Il Mos
Maiorum – I costumi degli antichi
Dal Mos Maiorum che rese grande Roma
al Mos
Maiorum che sancì la decadenza definitiva
di Claudio Simeoni
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Il
concetto di pietas dell’Antica Roma faceva parte dei costumi antichi. I “costumi
degli Antenati” che assume il nome comune di Mos Maiorum.
Il
Mos Maiorum “costumi degli
antenati” era un insieme di modi con cui l’uomo si atteggiava nella società
dell’Antica Roma prima dell’avvento delle leggi delle XII tavole.
I
costumi altro non erano che gli atteggiamenti che gli “antenati” avevano
forgiati e consegnati ai loro figli per vivere al meglio nella società in cui
essi vivevano.
Gli
elementi che costituivano questo corpo comportamentale erano trasmessi mediante
l’esempio dei cittadini che agivano nel loro presente e i racconti mitici,
molti dei quali descritti, in epoca tarda, nella storia di Roma da Tito Livio.
Quando Tito Livio scrive, i principi del Mos Maiorum sono ormai leggendari. Hanno cessato spesso di
essere presenti nella società romana e appartengono ad un tempo mitico del cui significato
gli uomini del presente come Cicerone, Tito Livio, Augusto, Pompeo,
ecc., hanno perso la memoria.
Rivendicare
i principi delle virtù del Mos Maiorum
sotto Augusto non è rivendicare le virtù del Mos Maiorum applicate in quel tempo mitico in cui nasceva la
città di Roma.
Virgilio,
intellettuale organico alla propaganda imperiale, prende un concetto comune
della Pietas, lo strappa alla società civile e lo usa per legittimare
l’imperatore Augusto: è legittimato ad essere imperatore perché pratica la
Pietas.
Dando
per scontato che la qualità delle virtù dell’età dell’oro non può essere la
stessa qualità della virtù del tempo presente, ciò che a mio avviso è stato
dimenticato è la direzione e la funzione sociale delle virtutes
del Mos Maiorum come
anticamente pensato. E’ dovere di ogni generazione, che consegna gli strumenti
ai propri figli, variare il contenuto qualitativo delle virtutes
del Mos Maiorum per
consegnarle più efficienti ai propri figli
(da qui la tradizione che guarda in avanti e non la tradizione che
blocca il presente nel passato). Ma appare evidente che nel passaggio
generazionale di questi costumi, qualche cosa è andato storto. Qualcosa non ha
funzionato. Noi assistiamo ad un ambiente sociale di Roma che fino all’avvento
di Silla si espande nelle contraddizioni sociali e, da Silla in poi, questo
ambiente sociale si richiude su sé stesso in una ricerca spasmodica di un
padrone, un imperatore, dal quale non saprà più liberarsi fino alla distruzione
di Roma.
Proviamo
ad elencare le virtù contenute nel Mos Maiorum ed analizzare l’applicazione di tali virtù nel
tempo mitico e nel tempo augusteo.
Fortitudo capacità, coraggio;
Fides: fedeltà (agli intenti
della società); (lealtà)
Pietas: rispetto verso la
società
Iustitia: senso della giustizia;
Audacia: coraggio;
Constantia: costanza;
Magnitudo
animi: nobiltà d’animo;
Aequitas: equità;
Probitas: probità;
Auctoritas: autorità;
Honestas: onestà;
Temperantia: misura;
Clementia: moderazione.
Si
tratta di atteggiamenti del singolo individuo davanti al mondo in cui vive.
A
seconda di come vengono tradotte queste parole, assumono significati diversi:
sottile è il confine fra una Roma che cresce e si espande e una Roma che muore
chiudendosi su sé stessa.
Il
complesso delle virtù comportamentali, quelle che oggi chiameremmo i valori
morali, viene elaborato in tempi antichissimi. Ben prima della nascita di Roma.
Appare un costume diffuso in tutti i popoli latini al di là di come veniva
applicato. Appaiono norme comportamentali del branco animale teso alla
sopravvivenza in un ambiente ostile.
Questa
formula, per dichiarare guerra recitata dagli Feziali in epoca dei re di Roma,
ci permette di comprendere come i principi comportamentali del Mos Maiorum erano applicati dai
romani di allora:
RITO
PER INDIRE LA GUERRA
[I Feziali presentavano la
richiesta di riparazione]
Il Feziale delegato giunge
alle terre di coloro ai quali si chiede riparazione col capo cinto d’un filo,
ossia di una benda di lana.
Padre Patrato
Ascolta, Giove,
ascoltate, terre dei Prischi Latini,
ascolti la Giustizia Divina.
Io, sono regio nunzio del
popolo romano;
inviato secondo la legge
umana e in pace con gli Dèi, vengo
e alle mie parole sia fede.
[Espone tutte le sue
richieste. Poi chiama Giove in testimonio.]
Detestazione
Se io, contro la legge umana
e in ira agli Dèi,
richiedo che quegli uomini e
quei beni
mi siano consegnati,
allora non lasciarmi più
vivere
nella mia patria.
Tratto da: Giovanni Battista Pighi
“La poesia religiosa romana”.
Questo
è un esempio dell’applicazione del Mos Maiorum nell’atto di indire una guerra elevato a pratica
religiosa che impegna tutto il popolo della città: tutta la patria.
Questo
corpo di regole morali nasce in una società che non è dominata da “un padrone”.
Al di là dei rapporti che esistono fra i singoli individui, la società che
viene alimentata da quel tipo di regole morali non ha un’ “autorità” che
determini il comportamento morale degli individui. Quando vengono perfezionati
i principi del Mos Maiorum
la città, la patria, era PROPRIETA’ DEI CITTADINI al di là delle funzioni che i
singoli cittadini svolgevano all’interno di quella patria. La patria non è un
soggetto diverso dai cittadini: i cittadini sono lo Stato in quanto lo Stato
deve rendere conto ai cittadini. C’erano i re di Roma, ma erano re per
funzione, non erano re investiti di autorità da un ente esterno. I re di Roma
non hanno nulla a che vedere con i re medioevali. In comune hanno solo la
parola “re”.
Negli
antichi romani era ben chiaro che il re era un re per funzione e non per
dominio. Il re non era il padrone, ma l’amministratore. Quando Tarquinio il
Superbo ha violato le regole morali del Mos Maiorum è stato detronizzato da Bruto ed è stata istituita la
Repubblica. Per contro, nelle situazioni di necessità, Roma eleggeva un
dittatore che rimaneva in carica 6 mesi con pieni poteri. Dopo i sei mesi
veniva sottoposto a giudizio: Cincinnato e Massimo il
Temporeggiatore sono esempi di dittatura positiva.
Per
comprendere l’importanza del Mos Maiorum
proviamo a leggere le virtù riferendole all’uomo, al singolo individuo, che
agisce nel suo mondo e che è consapevole di come la sua azione provochi
perturbazione nella società e nel mondo, costringendo il mondo a reagire e ad
adattarsi alla sua azione.
Proviamo
a pensare ad un uomo che va in terre straniere e sconosciute a commerciare o
per scambi culturali. Quest’uomo sarà ben accetto se i suoi comportamenti
saranno caratterizzati da (l’elenco è stato scaricato da una pagina web; lo
abbiamo valutato abbastanza coerente):
Fortitudo
Che
cos’è il valore del coraggio e della capacità? Quest’uomo che viaggia fra terre
sconosciute, come un Ulisse, avrà la capacità di compiere il viaggio solo nella
misura in cui avrà il coraggio di abbandonare la certezza di un presente per
affrontare un domani senza conoscerne la realtà. Non sa che cosa trova lungo il
suo viaggio. Può trovare morte e distruzione dopo aver abbandonato un presente
di sicurezza. Oppure, se vogliamo, è il mondo che viene da lui. Un mondo che
può essere distruttivo e capace di modificare il suo presente di sicurezza. La
capacità di costruire le relazioni con gli uomini e il coraggio di togliere le
proprie radici in un presente sicuro per ripiantarle in un futuro possibile.
Noi
possiamo ipotizzare che questo sia il coraggio coltivato da una popolazione
nomade o da comportamenti propri di chi sposta in un altro luogo o in altri
tempi, il proprio presente.
Il
coraggio è inteso come la forza dell’uomo di affrontare lo sconosciuto e la
capacità è intesa come l’esercizio della propria intelligenza nella quale
veicolare le soluzioni coraggiose che modificano opportunamente il proprio
presente. Questa, non è forse il venir in essere delle coscienze all’inizio del
tempo? Le prime coscienze non esercitarono forse la loro volontà di vivere in
uno sconosciuto inconsapevole nel quale germinarono? Queste coscienze non
esercitarono la loro intelligenza per progettare al meglio i loro adattamenti e
dilatarsi, divenire, trasformarsi, nello sconosciuto che le circondava?
Il
coraggio e la capacità sono forze della vita. Una vita che germina e che si
espande alla quale l’uomo sociale risponde veicolando coraggio e intelligenza nel
mondo in cui vive: il mondo sociale e il mondo della Natura.
Fides
Che
cos’è il valore della lealtà? La vita procede sempre per “aggregazione”. Essere
leali, applicando a sé stessi il dovere di assistenza nei confronti del gruppo
o dei compagni con i quali si fa lo stesso cammino, è una questione di
sopravvivenza. La immaginate una carovana che marcia sotto una tempesta di neve
e qualcuno che bastona i compagni per appropriarsi di beni o danneggia le
possibilità di avanzare? Per essere leali è necessario avere un intento comune.
Per essere leali è necessario progettare un futuro comune. Sono leali le
cellule di un corpo perché nel loro essere leali vivono per sé in funzione di
un tutto che favorisce il vivere per sé. La lealtà o la fedeltà agli impegni, è
un modo di interpretare l’aggregazione mediante la quale la vita si sviluppa.
Quando c’è la slealtà in un corpo, c’è l’insorgenza di un tumore che potrebbe
distruggere il corpo. Si formano due diverse lealtà. Due diversi progetti per
futuri possibili.
Pietas
Due
diversi progetti che hanno bisogno della “pietas” per poter proseguire nel loro
sviluppo senza interferire in maniera conflittuale l’uno nell’altro. La
traduzione corretta di pietas è rispetto. Non rispetto per la persona in sé, ma
rispetto per i processi di trasformazione e di mutamento della persona, delle
società, dei soggetti nel mondo. La Pietas è l’atteggiamento dell’uomo che
risolve i conflitti sociali senza essere distruttivo. Un po’ subisce, un po’
reagisce, un po’ si arrabbia, un po’ forza le soluzioni da un lato, consapevole
che le sue scelte non sono dettate da sottomissione o da debolezza, ma da
utilità “economica” che va a vantaggio dell’intero tessuto sociale che ha
bisogno di quel modo d’agire per affrontare la realtà interna e non essere
indebolito nella conflittualità con altre società. La Pietas, che, per quanto i
Romani li odiassero, ha la massima espressione sociale nei Cartaginesi e nei
Fenici nel loro omaggio ai bambini nati morti e sepolti nei Tofet.
Nella
costruzione dell’antica società Romana, Romolo impose il potere assoluto dei
padri all’interno della domus. Per ovviare
all’assoluto arbitrio dei padri, Romolo impose ai padri il dovere di educare
tutti i figli maschi e le primogenite fra le figlie. In questo modo sostanziò la
Pietas con dei reciproci doveri che, se da un lato non minavano l’assolutismo
del pater familias, dall’altro lato imponevano al
pater familias dei doveri nei confronti dei figli, in
funzione del benessere della società. Oggi, la violazione maggiore del principio
della pietas lo osserviamo nei comportamenti della maggior parte dei genitori
moderni la cui attività, anziché essere d’esempio per armare i propri figli,
sembra concorrenziale alle potenzialità dei loro figli come se i genitori
volessero dire ai loro figli: “Io sono meglio di te! Tu sei un incapace!”.
I
progetti di vita dei padri e dei figli seguono due strade diverse per diversi
possibili futuri: questi hanno bisogno di rispetto, di Pietas. Il conflitto,
senza rispetto, porta a menomare il futuro dei padri e il futuro dei figli
finendo per distruggere il futuro di quella società.
Parlare,
oggi, nel 2011 di Pietas relativa alla “famiglia” non significa sottolineare un
valore sociale, ma significa riaffermare l’assolutismo del “padre” sulla
famiglia. Significa riaffermare i valori cristiani della “sacra famiglia”.
Significa aggredire la Corte di Cassazione che in questi venti anni ha
sentenziato per portare la morale delle relazioni familiari facendo comprendere
come i figli non hanno doveri nei confronti dei genitori, ma sono i genitori
che hanno doveri nei confronti dei figli. Esattamente la stessa intenzione di
Romolo nell’introduzione del dovere di Pietas come attenuazione del dominio
assoluto del Pater familias nel sistema antico
romano.
Diverso
è quando usiamo il concetto di Pietas nel suo significato più profondo:
attenzione e compartecipazione al mondo e alla società in cui viviamo. Questa
attenzione, capace di guidare le nostre azioni in funzione della costruzione
del futuro sociale, è il vero significato di Pietas il cui valore morale rimane
uguale sia nella società di Roma antica che nelle società attuali.
Iustitia
Che
cos’è la giustizia? E’ soluzione del conflitto che apre il futuro ai
contendenti. Risolvere i conflitti con giustizia significa risolvere i
conflitti tenendo presenti le ragioni dei contendenti. Una società che agisce e
sentenzia tenendo presente tutte le ragioni dei contendenti mediando fra i
reciproci interessi, è una società che preserva sé stessa dal conflitto
interno. Questo modo di fare si chiama: saggezza. Questo modo di fare difende i
progetti della società in funzione del proprio futuro.
Audacia
Che
cos’è l’audacia? E’ la capacità dell’individuo di trasformare le proprie
intuizioni in azione senza dover attendere un’adeguata descrizione della
ragione che giustifichi tale azione. Essere audaci equivale a camminare sul
filo di un rasoio. La persona audace non sa se ciò che farà è “giusto” o non è
“giusto”. Se quella scelta è opportuna o avventata. La persona audace spezza
l’equilibrio di un tempo presente mediante le sue azioni ed è pronta a subirne
le conseguenze. Le persone audaci sono quelle persone che, pur fra mille
errori, aprono un futuro possibile a società il cui futuro si è spesso
appannato per effetto dell’incapacità di risolvere contraddizioni nel loro
presente. Le persone audaci esplorano nuovi e sconosciuti sentieri mediante le
loro emozioni e trasferiscono il loro intuire nella società mediante le loro
azioni. Per questo una società ferma si mette in moto. E’ l’esempio delle
Primavere Sacre dei Latini: era necessario essere audaci per seguire il Picchio
Verde o il Lupo e fondare nuove città.
Constantia
Che
cos’è la costanza? E’ la consapevolezza degli effetti nel tempo di azioni
ripetute. Essere consapevoli che la modificazione del presente non avviene con
un colpo di bacchetta magica, ma avviene per modifiche e trasformazioni
successive. La costanza spinge l’individuo a mantenere la rotta anche quando
condizioni avverse lo spingono a modificare le sue scelte. L’individuo costante
modifica le proprie convinzioni molto lentamente e solo in base a modificazioni
dei propri intenti in relazione agli intenti sociali. Essere costanti non
significa essere caparbi. Essere costanti comporta la capacità di giustificare
e articolare le ragioni delle proprie scelte e delle proprie decisioni. Essere
costanti non significa essere sordi a comportamenti costanti che differiscono
negli intenti e negli obbiettivi, significa sostenere la propria costanza con
argomenti capaci di dimostrare come la propria costanza sia vantaggiosa per la
società in cui si vive. Le condizioni oggettive possono richiedere molta
costanza per raggiungere i propri obbiettivi, ma le argomentazioni avverse
all’esercizio della costanza nel raggiungimento dei propri obbiettivi, vanno
rintuzzate o fatte proprie, ma mai ignorate. Le argomentazioni distinguono
l’individuo costante dall’individuo caparbio; l’individuo che ha soggettivato i
bisogni sociali dall’individuo che si comporta da tifoso.
Magnitudo animi
Che
cos’è la nobiltà d’animo? E’ la capacità dell’individuo di far coincidere i
propri bisogni soggettivi con quelli della società in cui vive. Non si tratta
di rinunciare a sé stessi, ma di mettere in sintonia le proprie emozioni e i
propri desideri con le emozioni e i desideri della società in modo che la
soddisfazione dei propri bisogni coincida con la soddisfazione, almeno in
parte, dei bisogni della società nella quale viviamo. Se vuoi arricchirti,
arricchisciti, ma fa’ in modo che del tuo arricchimento se ne avvantaggi
l’intera società. Aumenta il tuo benessere aumentando il benessere della tua
società. Mantieni un equilibrio fra benessere materiale e benessere culturale.
La nobiltà d’animo è possibile in una società in cui non vi siano dogmi morali
o doveri imposti che stridono con i bisogni e i desideri soggettivi dei singoli
cittadini. In quel caso, la nobiltà d’animo porta l’individuo a rimuovere
quegli ostacoli che non rappresentano solo ostacoli al suo sviluppo, ma
ostacoli allo sviluppo di tutta la società.
Aequitas
Che
cos’è l’equità? E’ l’opposto della partigianeria applicata alle decisioni e
alle scelte del singolo individuo. Equità è un termine che si applica nella
divisione dei beni, delle ricchezze sociali, nella partecipazione dei singoli
ai bisogni della società. L’equità è l’atteggiamento del singolo individuo
quando opera secondo parametri oggettivi e socialmente riconosciuti, superando
le predilezioni soggettive e l’arbitrio individuale. Nell’equità c’è un
superamento della soggettività, che viene sottomessa a regole oggettive che
fungono da garanzia a tutto il sistema sociale in cui l’individuo opera.
Anteporre le regole sociali alle predilezioni soggettive del singolo individuo
permette di superare la nascita di eventuali conflitti sociali e la società può
guardare con maggior forza al suo futuro. Nell’equità la società si compatta;
nella soggettività, proiettata sulla società, la società si smembra.
Probitas
Che
cos’è la probità? E’ l’integrità morale. Che cos’è l’integrità morale? E’ la
capacità dell’individuo di veicolare le proprie pulsioni, i propri desideri, la
ricerca di soddisfazione dei propri bisogni all’interno delle condizioni
ammesse nella società civile. La probità consente all’individuo di agire per modificare
quantità e modalità in cui veicolare i propri desideri e le proprie pulsioni,
ma non consente all’individuo di soddisfare i suoi desideri e le sue pulsioni
in conflitto con le regole sociali. La probità è l’accettazione da parte
dell’individuo delle norme che regolano la società in relazione ai suoi stessi
bisogni e desideri. La probità consente alla società di determinare le
relazioni fra gli individui in cui veicolare le proprie pulsioni. Per fare un
esempio attuale, la nostra società vieta le “molestie sessuali”. L’individuo
probo non è colui che rinuncia alle “avances” sessuali, ma è colui che usa la
giusta discrezione per non offendere la sfera sessuale dell’oggetto del suo
desiderio. L’individuo probo individua la probità nell’altro e negli altri e
nei loro confronti impone a sé stesso i comportamenti propri del Mos Maiorum.
Auctoritas
Che
cos’è l’autorità? E’ il soggetto che si fa carico dei problemi sociali in
relazione ad altre società o in relazione alle leggi sociali. L’autorità è
sottoposta alle leggi morali e non può agire al di fuori delle regole morali.
Non c’è obbedienza all’autorità, ma c’è obbedienza dell’autorità alle leggi e
ai principi del Mos Maiorum,
in relazione ai compiti che quell’autorità deve svolgere. L’autorità è uno
strumento della società civile. I dittatori di Roma come Cincinnato
o Massimo il Temporeggiatore, erano degli strumenti della società, non i suoi
padroni. Gli stessi generali e lo stesso esercito erano degli strumenti della
società e non i suoi padroni, Così recita Decio prima di morire:
Giano,
Giove padre,
Marte padre,
Quirino,
Bellona,
Lari,
Dèi Novensili,
Dèi Indigeti,
Dèi che avete in podestà noi
e i nemici,
Dèi Mani!
Voi prego, a voi chiedo in
favore,
e in grazia voi invoco,
Perché al popolo romano dei
Quiriti
concediate prosperità di
forza e di vittoria,
e ai nemici del popolo romano
dei Quiriti,
diate terrore, spavento e
morte.
Devotio
Nel senso che do alle parole
da me pronunziate,
in quel senso, per lo Stato,
l’esercito,
le legioni e gli aiuti
del popolo romano dei
Quiriti,
le legioni e gli aiuti dei
nemici,
con me, agli Dèi Mani e alla
Terra
voto.
Tratto da: Giovanni Battista
Pighi “La poesia religiosa romana”.
L’autorità
Decio vota alla morte sé stessa e i nemici della società di Roma. Egli ha
ottemperato al Mos Maiorum
dell’autorità. Non ha chiesto obbedienza per sé alla società civile, ha
obbedito alle necessità che la società civile gli imponeva in quella situazione
contingente. Il concetto di autorità non è riferito “all’obbedienza
all’autorità”, ma “ai doveri dell’autorità”.
Honestas
Che
cos’è l’onestà? L’onestà è la coincidenza, nell’individuo, fra le parole che
pronuncia e le intenzioni emotive dentro di lui. Il contrario dell’onestà
consiste nel dire qualche cosa e poi fare il contrario. Quando cioè le parole
non supportano le emozioni. Scegliere un atteggiamento o l’altro non è di per
sé un male; ma una società necessita di persone che siano chiare, persone che
agiscono all’unisono. La disonestà è spesso la condizione dell’uomo insicuro,
incapace. Dell’uomo pauroso. Con la sua paura e la sua incapacità può fare
molti danni alla società civile, spiazzando altri uomini che contavano sul suo
operato. Se io sento il mio vicino che dice: “Io farò questo!” organizzo la mia
azione tenendo presente quanto verrà fatto. Se il mio vicino non fa quello che
ha detto di fare, ciò che io faccio potrebbe risultare dannoso. E lo stesso
vale per me. Se io pavento delle azioni e ne realizzo altre, inganno le persone
della mia società. Una società ingannata non è sufficientemente forte per
affrontare il proprio futuro. E’ una società sospettosa e finisce per diventare
una società paurosa in cui le persone hanno paura di presentare sé stesse per paura
di essere ingannate.
Temperantia
Che
cos’è la misura come concetto morale? E’ la consapevolezza del limite entro il
quale non si può andare in conflitto. Si dice “passare la misura”, “oltre
misura”, “la misura è colma”. E’ la consapevolezza del limite che si può raggiungere
in un conflitto emotivo-verbale con l’altro prima che
tale conflitto superi il limite verbale per assumere forme più violente. Esiste
un limite entro il quale posso gestire il conflitto fra persone nella società
senza che questo limite provochi danni irreparabili fra i contendenti tali da
riversarsi come problemi sulla società stessa. Un esempio può essere il
conflitto fra gli animali nel contendersi le femmine durante i periodi di
accoppiamento. Il loro conflitto non giunge quasi mai all’annientamento
dell’altro, ma resta nella misura in cui la specie tollera il conflitto. Lo
stesso vale per gli uomini. Esiste un limite in cui può avvenire il conflitto
emotivo. Oltre quel limite si danneggia la società. Oltre quel limite si
ricorre, oggi come oggi, ai tribunali. Nella steppa, nelle società di nomadi,
non ricorri ai tribunali. Se non sai contenerti nei limiti, finisce che
qualcuno muore e il gruppo viene indebolito nei suoi conflitti con l’esterno.
Clementia
Che
cos’è la moderazione? E’ il contrario dell’avidità. Prendere con moderazione
significa essere attenti che “ce ne sia per tutti”. Usare la moderazione
significa far in modo che l’intera società tragga beneficio dal poter prendere
o beneficiarne. Più persone beneficiano dei vantaggi più la società è felice.
Più una società è felice, più è forte nel suo insieme. se alcune persone
accumulano per sé sottraendo quello che andrebbe diviso nella società, ne
consegue che vivono in una società bisognosa. Quando i bisogni sociali superano
la misura del tollerabile, in un modo o nell’altro, ciò che è stato accumulato
va ridistribuito. A volte la redistribuzione ha aspetti drammatici come le
crisi economiche attuali dimostrano o come imposto dai provvedimenti di Solone.
Altre volte la redistribuzione delle ricchezze accumulate ha effetti benefici e
non conflittuali, come la costruzione delle piramidi in Egitto. Il
comportamento moderato precede il conflitto. Il commerciante avido sarà
spazzato via dal commerciante che vende le merci con un guadagno commisurato
alle sue necessità. Una società in cui le persone si comportano con moderazione
è una società in cui la ricchezza c’è per tutti. Non costruisce l’indigenza e i
cittadini sono pronti a collaborare per un ulteriore benessere sociale.
Una
società organizzata su queste basi morali può funzionare e, infatti, tali
principi guidano la società fintanto che, ingrandendosi, essa ha bisogno di leggi
che definiscano i principi morali uscendo dall’ambito ristretto della comunità.
La
definizione dei principi del Mos Maiorum
ha portato la società romana ad espandersi superando i conflitti e le crisi che
si presentavano nel corso dei secoli. Poi, ad un certo momento, i principi del Mos Maiorum iniziano ad essere
aggrediti. Il nome delle virtutes resta uguale, ma
cambia il riferimento a cui la virtus è riferita.
Grosso
modo, questo periodo lo facciamo iniziare dallo scontro civile fra Mario e
Silla.
Per
due volte Silla marcia contro Roma violando il principio del Mos Maiorum sull’autorità.
Silla
marcia per la seconda volta su Roma dopo aver distrutto la Grecia
Dopo
la distruzione dei libri Sibillini nel tempio di Giove Capitolino, nel 69 a.c.
viene distrutta Delo ad opera dei pirati.
Quando
la filosofia greca giunge a Roma? La data è incerta, ma certamente l’ambasceria
di Atene composta da Carneade (scettico), Critolao
(peripatetico) e Diogene di Babilonia (stoico) è del 155 a.c. Nel I° secolo a.c. la media Stoa ebbe una grande influenza
sulla cultura romana.
Da
un lato le leggi di Silla distruggono la società romana, quella società che si
basa sui principi del Mos Maiorum
che abbiamo descritto, e dall’altro lato arriva la filosofia greca che
interpreta la realtà sociale e morale. Panezio di
Rodi è accolto a Roma (Graecia capta...) nel circolo letterario degli
Scipioni fra il 145 e il 130 a.c. Era
succeduto ad Antipatro di Tarso alla guida della
Stoa. Panezio di Rodio progetta la conquista
ideologica di Roma ad opera degli stoici e, per farlo, diventa il fondatore
dello stoicismo medio. Attenua la sistematicità teorica e il rigore etico
rispetto alle imposizioni dello stoicismo antico. Panezio
di Rodi introduce un concetto nuovo per lo stoicismo, ammettendo che l’uomo
comune abbia delle virtù, piegando il Mos Maiorum alle necessità di dominio sull’uomo proprie dello
stoicismo. Le virtù dell’uomo comune, secondo lo stoicismo, non sono
necessariamente in perfetta armonia con la ragione, il Logos stoico, ma con la
sottomissione (e l’accettazione) alle consuetudini e ai doveri imposti.
Il
più famoso allievo di Panezio di Rodi fu Posidonio di Apamea, capo della scuola
fondata a Rodi, alla quale ebbe come uditori Cicerone e Pompeo.
Posidonio assunse nella sua dottrina molti elementi
Platonici, come l’immortalità dell’anima razionale e la sua preesistenza
(concetto che non esisteva in Roma Antica in cui è elaborato il Mos Maiorum), o l’attribuzione
delle emozioni, che per lo stoicismo erano malattie dell’anima, all’ “anima appetitiva” come potenza dell’organismo corporeo [Nicola Abbagnano, Storia della Filosofia]. Da qui inizia lo stupro
dei principi morali del Mos Maiorum.
Poi, con Posidonio, Cicerone (il De Officiis, I Doveri, fu scritto da Cicerone sul modello di
Sul Dovere di Panezio da Rodi), Epitteto,
Seneca e Plutarco, il cerchio della distruzione del Mos
Maiorum si completa.
Il
concetto che distrugge il Mos Maiorum
è quello del “logos”.
Che
cos’è il logos? E’ un ente al di fuori delle norme, delle leggi, dello Stato,
elevato a categoria, modello, nel quale i cittadini di quello Stato devono
identificarsi.
La
parola logos indica la ragione, sia come attività propria dell’uomo sia come
principio metafisico che costituisce un ordine razionale del mondo. Questo
concetto a Roma non esisteva. Una volta assunto tale concetto come elemento di
riferimento, tutte le virtù del Mos Maiorum non sono più le virtù dell’uomo sociale, ma sono le
virtù del logos che impone i comportamenti all’uomo sociale. Diventano le virtutes dell’imperatore che l’uomo sociale deve
riconoscere nella carica. Le virtutes non sono più guida
delle azioni dell’uomo sociale nella società, ma sono attributo insito nella
carica di imperatore o di comando sociale. Gli uomini, facendo dipendere la
loro struttura psico-emotiva dal logos e
identificandosi con quel modello, di fatto piegano la loro realtà psichica e
razionale affinché funzioni rispetto al modello. Non è più la società a
determinare le esigenze comportamentali dell’individuo, ma gli elementi, morali
ed etici, imposti aprioristicamente ed attribuiti a quel modello. Questo
processo di modifica dei riferimenti individuali delle virtutes
necessita di alcuni secoli e di molte generazioni, in quanto la costruzione
della dipendenza emotiva si fissa nell’individuo in età fetale e si dispiega in
tutta la sua potenza nell’educazione della primissima infanzia (primi tre
anni). Pertanto, per fissarsi in età fetale, è necessario che gli elementi
emotivi siano trasmessi al feto dalla madre mediante azioni devozionali come
sue risposte alle sollecitazioni del mondo. La madre non risponde più al
desiderio e alle passioni, ma è costretta a vivere il conflitto fra le passioni
e la necessità morale di reprimere le passioni: “Ciò che lo stoico ha il dovere
di evitare sono le passioni (vere e proprie malattie dell’anima); a esse oppone
l’apatia, astenendosi da qualsiasi azione ingiusta, sia vivendo in solitudine
sia, se costretto dalle circostanze, ricorrendo anche al suicidio piuttosto che
mancare al dovere.” Diz. Antichità Classica Garzanti
Questo
imperativo di sottomissione del desiderio, senza un’adeguata risposta sociale,
manipola l’intera struttura emotiva della società diffondendosi come
un’infezione virale. Un contagio comportamentale deforma la prospettiva emotiva
della società creando una malattia di dipendenza dell’individuo che lo induce
alla ricerca ossessiva di approvazione sociale al fine di promuovere sé stesso.
Il concetto di Logos va di bocca in bocca e ciò che il Logos impone, come
repressione del desiderio e della passione, è considerato bene e socialmente
approvato. E’ la malattia mentale della dipendenza del soggetto ad un oggetto
astratto e immaginato esterno che provoca la distruzione del Mos Maiorum che fondò Roma; si
finisce per definire il Mos Maiorum
nella volontà del Logos che necessita della repressione del desiderio e delle
passioni dell’individuo sociale.
“Eraclito designa come logos il principio vitale
della realtà, il quale è “fuoco” e “ragione” insieme. Per Platone l’Essere è
logos in quanto si articola nell’ordine dialettico delle idee. Gli stoici
denominano logos il soffio animatore che permea il tutto ed è “ragione
seminale” (logos spermatikos) delle singole realtà.
Per Plotino il Logos è la potenza ordinatrice del
mondo, emanata direttamente dall’intelletto divino. Filone di Alessandria
chiama a sua volta logos l’ipostasi intermedia fra dio e il mondo, la quale
funge da strumento e da tramite dell’atto creatore divino. Nel vangelo di
Giovanni è detto che “il logos si è fatto carne e ha abitato fra noi”: Cristo è
dunque lo stesso logos divino, divenuto uomo fra gli uomini per consumare il
mistero della redenzione.”
Tratto Dal Dizionario di filosofia Rizzoli
Non
più un Mos Maiorum che
regola la veicolazione nella società delle passioni e dei desideri, ma il Mos Maiorum del Logos che impone
la repressione delle passioni e dei desideri. Una società che inizia ad
implodere su sé stessa negando ai cittadini il diritto dei desideri e delle
passioni per imporre l’apatia. Indubbiamente nella società ci sono delle
resistenze individuali, ma la repressione del desiderio e delle passioni (che i
cristiani finiranno per trasformare in pulsioni demoniache) diventa la regola
che le madri trasmettono ai figli (specialmente a quelli che avranno più cure e
meno a quelli che saranno abbandonati) e i figli non potranno far altro che
dipendere dai desideri morali del Logos.
Lo stoicismo impone alla società un’etica del dovere
e dell’obbedienza. La fondamentale massima stoica è “vivi secondo natura”, cioè
secondo il lògos divino che è in tutte le cose. Da
cui deriva un’etica del dovere razionale che si oppone all’edonismo e fa
propria la dottrina cinica della “virtù” intesa come saggezza.
Si aprono le porte al dominio religioso del dio
padrone sulla società incarnato da Cesare Augusto e seguito dal dominio
assoluto del dio dei cristiani.
Bruto ucciderà Cesare che tenta di farsi padrone di
Roma, ma sarà ucciso. Un altro Bruto, molti secoli prima, sorretto dal Mos Maiorum, uccise l’ultimo re
Tarquinio dando il via ad alcuni secoli di Repubblica. Bruto uccide Cesare, ma
Cesare vince: Augusto diventa l’imperatore di Roma. Il Logos di Roma darà il
via a quel modello che i cristiani useranno per il loro Gesù re e imperatore.
Il Mos Maiorum
diventerà: fede, speranza e carità. Fede nell’assurdo, speranza nel padrone,
disprezzo per le necessità sociali.
In questo modo Roma morirà.
Epitteto (50-138ca
d.c.), stoico che vuole purificare la dottrina stoica dall’eclettismo di Panezio e Posidonio, nel suo
Manuale descrive la relazione tra uomini e Dèi come imposta da stoicismo e
neoplatonismo in antitesi al Mos Maiorum:
“31-I Per quanto concerne la
devozione verso gli Dèi, sappi che la cosa più importante è questa: avere
giudizi retti al loro riguardo, cioè che essi esistono e governano l’universo
in un modo buono e giusto, e essere disposti ad obbedire loro, a sottomettersi
a loro e a seguirli in buon grado in tutto ciò che capita, perché questo è il
prodotto della più eccellente delle volontà. Così tu non biasimerai gli
Dèi e non muoverai loro il rimprovero di
trascurarti.”
Manuale di Epitteto ed. Einaudi
a cura di Pierre Hadot ed. 2006 p. 183
Come si può constatare, la relazione fra uomini e Dèi
è esattamente la relazione che c’è nel cristianesimo fra i cristiani e il loro
dio.
La legittimazione della dipendenza della società di
Roma dal dio assoluto Stoico è ben definita in Seneca nel suo trattato “I
Benefici” nel libro IV:
“Se qualcuno ti avesse donato
pochi iugeri di terra, tu diresti di aver ricevuto un beneficio: e non vorresti
definire un beneficio le immense distese di terra che si aprono alla tua vista?
Se qualcuno ti donerà del denaro e ti riempirà la cassaforte, dato che ti
sembra una gran cosa, definirai questo un beneficio; dio [il dio padrone e
creatore, nota mia] ha messo sotto terra tante vene metallifere, ha fatto
scaturire tanti fiumi che portano oro sulle terre su cui scorrono, un’enorme
quantità d’argento , di rame, di ferro è seppellito in ogni luogo e dio [il dio
padrone, nota mia] ti ha dato la facoltà di andarne in cerca e ha disposto alla
superficie della terra dei segnali che indicano queste ricchezze nascoste: e tu
dici di non aver ricevuto nessun beneficio?”
Tratto da
Seneca, Tutti gli scritti, a cura di Giovanni Reale ed. Rusconi p. 537
Quando una società cessa di tendere verso l’assoluto,
ma fa dipendere sé stessa da un assoluto e dalla sua provvidenza, cessa di espandersi
e va necessariamente verso la fine della civiltà. Tutte le civiltà dopo il
periodo di espansione vengono prese dalla malattia della dipendenza e,
inevitabilmente, implodono finché eventi esterni non le spazzano via. Poi,
quando gli uomini hanno toccato il fondo, allora iniziano a riportare la loro
attenzione ai loro bisogni e ai loro desideri e cercano nuove strade di
espansione. Non è una ripetizione culturale del passato, ma l’apertura di un
nuovo futuro partendo dalla distruzione di quel passato. Oggi noi possiamo
parlare del Mos Maiorum
antico perché siamo nel 2000 con l’esigenza di espandere una società che è
scesa nell’orrore sociale in cui il cristianesimo l’ha costretta. Solo che il
cristianesimo non è un’ideologia in sé. E’ l’espressione ideologica di una
malattia che trova in Platone e in Zenone i suoi giustificatori come
l’ignoranza culturale ha la sua santificazione in Paolo di Tarso.
Che
ne è rimasto oggi del Mos Maiorum?
Che
fine hanno fatto quei principi che resero grande Roma?
Ne
è rimasto ben poco nella società civile, ma molto per fissare il dio padrone
cristiano e il suo diritto al dominio degli Esseri Umani.
Per
cercare la traccia del Mos Maiorum
dobbiamo aprire il Catechismo della chiesa cattolica:
1806 – La prudenza è la virtù che predispone
la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a
scegliere i mezzi adeguati per compierlo. L’uomo “accorto controlla i suoi
passi” (Prv 14,15). “Siate moderati e sobri per
dedicarvi alla preghiera” (1 Pt 4,7). La prudenza è
la “retta norma d’azione”, scrive san Tommaso [Summa theologiae,
II-II, 47,2] sulla scia di Aristotele. [...]
1807 – La giustizia è la virtù morale che
consiste nella costante e ferma volontà di dare a dio [il dio padrone] e al
prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso dio [il dio padrone] è
chiamata “virtù di religione”. La giustizia verso gli uomini dispone di
rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle azioni umane l’armonia che
promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune. [...]
1808 – La fortezza è la virtù morale che,
nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene.
Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli
ostacoli nella vita morale. La virtù nella fortezza rende capaci di vincere la
paura, perfino della morte, e di rafforzare la prova e le persecuzioni. Dà il
coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per
difendere una giusta causa. “Mia forza e mio canto è il padrone” (sal 118,14). “Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate
fiducia; io ho vinto il mondo” (Gv 16,33).
1809 – La temperanza è la virtù morale che
modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni
creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i
desideri entro i limiti dell’onestà. La persona temperante orienta al bene i
propri appetiti sensibili, conserva una sana discrezione [inibisce la sua
libido; nota mia] e non segue il proprio “istinto” e la propria “forza
assecondando i desideri” del proprio “cuore” (Sir 5,2) La temperanza è spesso
lodata nell’antico testamento: “Non seguire le tue passioni, poni un freno ai
tuoi desideri” (Sir 18,30). Nel nuovo testamento è chiamata “moderazione” o
“sobrietà”. Noi dobbiamo “vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo
mondo” (Tt 2,12).
LA FEDE
1814 – La fede è la virtù teologale per la
quale noi crediamo in dio e a tutto ciò che egli ci ha detto e rivelato, e che
la santa chiesa ci propone da credere, perché egli è la stessa verità. Con la
fede “l’uomo si abbandona tutto al dio padrone liberamente” (Concilio Vaticano
II, Dei Verbum,5). Per questo il credente cerca di
conoscere e di fare la volontà del dio padrone. “Il giusto vivrà mediante la
fede” (Rm 1,17). “la fede viva opera per mezzo della
carità” (Gal 5,6).
LA SPERANZA
1817 – La speranza è la virtù teologale per
la quale desideriamo il regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità,
riponendo la nostra fiducia nella promessa di cristo e appoggiandoci non
sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello spirito santo.
“Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è
fedele colui che ha promesso” (Eb 10,23). Lo spirito
è stato “effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù cristo,
salvatore nostro, perché giustificati dalla sua grazia, diventassimo eredi,
secondo la speranza, della vita eterna” (Tt 3,6-7).
LA CARITA’
1822 – La carità è la virtù teologale per
la quale amiamo il dio padrone sopra ogni cosa per sé stesso, e il nostro
prossimo come noi stessi per amore del dio padrone.
LE VIRTU CONTRO IL DIO PADRONE: I PECCATI
1866 – I vizi possono essere collegati in
parallelo alle virtù alle quali si oppongono, oppure essere collegati ai
peccati capitali che l’esperienza cristiana ha distinto, seguendo san Giovanni Cassiano e san Gregorio Magno. Sono chiamati capitali
perché generano peccati, altri vizi. Sono la superbia, l’avarizia, l’invidia,
l’ira, la lussuria, la golosità, la pigrizia o l’accidia.
Tratto
dal Catechismo della Chiesa Cattolica ed Leonardo 1994
Il
Mos Maiorum squartato,
smembrato. Non più sistema di relazione fra gli uomini, ma sistema morale con
cui esaltare la potenza di dominio del dio padrone sugli Esseri Umani.
Con
la morte del Mos Maiorum, è
morta la tensione morale che rese grande Roma.
Marghera,
14 settembre 2011
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Claudio
Simeoni
Meccanico
Apprendista
Stregone
Guardiano
dell’Anticristo
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