SESSUALITA’
E
FORMAZIONE PSICOLOGICA
DELLA PULSIONE DI
POSSESSO
(imposizione dell’infantilismo come metodo di controllo
sociale)
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Troppo
spesso si confonde l’orientamento sessuale di una persona con le strategie
mediante le quali, tale persona, veicola la propria sessualità.
Se
l’orientamento sessuale di una persona si può individuare sia nei caratteri
fisici che in quelli psicologici, la veicolazione della sua sessualità è di
natura educazionale e si esprime in maniera diversa a seconda del ruolo che
quella persona ricopre nella società. Il desiderio di veicolare la propria
sessualità porta, comunque, la persona a cercare una sua collocazione sociale
che gli permetta non solo di esprimere la sua sessualità, ma anche la tipologia
di veicolazione in quanto, l’induzione educazionale, spesso prevarica
l’orientamento sessuale stesso. La persona trova soddisfazione nella
manifestazione del suo orientamento sessuale soltanto se riesce a veicolarlo
come il condizionamento sessuale gli ha imposto.
La
società in cui viviamo, basandosi sull’ideologia religiosa cattolica, instilla
nei bambini (e ha instillato negli adulti quand’erano bambini) il possesso come
modalità nella quale veicolare la propria sessualità. Tale veicolazione avviene
in età precocissima, fin dai primi due anni di vita dei bambini, e viene
veicolata mediante le azioni relazioni che gli adulti mettono in atto sia nelle
relazioni fra di loro che nelle relazioni che tengono col bambino stesso.
L’energia sessuale è l’energia della vita. La prima cosa che il bambino DEVE
imparare, nascendo, è esprimere la vita nel mondo in cui è nato. Esprimere la
vita significa manifestare la propria energia sessuale nel mondo al di là delle
tensioni che lo attraversano e che sono diverse a seconda del momento della sua
crescita. Che l’energia sessuale si manifesti mediante gli organi genitali, è
un fatto acquisito, ma quando l’energia sessuale si manifesta mediante gli
organi genitali la stessa energia sessuale ha agito nel bambino, che l’ha
manifestata nelle sue azioni, permettendogli di acquisire informazioni e
trasformando la sua struttura psico-fisica, ha alimentato la sua conoscenza e
il suo sapere, al fine di renderlo adeguato nei confronti del mondo in cui il
bambino vive. L’energia della crescita è l’energia sessuale. L’energia con cui
viene formulato il pensiero astratto è energia sessuale. L’energia che alimenta
la manifestazione fisica dell’individuo nel mondo in cui vive, è l’energia
sessuale.
Quando
gli organi genitali inizieranno a diventare efficienti, già l’individuo ha
messo in atto tutta una serie di strategie soggettive attraverso le quali
manifestare la propria energia sessuale mediante il proprio sesso.
Nell’ideologia
di possesso alcuni elementi psicologici, che la psicologia distingue, si
uniscono formando un tutt’uno e trasformando la manifestazione sessuale
dell’individuo in esercizio di possesso nei confronti di altre persone.
Fra
questi elementi che agiscono sulla struttura psichica della persona, innanzi
tutto c’è la patologia della dipendenza:
“Freud attribuisce la
situazione di dipendenza del bambino alla
paura di perdere l’amore dei genitori da cui il bambino si difende con
quella “sottomissione educativa” che nell’adulto si trasforma nel timore di
essere disapprovato dalla comunità e quindi in “sottomissione sociale”. Nel
lungo periodo di dipendenza infantile, tipico della razza umana, sono da
ricercare secondo Freud, le radici della socializzazione dell’individuo, del
bisogno della religione, delle aspirazioni etiche e morali.”
Un
meccanismo infantile in cui la veicolazione della sessualità dell’individuo
viene legata al concetto di dipendenza. Come il bambino è dipendente dai
genitori, così la sua sessualità deve tendere a far diventare dipendente
l’oggetto che si ama. In tutto il discorso fatto da Galimberti. alla voce
“dipendenza” riportato, c’è un fraintendimento. Quando scrive: “alla paura di
perdere l’amore dei genitori da cui il bambino si difende...” si tratta in
realtà, da parte del bambino, di mettere in pratica delle strategie per impedire
il suo abbandono da parte dei genitori. Il suo mettersi al servizio,
sottomettersi ai genitori, se da un lato permette all’individuo di apprendere e
di crescere all’interno del mondo in cui è nato, dall’altro lato tende a
rendere i genitori dipendenti dalla sua presenza affinché continuino a servire
la propria impotenza. Non usiamo il termine “amore”, ma parliamo di strategie
di vita, d’esistenza, messe in atto al fine di perpetuare la specie. Solo che
queste strategie si fissano nella crescita del bambino e gli impediscono di
crescere. In sostanza, il bambino cresce fisicamente, ma non cresce
psicologicamente. Non si emancipa dalla strategie di dipendenza che la specie
ha messo in atto per assicurargli la crescita:
“Sempre dal punto di vista
psicoanalitico la dipendenza nevrotica dell’adulto rinvia alla fissazione dello
stadio orale dell’evoluzione libica, conseguenza di un atteggiamento frustrante
o iperprotettivo da parte delle figure parentali.”
Fino
al suo trasferimento in ambito sociale:
“La dipendenza è una
categoria che definisce le relazioni di gruppo e di organizzazione nella forma
di semplice dipendenza tipica dei sistemi organizzati sul modello della
coesione difensiva, della controdipendenza nei sistemi a conflitto
istituzionalizzato dove la posizione di ogni individuo è definita in
contrapposizione alla posizione degli altri.”
Alla
dipendenza si somma la possessività:
“Quando l’oggetto è una
persona, la possessività si traduce in rapporti esclusivi fondati su vincoli
strettissimi e su sentimenti di gelosia tendenzialmente limitanti l’autonomia
dell’altro. Per la psicoanalisi la possessività che insorge nella prima infanzia in concomitanza con la fase
anale si esprime nel legame materno dove, oltre alla dipendenza, il bambino
manifesta una sostanziale incapacità a reggere le frustrazioni provenienti
dalla relazione con la madre, quando questa relazione non ha i tratti di
esclusività.”
Il
possesso come manifestazione infantile del bambino per assicurarsi la crescita
che, soggettivato come metodo di relazione nell’oggettività, diventa patologia
che manifesta problemi psichici in quanto la gestione delle relazioni con il
mondo avviene soltanto con soggetti, persone, che devono essere separate dal mondo,
sottomesse e private della loro autonomia psico-fisica, per poter costruire
delle relazioni attraverso il possesso. Solo privando le persone della loro
autonomia di gestire di sé stesse, possono essere sessualmente possedute in
quanto, in quel momento, diventano
oggetti d’uso esclusivo.
Questa
patologia che indica come può essere veicolata la sessualità all’interno
dell’educazione cattolica, viene fissata mediante l’imposizione, attraverso
l’educazione, della sindrome da onnipotenza che se da un lato, quando non è
associata ad altri sintomi psichiatrici, non è individuata come malattia,
dall’altro lato funge da guida per gli individui nella loro attività tesa a trasformare le persone
in oggetti posseduti nei quali veicolare la propria sessualità:
“L’onnipotenza è un
termine che la psicoanalisi ha desunto dal linguaggio teologico, dove designa
l’illimitata potenza di dio, e adottato dalla psicoanalisi per descrivere il
sentimento che caratterizza la prima infanzia in cui il bambino crede di poter
controllare con il suo desiderio l’intera realtà.”
Tale
sentimento si dovrebbe ridurre con le esperienze frustranti che il bambino
riceve nel corso della crescita, ma in realtà si stratifica nella pulsione
sessuale quale identificazione del bambino nel dio padrone finendo per sparire
nelle relazioni apparenti con la realtà sociale, ma si riproduce nella realtà
emotiva e sessuale con la quale l’individuo costruisce le sue relazioni
personali con il mondo. Razionalmente, in mancanza di una patologia psichiatrica,
nessun individuo si pensa onnipotente; emotivamente e psicologicamente ogni
individuo, educato dai cristiani, si identifica col dio padrone e ritiene che
chiunque stia in un’immaginaria scala gerarchica sotto di sé si prostri ed è
pronto a prostrarsi nei confronti di chiunque stia, in un’ipotetica scala
gerarchica, sopra di sé.
La
riproduzione nelle relazioni personali emotive e sessuali della sindrome da
onnipotenza, della possessività e della ricerca di dipendenza, trovano la loro
rappresentazioni nelle relazioni sociali determinate dall’organizzazione
sociale della famiglia come cattolicamente intesa. E’ la famiglia, invocata
come forma assoluta dai cristiani, che impone tali condizioni patologiche
riproducendole di generazione in generazione e riadattando le condizioni
patologiche, imposte ai bambini, ad ogni novità culturale che la società, in
cui la famiglia agisce, propone:
“Queste regole culturali
fanno si che la coppia parentale, paritaria sotto il profilo della generazione,
diventi gerarchica nella rappresentazione sociale, per cui il concetto sociale
di “madre” viene assorbito in quello biologico di “genitrice”, mentre il
significato biologico di “genitore”, viene assorbito in quello sociale di
“padre”. Attraverso questa rappresentazione sociale il figlio interiorizza la
sua identità sessuale insieme ai valori gerarchici della società in cui si
trova a vivere. Questa interiorizzazione ha le sue ripercussioni in ambito
psicologico in termini di vissuti e di comportamenti, quando non addirittura a livello
biologico per l’influsso che le componenti psichiche hanno sui meccanismi
fisiologici.”
L’ideologia
del possesso è un’ideologia ferocemente imposta alla società civile in cui
viviamo e vede nell’ideologia religiosa cattolica il suo più feroce difensore.
Alla chiesa cattolica interessa costruire disagio sociale attraverso il quale
criminalizzare le persone costringendole a comportamenti “deviati” al fine di
soddisfare la loro sessualità che la chiesa cattolica ha reso insoddisfacente
quando questa viene veicolata all’interno delle condizioni e delle norme che la
società civile impone.
Imporre
alle persone di veicolare l’espressione della propria sessualità mediante il
possesso dell’altro, implica privare l’altro della sua autonomia e della
libertà con cui gestire il proprio corpo e la propria sessualità. Nella società
in cui viviamo ci troviamo ad affrontare una contraddizione che da un lato vede
l’ideologia cattolica imposta, mediante la violenza, ai bambini affinché
veicolino la loro sessualità all’interno dell’ideologia di possesso e
dall’altro lato la Corte di Cassazione che sentenziando ribadisce l’illegalità
di tale veicolazione quando priva le persone, l’altro, della libertà di gestire
la propria sessualità e il proprio corpo.
Questa
contraddizione pone, coloro che intendono impossessarsi dell’altro e
sottomettere la sua sessualità ai propri desideri in violazione della sua
volontà, nella necessità di cercare individui che per la loro condizione
sociale o per le loro condizioni psichiche non siano in grado di difendersi
chiedendo giustizia alla società civile e, quand’anche lo fanno, siano in una
situazione tale da poterli diffamare, renderli non credibili, aggredibili ecc.
In sostanza, la veicolazione della sessualità mediante il possesso, quando è
fatta in maniera consapevole, si esprime sempre con azioni coercitive e
violente su chi non si può difendere in quanto emarginato, per un qualche
motivo, nella società. Quando, invece, è inconsapevole, infierisce, spesso in
maniera violenta sulle persone che non accettano di diventare oggetto di
possesso dell’altro.
Il
fondamento e gli scopi dell’educazione cristiana è quello di trasformare le
persone in oggetti che non siano in grado né di rivendicare i propri diritti
sociali, né di riconoscere cosa è o non è importante in una società civile.
Qual è il valore dell’individuo come persona quando la persona, i suoi diritti,
la sua fisicità, il suo lavoro, sono violati? Inoltre, anche quando l’individuo
percepisce l’offesa e rivendica i propri diritti il cristianesimo frappone
tutta una serie di ostacoli di ordine burocratico e procedurale proprio per
impedire all’individuo sociale più debole di rivendicare i propri diritti
violati.
Il
fondamento dell’educazione cristiana è quello di controllare le persone fissando
in forma patologica quelle forme espressive psicologiche infantili che rendono
incapace la persona di agire nella realtà in modo economicamente vantaggioso
per costruire il suo futuro. Questo produce tutta una serie di problemi
sociali. Da un lato il cattolicesimo, con una serie di dogmi
ideologico-religiosi fissa il comportamento degli Esseri Umani adulti nella
patologia psichiatrica imposta. Ma l’individuo adulto è comunque costretto ad
affrontare la realtà anche se la sua struttura psico-emotiva, attraverso la
patologia, è stata fissata nei caratteri infantili. Ciò costruisce due
situazioni, da un lato l’azione dell’individuo nella società civile attraverso
i principi che fissano la sua patologia e dall’altro la magistratura, che
rappresenta la società civile, che si vede costretta a censurare quei
comportamenti in quanto avversi alle norme del vivere civile.
Così
l’educazione cristiana funziona soltanto quando viene limitata nelle sue manifestazioni
dall’individuo che l’ha interiorizzata. L’individuo che ha fagocitato
l’educazione cristiana deve limitare la manifestazione delle sue pulsioni e dei
suoi bisogni in quanto l’educazione cristiana gli imporrebbe la violazione
delle norme sociali. Quando questo non avviene o quando quello che avviene
viene recepito da qualche persona come un’offesa tale da chiedere giustizia,
allora assistiamo a sentenze della magistratura che censurano i comportamenti,
indotti dall’educazione cristiana, come dei reati. Sembra che non sia compito
della magistratura trovare il nesso fra educazione cristiana e reati commessi
di conseguenza, è compito della società civile, ma se la società civile viene
meno a tali doveri necessariamente la magistratura si troverà a sentenziare in
un numero sempre maggiore di cause civili e penali.
Lusiana,
agosto 2007
N.B.
I testi di psicologia evidenziati sono stati tratti dal Dizionario di
Psicologia di Umberto Galimberti ed. Garzanti
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