da parte del soggetto di interpretare sia la diade che l'inferenza è data dalla coscienza con cui il soggetto penetra il fenomeno collocandolo nell'insieme che lo manifesta e nella sequenza delle trasformazioni che lo hanno portato ad esprimersi.

Fenomeni mi giungono dall'Essere Zanzara. Quei fenomeni, per la mia ragione, sono la zanzara. La zanzara è solo i fenomeni che giungono a modificare la mia indifferenza rispetto alla zanzara e sulla zanzara punto la mia attenzione. Fra me e la zanzara si costruisce una diade in quanto i fenomeni della zanzara interferiscono con il mio agire. Ciò che da me giunge alla zanzara è un fenomeno sotto forma di uno schiaffo che la stampa sul muro. Pertanto la diade, in questo caso è rappresentata da zanzara che punge e schiaffo che appiccica al muro. L'osservatore esterno della diade vede solo questo!

Però, come dietro al mio schiaffo che appiccica sul muro c'era intelligenza, proposito e intento, così dietro l'azione della zanzara c'era intelligenza proposito e intento. Io conosco, con la mia ragione, l'intelligenza, il proposito e l'intento per cui ho dato quello schiaffo, ma la mia ragione non è in grado di riconoscere l'intelligenza, il proposito e l'intento della zanzara e la scienza stessa (che altro non è che una forma di ragione) quando lo ha individuato ha definito il fare della zanzara un atto riflesso. Il Mito, a differenza della Ragione, riconosce l'intelligenza, il proposito e l'intento della Zanzara che diventa, nel Mito, l'Essere Zanzara: un figlio dell'Essere Natura che tenta di trasformarsi in un dio usando le proprie determinazioni e la propria volontà. Il Mito porta il soggetto ad andare oltre al fenomeno che si presenta, ad esplorare l'insieme di cui il fenomeno è manifestazione, gli effetti prodotti dal fenomeno, i propositi del fenomeno. In altre parole L'INTELLIGENZA DEL FENOMENO!

Il Mito può penetrare gli oggetti; la ragione li viviseziona!

Il Mito porta gli individui a fagocitare gli oggetti e a trattare i fenomeni come oggetti; la ragione separa gli individui dai fenomeni e dagli oggetti e tenta di impadronirsi sia degli oggetti che dei fenomeni.

Il Mito porta l'individuo a vivere nel mondo; la ragione separa l'individuo dal mondo.

Ed è a questo punto che stai preparando la distruzione dell'uomo quando dici che: "Si ha una sorta di modifica delle proporzioni o prospettive psichiche, in termini relativi: il peso psichico del fenomeno decresce mentre il peso psichico di sé interprete e gestore acquista consistenza." Un fenomeno "decresce" perché? Decresce il fenomeno o l'impegno dell'individuo nella relazione col fenomeno? Il fenomeno lo dobbiamo sempre considerare come una costante, ciò che viene a variare è la posizione del soggetto nei confronti del fenomeno. Se io mi pongo davanti al fenomeno considerandolo manifestazione di intelligenza, propositi e intenti mantengo una relazione psichica, ma se considero quel fenomeno come privo di intelligenza, scopi o intenti mantengo un'altra relazione psichica. Nel primo caso costruisco una relazione, nel secondo caso distruggo il fenomeno in quanto questo è puro oggetto (come le persone nei campi di sterminio). "Sé interprete e gestore" significa "Sé padrone e gestore" che acquista consistenza a discapito della relazione fra sé e il fenomeno. E' un po' come con l'Essere Natura. Si è abbandonata la relazione con essa per decidere di "interpretarla a gestirla". E' un po' come nel razzismo. Si abbandona la relazione con quella razza o quell'etnia per decidere di "interpretarla e gestirla".

La distruzione del Mito porta alla distruzione dell'Essere Umano!

DICI: Tutto ciò, come dicevo, lo si vede durante il processo di crescita di ciascuno. Ma, nel ridimensionamento del peso psichico dei fenomeni e di sé-osservatore-gestore, compare anche il principio di unità di cui parla Hubner. Compare nel senso che una maggiore centratura su di sé da parte dell'osservatore lo rende consapevole del fatto che il processo interpretativo è uno, e che tutti i fenomeni che osserva è mediante questo solo strumento che egli li interpreta e che perviene alla loro gestione. Essi, alla fine, rientrano tutti, in una forma o nell'altra, nell'area di sé-interprete-volontà. E questo è uno sbilanciamento in senso opposto: dalla soggezione si transita verso la presunzione.

Tutto ciò che si vede nei processi di crescita è l'adeguamento degli individui alle sollecitazioni del mondo sociale in cui crescono.

All'interno del processo di adattamento soggettivo alle variabili oggettive assistiamo ad un passaggio psichico di un individuo che da Essere attrezzato per affrontare i fenomeni (le contraddizioni) del mondo in cui vive si trasforma in un soggetto che pretende di possedere e gestire i fenomeni attraverso la proiezione di sé sui fenomeni.

Questo non è un processo di crescita di un soggetto, ma è la risposta del soggetto alle richieste che l'oggettività in cui nasce impone al soggetto stesso. Il soggetto si adatta a quanto l'oggettività richiede da lui. Mentre il soggetto che si attrezza per affrontare la realtà non pretende che la realtà sia come egli vorrebbe che fosse; il soggetto che pretende di interpretare la realtà, di gestirla, necessita di una realtà SEMPLICE, dispiegabile con facilità. Mentre chi pratica il Mito concepisce la complessità del mondo e si attrezza per penetrarlo, chi riduce la realtà (e i suoi fenomeni) a sé altro non fa che proiettare sé stesso sulla realtà. Così i fenomeni che percepisce cessano di essere ciò che sono per trasformarsi in fenomeni che sono ciò che l'osservatore vuole che siano.

Nel processo di de-maturazione dell'individuo si ha il passaggio dall'individuo che si attrezza per affrontare la realtà all'individuo che immagina la realtà ad immagine di quanto la sua mente è in grado di proiettare.

Non è che il processo per interpretare la realtà sia uno, ma egli vuole ridurre tutti i fenomeni del reale ad un'unità per poterli padroneggiare meglio, spiegarli, descriverli, soddisfare la sete di onnipotenza della sua ragione.

Lo strumento, di cui quest'individuo si serve, è il possesso. Padroneggiare il fenomeno significa che quando il fenomeno non può essere spiegato in sé e nell'oggettività in cui si esprime, deve essere ricondotto al proprio immaginato. Deve essere inserito in uno schema ben preciso.

Questo è ricondurre all'unità. Qual è l'arché del presente? I presocratici dicevano l'acqua o il fuoco, o l'aria ecc. ciò che non volevano vedere erano le infinite cause che hanno concorso a far si che il presente del mondo si sviluppasse per quello che è ora. Ma ne avevano gli strumenti? Il problema non erano gli strumenti di indagine sul divenuto della realtà presente. Il problema sta nella domanda che sorse in loro e che li spinse a manifestare quella risposta: la necessità di ridurre tutto l'esistente quale manifestazione di un arché!

Questo arché diventa la risposta a tutto l'esistente e alle sue trasformazioni. Diventa il modello a cui si riducono i fenomeni o si interpretano i fenomeni: ridurre la realtà al movimento più semplice affinché non venga turbata l'onnipotenza dell'osservatore dalla complessità e complessività dei fenomeni che gli giungono. La realtà fenomenologica viene così ridotta dall'osservatore annullando la percezione soggettiva dei fenomeni e dunque limitano la necessità soggettiva di indagine nei confronti dei fenomeni stessi.

Anziché essere in presenza di un guerriero della vita che si destreggia in mezzo ai fenomeni dell'esistente siamo in presenza di un individuo che si atteggia ad onnipotente e che, per farlo, riduce la propria capacità soggettiva di percepire i fenomeni e tenta di distruggere la propria capacità di indagine nei confronti dei fenomeni. Non solo non indaga sui fenomeni, ma dei fenomeni che percepisce "presume che...". Da qui la nascita della superstizione quale manifestazione suggestiva del soggetto che ritiene sé stesso padrone dei fenomeni del mondo in cui vive.

Alla fine del processo di trasformazione siamo in presenza di un individuo che è transitato nella presunzione. L'individuo che è transitato nella presunzione si gira indietro e afferma: "ma prima ero in soggezione!". Ma la presunzione non elimina la soggezione. Infatti il fenomeno che ti metteva in soggezione ora lo presumi della qualità che la tua immaginazione vuole che sia. Non ti sei adeguato e attrezzato per affrontare il mondo e dunque i fenomeni ti tengono "sempre" in soggezione sia che tu ti senta inadeguato quando li incontri sia che tu tremi confinandoli nelle tue ansie e paure.

Il fenomeno che ti turbava non lo hai affrontato, non hai risolto la contraddizione fra te e il fenomeno, lo hai somatizzato. Lo hai trasformato in una patologia psichica.

Pertanto, tutto il discorso che viene fatto in questo frammento è uno scontro fra padroni: o i fenomeni del mondo si impadroniscono dell'individuo e lo gestiscono o l'individuo si impadronisce (non importa come o se sia soltanto una sua illusione) dei fenomeni del mondo e li gestisce.

In tutto questo discorso non esiste mutuo scambio fra il soggetto e il mondo e i suoi fenomeni. Non esiste crescita fra fenomeni e processi di trasformazione soggettiva. Esiste soltanto la richiesta del sistema sociale al nuovo nato di adeguare la sua interpretazione del mondo a quanto il sistema impone al nuovo nato. Il processo di crescita diventa un processo di adesione del nuovo nato al modello che la società in cui nasce gli impone: non esiste un dovere della società di fornire al nuovo nato gli strumenti attraverso i quali affrontare la sua esistenza.

Non esiste il dovere della società di trasmettere il Mito al nuovo nato.

La società monoteista chiede al nuovo nato di vivere una realtà fondata sulla superstizione. Per questo motivo le relazioni nella società sono solo relazione di appropriazione degli individui: relazioni fra Poteri di Avere!

Il Potere di Essere viene ignorato in quanto non deve esistere. Nella società che nega il Mito l'individuo è colui che non può rappresentare sé stesso, ma è colui che deve riprodurre solo i meccanismi di possesso.

E i meccanismi di possesso portano l'Essere Umano alla distruzione.

DICI: Dalla molteplicità dei poteri mitici all'unità dell'onni-potere della mente osservatrice - che però ora è mitizzata a sua volta, e con un elemento di rinforzo aggiuntivo costituito dalla certezza dell'*io sono*, che i fenomeni, spodestati, sembrano non avere più. Dapprima i fenomeni (molteplici) soggiogavano il soggetto; ora il soggetto (uno) è convinto di soggiogare i fenomeni, e in tal senso si esercita.

Che cosa si intende per "poteri"?

Lasciamo perdere le definizioni a posteriori. Potere è l'azione che dal mondo ci giunge. L'azione è manifestazione di un potere: il potere d'agire e interferire nella realtà in cui l'azione si manifesta. Che io quest'azione la attribuisca ad un soggetto o voglia accettarla o definirla per sé stessa non cambia il fatto che comunque quanto interferisce nella realtà in cui è coinvolta la mia sensibilità è data dall'azione in sé.

Molte azioni che intervengono nella realtà determinano l'esistenza di molti poteri. Se a queste azioni diamo un nome, sia per sé stesse, sia raggruppate per qualità, diamo il via alla concezione Mitica dell'esistenza. Quando togliamo a queste azioni l'intelligenza e la volontà della e nella loro manifestazione e la attribuiamo ad un soggetto che in quelle azioni le manifesterebbe siamo davanti al processo descrittivo che dà il via alla filosofia.

Quando introduciamo il discorso di molti o uno siamo già fuori dal mito, siamo nell'ambito della disquisizione filosofica. Ed è a questo punto che interviene l'aspetto psicologico dell'osservatore: la sua immaginazione. L'osservatore usa l'immaginazione non più solo per descrivere i caratteri peculiari dell'azione che interferisce nella sua sensibilità, ma per attribuire all'azione cui assiste tutta una serie di caratteri che egli immagina. Il gioco dell'immaginazione può assumere due aspetti distinti. O viene usata per definire simbolicamente l'azione e definire i caratteri per individuarla da un lato e farne fronte dall'altro (ma qui ci troviamo ancora nel Mito) ; oppure la si inserisce in una proiezione soggettiva che si trasforma in superstizione tendendo a superare l'azione per immaginare un'intelligenza a monte e fini dell'azione estranei all'azione stessa.

Ed è l'immaginazione soggettiva, una volta diventata patrimonio comune, che diventa il vero oggetto su cui discutere e che afferra l'attenzione delle persone. Così, ciò che incide sulla struttura psichica delle persone non è più l'azione in sé, ma l'immaginario che l'azione richiama nella psiche delle persone.

In questa situazione i fenomeni che ci giungono dal mondo passano in secondo piano rispetto a quanto sui fenomeni le persone proiettano. Il proiettare sui fenomeni è un modo di rapportarsi con la realtà imposto dal condizionamento educazionale. Non è più l'azione l'oggetto con cui noi ci relazioniamo, ma il nostro immaginario che viene chiamato dall'azione.

Il fenomeno passa in secondo piano rispetto a quanto io immagino del fenomeno stesso.

Dapprima i fenomeni chiamavano il soggetto alla relazione, ora i fenomeni non sono più in grado di esprimersi nei confronti del soggetto perché quando si presentano il soggetto non è più in grado di riconoscerli in quanto tali. Il soggetto è in grado solo di riconoscere la propria immaginazione che viene attivata ogni volta che i fenomeni gli si presentano.

La proiezione dell'immaginazione che fa il soggetto sui fenomeni provenienti dal mondo ci porta a considerare il soggetto limitato a sé stesso. Una sorta di unità funzionale che proietta la propria unità immaginando anche l'unità nell'origine e nel fine dei fenomeni. In psicologia si chiama Narcisismo ed è l'attività per la quale il soggetto proietta sé stesso sul mondo e incontra il mondo solo quando nel mondo riconosce aspetti di sé stesso. E' una malattia feroce che non è possibile concepire all'interno del Mito se non come esempio di autodistruzione dell'individuo. Il Mito nega questo tipologia di comportamento in quanto costringe l'individuo a riconoscere le azioni del mondo per gli effetti che queste producono e non per le spiegazioni immaginate che ne da il soggetto.

Quando l'individuo proietta la propria immaginazione sulle azioni del mondo, di fatto, l'individuo nega il mondo e riconosce solo sé stesso: egli è al centro del mondo, egli è l'assoluto per cui il mondo esiste!

L'esercizio dell'individuo è l'esercizio di una sorta di onnipotenza nei confronti dei fenomeni del mondo. Egli ne è il padrone. Egli li definisce. Egli ne afferma origine e fine!

DICI: Si è consumato dunque un parricidio assai prima che chi ha posto sotto accusa la negazione del molteplice fosse accusato a sua volta di parricidio.

Di parricidi se ne sono consumati molti. Si è passati per salti qualitativi dalla relazione del soggetto con le azioni del mondo attraverso le proprie azioni alla malattia generativa del soggetto in cui il soggetto manifesta un'unica contraddizione fra sé stesso e la propria immaginazione.

Si è passati da un soggetto che progetta la propria esistenza ad un soggetto che implode su sé stesso aspettando passivamente la morte del proprio corpo fisico.

Tutto questo con grandi enunciati logico-filosofici e con grandi giustificazioni di ordine etico- morale. Oratoria e retorica coprivano e nascondevano il vuoto qualitativo del soggetto che manifestava le proprie tensioni verso l'autodistruzione.

Sono d'accordo che ci sia stata una distruzione sistematica della nostra capacità di vivere e vedere il mondo in cui noi viviamo. Una progressiva separazione dove gli DEI umanizzati hanno rappresentato l'ultima difesa di resistenza psichico-emozionale all'avvento di quella Reich chiama "la peste emozionale". La nostra capacità di vivere il mondo moriva a mano a mano che sul mondo proiettavamo la nostra malattia sotto forma di immaginazione finalistica. Non per noi stessi noi stavamo vivendo, ma per i progetti di un noi stessi infinitamente più grande che si nascondeva dietro ai fenomeni del mondo; era la loro causa e questi ci costringevano a raggiungere il fine che Lui aveva stabilito. A cosa sarebbe servito affrontare le mille battaglie dell'esistenza se quel noi stessi infinito aveva già stabilito percorso e fine della nostra esistenza? Dovevamo accettare "umili" la sua volontà e accettare passivamente il terrore che le azioni del mondo ci incutevano. E' la malattia dell'individuo proiettata sul mondo. Una malattia che chiama l'individuo in difesa di sé stessa. E l'individuo si sente eroe e martire perché impone ad altri la sua malattia: impone ad altri di immaginare.

Molti parricidi furono consumati.

L'onnipotenza del generatore delle azioni del mondo è proiezione del soggetto che nel suo desiderio immagina sé stesso onnipotente ma deve scontrarsi quotidianamente con la realtà del mondo che continuamente gli dimostra quant'è limitato.

Così l'individuo, anziché fare dei propri limiti la propria forza d'azione nel mondo immagina sé stesso onnipotente ad immagine e somiglianza di un onnipotente a cui il mondo non è in grado di porre dei limiti.

DICI: Ma - appunto - questo meccanismo, che può far comprendere come si transiti - tutti - da un'"era" del mito a un'"era" della filosofia dell'unità, è solo un'altra fase dell'evoluzione del rapporto fra l'osservatore e i fenomeni.

Quanto dici non fa comprendere COME e PERCHE' del passaggio, tenti di descrivere un passaggio. Cosa ben diversa. Non si comprende, per quello che tu dici, perché il passaggio dovrebbe esserci o dovrebbe avvenire. Alcune cose le ho detto e altre le ho constatate, ma per definire perché ciò è avvenuto molte cose devono ancora essere dette. E solo per farci un'idea perché è avvenuto il passaggio dell'individuo che affronta la vita attraverso la visione mitica dell'esistente all'individuo che affronta la vita attraverso la definizione logico razionale dell'esistente. Già perché se nella visione mitica esiste un'empatia fra azioni in atto nel mondo e la nostra strategia di adattamento, nel mondo della ragione esiste solo la facoltà descrittiva di cui la filosofia (come la matematica) rappresentano degli aspetti descrittivi.

C'è un altro aspetto che abbiamo trascurato: palpare il mondo e guardare il mondo mette in movimento la medesima area cerebrale. Lo dice la ricerca scientifica attuale.

Palpare è vedere! O meglio, l'area cerebrale di chi diventa cieco si attiva mediante il tatto. Altri aspetti ancora: aree cerebrali si sviluppano o si atrofizzano facendo o non facendo delle azioni.

Potremmo dire che come noi guardiamo e agiamo nel mondo così costruiamo noi stessi!

Nell'epoca del passaggio dal mito alla filosofia siamo nell'epoca della nascita delle città; la vita sociale; le leggi; le regole della convivenza civile. Gli uomini cessano di essere nomadi e diventano sedentari. Dove diventano sedentari si organizzano e l'organizzazione sociale della città soppianta il nomadismo, soppianta la relazione diretta fra l'Essere Umano e la Natura.

Ciò a cui il nuovo nato deve adattarsi non sono le condizioni emozionali della vita, ma gli imperativi morali ed etici della città: i suoi doveri devono essere interiorizzati!

Affinché ciò avvenga è necessario che si formi nel tempo una struttura culturale che viene trasmessa al nuovo nato. Solo che la struttura emozionale del nuovo nato è predisposta per adattarsi alle sollecitazioni che giungono dalla Natura anche quando sono di origine familiare, mentre la società richiede che l'individuo si adatti a dei canoni sociali predeterminati che tengono conto delle condizioni sociali e non delle tensioni emotive del nuovo nato.

La struttura filosofica non è altro che la descrizione delle necessità sociali proiettate per definire il mondo nel quale viviamo. Viene forgiata dalla città (più in generale dalle necessità della vita sociale) necessita di un grande fondamento culturale, logico, al quale convincere gli individui ad adattarsi. Inoltre presuppone che il sistema sociale sia costante nel tempo, non subisca traumi tali da azzerare il bagaglio culturale che ha sedimentato.

Tutto questo incide sulla struttura cerebrale degli individui. La loro organizzazione sinapsica e neuronale viene modificata in funzione dei nuovi fenomeni sociali ai quali si chiede adattamento. La struttura emozionale è costretta a subire, da un lato le limitazioni moralmente imposte e poi la cecità delle sue capacità di relazioni col mondo in quanto quelle relazioni devono avvenire soltanto nell'ambito della ragione.

I sensi dell'Essere Umano vengono separati dalla sua intelligenza e volontà e diventano dei meri sensori con cui registrare dei fenomeni che vengono analizzati dalla ragione. A fenomeno percepito non corrisponde più reazione di adattamento del soggetto, ma corrisponde un'attività di descrizione del fenomeno attraverso la quale la ragione decide se quel fenomeno è in armonia con la sua descrizione del mondo oppure no. Se non lo è il fenomeno viene ignorato, oppure sopravvalutato o sottovalutato o ancora, trattato in maniera superstiziosa dalla ragione.

Intere aree cerebrali vengono sottratte alla volontà e all'intelligenza dell'individuo e si mettono al servizio della ragione. La ragione occupa vaste aree del cervello dell'individuo mantenendosi però solo sulla sua superficie: la ragione non entra nelle parti più antiche del cervello e costringe il soggetto, di cui è manifestazione, ad ignorare gli impulsi profondi che però si presentano alla struttura psico-fisica sotto forma di patologie.

Come le culture delle società degli uomini vanno a sostituire nella crescita del bambino gli stimoli che giungevano dalla natura, così nel bambino si forma una struttura cerebrale che riproduce la società degli uomini separandola dalle pulsioni del profondo.

Le necessità che impongono il passaggio dal Mito alla filosofia sono esigenze SOCIALI! Esigenze sociali che il singolo individuo riproduce in quanto quelle esigenze sociali sono la sua garanzia di continuare a vivere e a prosperare.

Le prime società degli uomini hanno una struttura culturale che manifesta le pulsioni del Mito. Il Mito si fa società! Anche perché in quegli uomini non esisteva nessuna categoria di società se non quelle rappresentate dagli DEI nel Mito. Però ad ogni generazione successiva si manifesta un progressivo distacco degli Esseri Umani dal Mito. Fino a quando i simboli e le immagini del Mito non bastano più agli uomini e questi devono ridurre i simboli e le immagini del mito entro le categorie del nuovo modo di interpretare il mondo: la filosofia, la matematica ecc..

Il passaggio dall'organizzazione dell'individuo all'interno del Mito all'organizzazione dell'individuo all'interno della filosofia richiede molta più cura parentale e richiede soprattutto un distacco fra l'individuo adulto e il nuovo nato: come sono appunto le categorie familiari all'interno delle società umane. Scopo dell'attività è condurre il bambino all'accettazione delle regole sociali, a interiorizzarle e a considerarle espressione naturale della sua esistenza. E' un'attività che deve essere svolta generazione dopo generazione con assoluta sistematicità. Solo in questo modo si modifica l'uso delle aree cerebrali delle persone e parte delle aree che venivano usate per costruire delle relazioni emozionali col mondo, di cui il mito era la rappresentazione. Queste aree vengono occupate dalla descrizione della ragione. Il soggetto umano che vive nella dimensione del Mito e il soggetto umano che vive nella dimensione della Ragione sono incapaci di comunicare; sono incapaci di comprendere le ragioni che spingono le reciproche azioni perché un soggetto le interpreta nella dimensione del Mito mentre l'altro soggetto interpreta le azioni di chi vive una dimensione Mitica entro schemi propri della sua ragione.

La storia del colonialismo e la storia dell'evangelizzazione cristiana è una dimostrazione di questo: i popoli non compresero mai, finché non fu troppo tardi, le intenzioni dei colonialisti e dei cristiani!

Il grande guaio per gli Esseri Umani inizia quando le strutture culturali sociali si interrompono: maremoti, terremoti, pestilenze, invasioni ecc..

La struttura psico-fisica dell'uomo mantiene molte alterazioni culturalmente imposte e non è più in grado di usare la struttura emozionale, la struttura pulsionale, per costruire le relazioni col mondo dopo la distruzione.

Durante una distruzione epocale viene interrotta la linea di sviluppo culturale di quel Sistema Sociale, mentre gli Esseri Umani che sopravvivono si trovano ad avere la struttura prichico-emotiva ingabbiata dalla ragione che è stata loro imposta. Questi Esseri Umani si trovano a dover ricostruire il Sistema Sociale distrutto partendo da loro stessi: dalla loro ragione! Se prima erano il prodotto di un insieme; ora sono il fondamento su cui dovrà svilupparsi l'insieme sociale. L'insieme sociale che ne deriverà sarà più povero del precedente e dovrà intraprendere un lungo cammino per ricostruire una base culturale. La nuova base culturale non emerge dal Mito, ma emerge da una Ragione distrutta.

C'è un progressivo allontanamento dell'Essere Umano dalla dimensione Mitica attraverso generazioni di sviluppi e riflussi della ragione umana.

Pertanto, per il proseguo del nostro discorso, dobbiamo tener presente che l'Essere Umano che fondava la sua esistenza all'interno della dimensione Mitica della vita è fisicamente-psicologicamente-emotivamente diverso dall'Essere Umano che vive la dimensione della ragione. Pur tuttavia la struttura dell'Essere Umano è attraversata sempre dalle stesse forze e dalle stesse tensioni.

DICI: Subito dopo, infatti, inizia l'osservazione del particolare fenomeno che è il sé-interprete-volontà. Ed è qui, dopo la fase giovanile o "scientifica" del processo, che iniziano i veri problemi per la filosofia, perché il fenomeno osservato e l'osservatore coincidono - o presumono di coincidere, con tutti gli stridenti paradossi causati dal presumerlo. Fra i quali è esemplare il paradosso del cretese, nel suo confondere soggetto e oggetto nella medesima proposizione.

Quando inizia quanto tu dici, inizia la fase narcisistica del soggetto.

Non si parla del soggetto che affronta la realtà mediante la descrizione della stessa: il fare filosofia.

Siamo davanti ad un soggetto che ammira sé stesso e pretende che la realtà lo ammiri. Abbiamo già superato la fase della filosofia, siamo entrati nella fase della patologia. La patologia psichiatrica è una forma di degenerazione della psiche indotto dall'ansia della ragione di rappresentare il mondo, comprendere il mondo, essere sufficiente all'individuo nel suo vivere il mondo. Per questo la ragione soffoca le pulsioni psichiche dell'individuo portandolo alla malattia. Patologia come incapacità del soggetto di riconoscere in chi gli sta davanti le stesse tensioni e le stesse passioni di cui lui stesso è manifestazione: incapacità di riconoscersi parte del mondo per estraniarsi da esso nell'ammirazione di quello che chiama mistero della sua esistenza, intelligenza, bellezza!

Se Epimenide pretende di piegare tutti i cretesi a sé stesso (Epimenide era un cretese che disse "Tutti i cretesi mentono!" Epimenide dice il vero o il falso?) attraverso un discorso ingannevole che pretende che l'interlocutore disquisisca partendo da presupposti fantastici, grave e distruttivo diventa quando l'intera società viene costretta a piegare i propri figli all'accettazione apodittica di narcisismo oggettivato: ""E proprio nella vostra legge sta scritto che è valida la testimonianza di due persone. Io rendo testimonianza a me stesso, e mi rende pure testimonianza colui che mi ha mandato, il Padre". Gli domandarono: "Dov'è tuo Padre?". Rispose Gesù: "Non conoscete né me, né mio Padre; se conosceste me conoscereste anche il Padre mio"." Giovanni 8, 17-19

La fase della malattia degenerativa viene attraversata dall'individuo quando la sua ragione scopre di essere impotente ad affrontare la realtà. Solo che la ragione deve mantenere il controllo dell'individuo e questo controllo lo mantiene mediante la paura e l'ansia per l'esterno cortocircuitando l'attenzione dell'individuo su sé stessa. Le strutture psichiche con cui l'individuo affrontava il mondo si atrofizzano nella loro funzione e vengono sopraffatte dall'immaginario fobico. Non la sessualità come metodo di relazione col mondo, ma la sessualità come strumento di controllo e di dominio.

Dominare gli altri per anteporre sé stessi: il narcisismo diventa un carattere di manifestazione sociale, di controllo trasmesso educazionalmente.

Non stiamo più parlando di filosofia, ma stiamo parlando di quel monumento retorico e apodittico che presupponendo l'esistenza del narcisismo creazionista del dio padrone ne esalta l'attività. E la retorica è propria della ragione: la retorica di sé stessa.

Narciso si specchia e ciò che osserva è sé stesso: osservato ed osservatore coincidono!

Siamo alla vecchiaia della ragione. La dissoluzione dell'individuo che fagocitato dalla ragione ha posto limiti e divieti sotto forma di regole morali alla propria struttura psichico-pulsionale: quella stessa struttura emotiva che lo ha condotto, generazione dopo generazione per centinaia di milioni di anni!

DICI: Forse, dunque, anziché ritornare solo a Parmenide, conviene andare anche un po' più indietro a cercare di capire meglio perché la mente umana ha la dote-capacità del mito, che è una capacità di immersione profonda in ciò che cattura la sua attenzione e le sue emozioni. E che è verosimilmente la radice dell'arte, oltre che della fede, cioè di quello spazio dello spirito senza il quale la vita sarebbe totalmente senza sale, e, anzi, neppure esisterebbe.

Allora proviamo a fare un riassunto degli elementi che possiamo considerare importanti per individuare il passaggio dall'età del mito all'età della ragione e poi proviamo a costruire una strategia che se da un lato non è in grado di riportare l'età mitica, dall'altro rimuova il narcisismo e la patologia fobica della ragione e porti in questa le forze motrici dell'età mitica. Non c'è nostalgia o rimpianto per l'antico. Non esiste ritorno nell'utero. Anche perché non c'è una verità da raggiungere o da riaffermare. Si tratta di rimettere in moto ciò che è stato atrofizzato per troppo tempo.

In primo luogo l'età del mito è l'età di una delle prime elaborazioni dell'Essere Umano moderno nelle relazioni fra sé e il mondo dove la struttura emozionale e psichico-pulsionale recepisce i fenomeni del mondo e a questi mette in atto le proprie strategie adattative. Ci sono sicuramente molti "prima" dell'età del mito, ma per ora ci limitiamo a fermarci all'età del mito in quanto la struttura psichico-pulsionale e la struttura emozionale dell'Essere Umano è quanto ci interessa liberare dalle incrostazioni e dai limiti imposti dalla ragione.

In secondo luogo il mito descrive delle condizioni relazionali e trasmette condizioni di relazione. Il Mito parla di azioni; la ragione umana descrive quelle azioni per immagini, forma e quantità. Il Mito parla di azioni che manifestano la loro consapevolezza; la ragione parla di forme che mettono in essere delle azioni.

In terzo luogo prendiamo atto che il mito è precedente alla scrittura. Appartiene ad una cultura che si trasmette per tradizione orale e in quella trasmissione è contenuta tutta la cultura e tutte le variabili possibili che in quella cultura possono avvenire al fine di affrontare il futuro di quella società.

In quarto luogo prendiamo atto che non esiste una sola ragione, ma nel corso della storia umana possiamo individuare decine di ragioni diverse e classificarle a seconda di come la ragione umana si relazione con la dimensione del mito. I diversi modi di relazione fra la ragione e l'età del mito sono caratterizzati dall'affacciarsi alla ragione della struttura psichico-pulsionale dell'individuo, delle sue necessità emozionali che vengono, di volta in volta, gestite in modo diverso dalla ragione.

In quinto luogo prendiamo atto che l'uomo dell'età del mito è diverso dall'uomo della ragione per la struttura sinapsica-neuronale e per la sua capacità di leggere e descrivere il mondo. In quella diversa struttura neuronale-sinapsica (e in genere fisica) si esprimevano le tesse tensioni, le stesse pulsioni, le stesse emozioni che si esprimono all'interno dell'uomo dell'età della ragione. La differenza sta in ciò che esce dall'uomo e in ciò che l'uomo esprime nella vita sociale o all'interno della Natura.

Questi cinque aspetti li dobbiamo tener presenti (forse ce ne sono altri, ma in questo momento sono in grado di considerare solo questi) quando parliamo dell'età del mito e della necessità di rivalutare le relazioni mitiche fra l'Essere Umano e il mondo che lo circonda.

Qual è l'aspetto principale sul quale focalizziamo la nostra attenzione? La struttura psico-pulsionale e le emozioni delle persone.

Da dove dobbiamo partire? Dalle condizioni oggettive all'interno delle quali l'individuo nasce e si sviluppa.

Qual è l'obiettivo che ci prefiggiamo? Riprendere il cammino evolutivo che abbiamo percorso per milioni e milioni di anni sottraendo l'Essere Umano alle patologie fobiche e narcisistiche che la ragione gli impone!

La struttura psico-pulsionale dell'Essere Umano ha sempre spinto per l'uscita dalla patologia che la ragione gli imponeva. Spesso era costretta a spingere l'Essere Umano oltre i limiti del proprio autocontrollo, ma ha sempre spinto verso la libertà delle proprie pulsioni soggettive. Tutta la storia dell'umanità dal Boccaccio fino ad oggi può essere interpretata come un grande sforzo di ritorno all'età del mito. Troviamo una coincidenza inscindibile fra riscoperta del mito e conquiste di libertà sociali. Libertà sociali che si trasformavano in libertà di espressione psico-pulsionale dei singoli individui. Il Rinascimento italiano è riscoperta della Natura, da Giordano Bruno a Ficino, Pomponazzi e Vanini; il libertinismo è riscoperta delle antiche passioni (provate a trovarle nei vangeli cristiani); le società mercantili riscoprono le relazioni antiche (i cristiani proibivano di commerciare con chi non era battezzato); la rivoluzione francese si sviluppò su principi Pagani (Liberta, ugualianza, fratellanza - non ci credete? Chiedetelo agli eroi delle Termopili!); il codice di diritto civile di Napoleone ricalca il diritto degli uomini nelle società precristiane; il risorgimento italiano, Schelling, la filosofia tedesca, il romanticismo, il materialismo storico e dialettico; le costituzioni degli stati moderni; le scoperte di Freud e Jung. Ancora oggi il giuramento dei medici è il giuramento ad Esculapio. E a chi si ispirarono i grandi artisti rinascimentali se non ai modelli dell'antica Grecia e dell'antica Roma? E nella moderna Costituzione Europea era Pericle ad essere citato (per bocca di Tucidide) non certo sant'Agostino!

Ma che cos'è tutto questo "antico" che irrompe nel momento attuale?

Il distaccarsi dell'Essere Umano dall'età del mito è stato un processo di trasformazione soggettiva. L'età della filosofia attraverso la quale la ragione ha preso il controllo degli Esseri Umani per necessità dei Sistemi Sociali non ha portato l'Essere Umano direttamente dal mito alla patologia psichica, ma ciò è avvenuto all'interno di un processo di trasformazione dove ad ogni civiltà che veniva distrutta una nuova civiltà vi subentrava e ogni volta la ragione doveva ricostruire la propria descrizione col mondo partendo da livelli di conoscenza descrittiva sempre più poveri fino al disastro dell'avvento del cristianesimo che ha preteso di cancellare anche il ricordo delle antiche civiltà demonizzandole. Il cristianesimo ha imposto la patologia narcisistica sulle persone. Ha elevato il narcisismo come malattia quale meravigliosa manifestazione del suo dio padrone e del suo pazzo profeta.

L'avvento dell'antico altro non è che il percorrere a ritroso la storia della distruzione dell'uomo. Una specie di risalita dall'abisso della disperazione in cui il cristianesimo ha cacciato gli Esseri Umani.

I bisogni umani, le pulsioni psichiche, le necessità della vita quotidiana spingono gli Esseri Umani a ricercare quanto è andato perduto per affrontare al meglio il loro quotidiano.

Così Boccaccio non scrive degli Antichi Dei per nostalgia delle Antiche Religioni, ma perché cerca la bellezza di un tempo che nel suo presente appare perduta. E sono le necessità di accumulare ricchezze dei commercianti di Venezia che spinge gli uomini a commerciare anche con gli "infedeli" recuperando regole di onestà e rispetto ignote al cristianesimo. Così la rivoluzione sessuale che ha portato alla parità dei sessi nel Sistema Sociale riprende gli elementi dell'Antica Roma, ma chi ha spinto per la parità dei sessi ha risposto alle proprie pulsioni, non certo per tornare all'antica società.

C'è nella storia una spinta progressiva dentro l'Essere Umano che lo porta verso la dimensione mitica dell'esistenza, delle necessità a cui l'Essere Umano non può far a meno di rispondere.

Da Pitagora ad Agostino di Ippona passano circa 1.000 anni; da Agostino di Ippona al Rinascimento Italiano passano circa 1.000 anni. Il percorso della filosofia che ha allontanato l'Essere Umano dalla dimensione mitica della vita è durato 1.000 anni prima di giungere a fissare la patologia narcisistica negli Esseri Umani e negando le pulsioni alla vita degli Esseri Umani (vedi gli scritti di Agostino sul male e quanto si è pentito per essersi divertito a Cartagine!).

Un percorso progressivo anche per riuscire a riprendere le peculiarità dell'età del mito. Le peculiarità sono la capacità degli Esseri Umani di leggere il mondo in cui vivono attraverso la consapevolezza del suo agire e del suo mutare anche nei loro confronti; essi stessi sono il prodotto del suo mutamento; essi stessi agiscono per produrre il mutamento; essi stessi mutano su sollecitazione dei soggetti che agiscono nel mondo!

Se singole persone possono vivere le peculiarità dell'età del mito mediante la propria struttura psichico-pulsionale e le proprie emozioni, le società degli uomini richiedono la rigorosa adesione alla forma della ragione socialmente imposta. Una forma che comprende una morale sociale, un'etica sociale, una giurisprudenza sociale e rapporti di forza sociali.

Pur essendo l'età del mito vivo all'interno delle persone non riesce a trovare spazio espressivo nella loro vita. Vita personale, vita sociale, vita come specie.

Quando noi guardiamo al passato prendiamo atto delle trasformazioni che la struttura filosofica ha subito allontanandosi dall'età del mito. Quando Platone elaborò la teoria delle idee o della formazione demiurgica delle stesse, ha lavorato in presenza di una società mitica ancora piuttosto attiva e vivace. Lo stesso vale per il concetto di libertà nel movimento degli atomi elaborato da Epicuro. Tanto più ci allontaniamo dagli Antichi e tanto più i discorsi della filosofia si allontanano dalla visione mitica della quotidianità e interessi di appropriazione nel presente si sovrappongono a rappresentazioni mitiche attraverso le quali affrontare il presente. Un esempio è la crocifissione di Ermia e il concetto di Aretè. Aristotele adatta a sé stesso il concetto di Aretè gettando i semi affinché il concetto di Aretè possa essere interpretato quale "virtù di lealtà ad un soggetto diverso da sé stessi!" e i cristiani lo trasformano in "Obbedienza e assoggettamento alla loro verità" attraverso un racconto ridicolo sulla crocifissione del loro dio padrone. Il concetto di Areté come virtù di essere uguali a sé stessi, ai propri progetti e alle proprie convinzioni che è il concetto di Areté più vicino alla dimensione del Mito (l'eroe che affronta le sue fatiche per entrare nel mondo degli DEI sfidando gli DEI stessi sempre manifestando libertà e giustizia!) viene annullato nella virtù alla sottomissione.

La prima cosa che devono fare i singoli Esseri Umani che vivono la dimensione del mitica è quella di imporsi la RAGIONE! La ragione del Sistema Sociale in cui vivono. Assumere in sé e nel proprio agire le regole del Sistema stesso e attraverso queste manifestare quel modo di essere e quelle "ragioni" che partendo dalla situazione sociale in cui vivono possono spingere gli uomini ad avvicinarsi alla dimensione mitica della vita.

E' l'attività del Pagano Politeista: del Pontefice!

Ricostruire l'età del mito, l'età in cui le relazioni fra gli oggetti del mondo si manifesta mediante l'agire emozionale delle persone, all'interno del mondo della ragione che ne determina limiti e spessore della loro rappresentazione.

Ricostruire l'età del mito all'interno del mondo moderno significa, innanzi tutto, liberare le proprie pulsioni e riconoscere in queste la manifestazione degli DEI! Con che nome vogliamo chiamare gli DEI che emergono dentro di noi? Riconosciamo gli oggetti del mondo portatori di pulsioni e di strategie: riconosciamo in queste l'azione degli DEI! Con che nome vogliamo chiamarli? Costruiamo delle relazioni fra DEI; cioè fra pulsioni che emergono dentro di noi e pulsioni che riconosciamo negli oggetti del mondo.

Qual è il risultato finale di questa operazione? Il riemergere dell'età del mito in una situazione della ragione che sta già liberandosi della malattia coercitiva impostale dal monoteismo.

Qual è l'uomo che emerge da questo? Nemmeno Hillman ne ha un'idea.

E' solo la certezza della LIBERTA' che ci attraversa e la sensazione del grande POTERE DI ESSERE che ci coinvolge ogni volta che rimuoviamo un ostacolo che impedisce il nostro espanderci nella nostra oggettività.

Così, guardandoci indietro, un giorno potremmo dire: "Per vivere, ho vissuto! Con passione, determinazione, con progetto e strategia!"

Così il Pagano si presenta all'Olimpo con l'arco teso e la freccia incoccata pronto ad affrontare il consesso degli DEI: "Per vivere intendo continuare a vivere!"

Fine 22 gennaio 2005

 

Discorsi sull'Orfismo

 

Indice sulle religioni antiche

 

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

Tel. 3277862784

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

Le Antiche religioni

Nella costruzione della Religione Pagana le persone religiose devono prendere i principi delle Antiche religioni. Devono rendere quei principi attuali, veicolarli nella società in cui viviamo, e renderli principi vivi. Se si imita il passato, si riproduce il cristianesimo perché ciò che ci giunge dal passato è interpretato dai cristiani per aumentare la gloria del loro dio padrone.