La legge provoca trasgressioni

I cristiani e l'obbedienza alle leggi nel pensiero di san Paolo

Seconda parte di quattro parti su san Paolo e la legge

Paolo di Tarso, santo cristiano

di Claudio Simeoni

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Scrive Paolo di Tarso nella Lettera ai Romani:

"Che diremo dunque? Che la legge è peccato? No, certo! Ma io non ho conosciuto il peccato se non per mezzo della legge. Difatti, avrei ignorato la concupiscenza se la legge non mi avesse detto: "Non desiderare". Ma il peccato, poi, approfittando dell'occasione di questo precetto, ha suscitato in me ogni sorta di cupidigie; poiché senza legge il peccato è morto. Un tempo, senza legge, io vivevo; ma venuto il precetto, il peccato si ridestò ed io morii: sicché il precetto che doveva darmi la vita, diventò occasione di morte. Poiché il peccato, colta l'occasione del precetto, mi sedusse e per mezzo di esso mi uccise. Sicché la legge è santa, e santo, giusto e buono è il precetto." Romani 7, 7-12

Le connessioni logiche che usa Paolo di Tarso in questo brano devono, molto probabilmente, essere ricondotte ad una condizione dottrinale diversa da quella cristiana. O, comunque, assunta da Paolo di Tarso da un ambito più vasto del cristianesimo, forse in ambito gnostico. Nel Corpus Hermeticum, nel "Discorso di Ermete Trismegisto a Tat sull'intelletto comune" leggiamo: "Ogni anima entrata in un corpo, infatti, è subito corrotta dalla sofferenza e dal piacere." Per questo: "A queste anime dunque Dio ha imposto la legge per castigarle e per convincerle del loro errore."

L'ideologia portante è la netta separazione fra l'anima e il corpo. Dove l'anima viene contaminata dalle tensioni del corpo e l'attività dell'anima consiste in una lotta contro le pulsioni del corpo: lotta per la sua negazione e distruzione.

C'è una separazione netta fra "io" e "il peccato".

"il peccato" è un oggetto diverso dal soggetto che lo compie.

L'esempio che usa Paolo di Tarso è il "non desiderare" che viene imposto dalla legge e che, una volta imposta al soggetto, la concupiscenza non viene più ignorata.

Secondo Paolo di Tarso "il peccato" approfitta della legge per "ridestarsi" e il suo risveglio porta alla morte l'individuo.

Se Paolo di Tarso avesse detto: "Gli uomini si sottraevano vicendevolmente oggetti con la violenza, e allora la legge intervenne per impedire l'azione!" e avesse aggiunto "Ma il peccato si è risvegliato in alcuni uomini che hanno continuato e pertanto morirono!" avremmo compreso che il peccato spinge le azioni degli uomini prima e dopo la legge e la legge rende manifesta l'esistenza del peccato e ne determina una pena. Detto in questo modo lo avrebbe capito ogni persona civile, ma come la mette Paolo di Tarso il discorso appare incomprensibile.

Ciò che rende perplessi, ma solo a prima vista, è che comunque la determinazione della legge avviene quando un'azione o una situazione creano un problema a chi è in grado di emanare le leggi.

Paolo di Tarso non dice che prima c'era la concupiscenza e dopo la legge non c'è più la concupiscenza. Paolo di Tarso dice che prima c'era la concupiscenza, ma prima c'era la concupiscenza e ora c'è la concupiscenza. Dice, infatti, prima facevi quella cosa e non era peccato, ora fai quella cosa ed è peccato. Solo che il fare quella cosa non è diverso dal fare quella cosa stessa. Non è la stessa cosa dire: "Prima facevi violenza per ottenere quello che volevi; ora, per ottenere quello che vuoi, non puoi più fare violenza!" La violenza è il mezzo per ottenere quella cosa che viene bandito. Viene bandito come mezzo (la violenza), no la cosa che si vuole ottenere! E' come se Paolo di Tarso dicesse. "Prima respiravi e non conoscevi il peccato; ora la legge ti vieta di respirare e tu conosci il peccato!". Pecchi perché respiri e qualcuno ti ha vietato di respirare!

Proviamo, innanzi tutto, a comprendere il concetto di legge come è trattato nei vangeli.

Eliminiamo il vangelo di Marco per l'irrilevanza della trattazione della legge. Nel contempo teniamo sullo sfondo del nostro discorso "gli uomini di legge" con i quali il Gesù si scontra più volte e consideriamo le leggi che nei vangeli vengono sottolineate.

"Che diremo dunque? Che la legge è peccato? No, certo!" e come potrebbe Paolo di Tarso?

"Maestro, qual è il maggior comandamento della legge?" Gesù gli rispose: "Amerai il signore dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la tua mente. Questo è il massimo e il primo comandamento. Il secondo, poi è simile a questo: amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la legge dei profeti." Matteo 22, 37

"E non avete letto nella legge che, nei giorni di sabato, i sacerdoti nel Tempio violano il sabato e sono senza colpa? Or io vi dico: c'è qui uno più grande del Tempio. Se poi avreste compreso che cosa significa: "Preferisco la misericordia al sacrificio", non avreste condannato degli innocenti. Il Figlio dell'uomo, infatti, è padrone del sabato." Matteo 12, 5

Due esempio di legge e violazione della legge senza peccato!

Qual è la legge che viene confermata?

Quella che costringe l'uomo alla sottomissione e all'obbedienza personale!

Qual è la legge che viene violata?

Quella dell'uguaglianza dei cittadini davanti ad essa!

L'esercizio sofistico di Paolo di Tarso: "Che diremo dunque? Che la legge è peccato? No, certo!", però io, che sono cristiano, sono liberato dalla legge. La legge non serve a me che sono sottomesso a Gesù, ma serve per chi non è sottomesso a Gesù! Io sono stato liberato dal peccato in quanto sono morto e rinato in Gesù, ma il precetto serve per chi non è rinato in Gesù. Per chi non si è sottomesso a Gesù (e ai suoi rappresentanti!). Per questo Paolo di Tarso afferma: " Sicché la legge è santa, e santo, giusto e buono è il precetto." Che comunque è quello che determina il peccato, non l'azione che un soggetto compie.

Solo che Paolo di Tarso combina un altro salto retorico: il peccato non è la manifestazione delle mie azioni. Ma attraverso la legge io conosco il peccato! Il peccato che si risveglia in me quando la legge viene imposta. Non è il soggetto che pecca, ma il peccato che si risveglia all'applicazione della legge.

Non siamo più solo davanti al dualismo anima e corpo, ma siamo davanti ad una trinità composta di anima, corpo e peccato! Tre soggetti con tre intenti diversi.

Un corpo che mette in atto delle azioni, ma non sono peccato in quanto la legge non è stata imposta! Un'anima che non subisce le conseguenze delle azioni del corpo fintanto che al corpo non è imposta la legge! Un peccato che sollecita l'anima e il corpo, una volta che la proibizione è imposta, a fare ciò che ha sempre fatto.

Ora dobbiamo stabilire: quale e perché un soggetto impone la legge se "senza la legge il peccato è morto"! E perché Paolo di Tarso prende ad esempio proprio la cupidigia?

Se Gesù quando afferma il "più grande comandamento" è ovvio: "Amerai il signore dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la tua mente." Questo è il massimo e il primo comandamento." non lo è più quando quel comandamento lo dovrebbe imporre a sé stesso! Infatti parla di sé stesso: "devi amare me!" dice Gesù! Lui è il figlio di dio, il signore della persona con cui parla, ma il dio suo padre là non c'è, c'è lui, Gesù, che pretende di essere amato. E nello stesso tempo pretende che chiunque lo ami ami anche chiunque ama Gesù! Infatti, dice il cristiano, io seguo il precetto di amare i miei nemici, ma massacro i nemici del "mio" Gesù! E chissà perché ogni cristiano ha un Gesù per conto suo! Forse come proiezione psichica di sé stessi sul mondo? Sindrome da onnipotenza? Gesù non dice: "Io, e chi si identifica con me, devo amare i miei nemici!" Al contrario, Gesù si può permettere di violare la legge come fanno i sacerdoti nel tempio, perché lui è più grande del tempio. Così chi si identificherà in lui può violare le leggi perché: "Così anche voi, fratelli, mediante il corpo di Cristo siete già morti alla legge per essere di un altro, di Colui che resuscitò i morti, affinché noi fruttifichiamo per Dio" Romani 7, 1

E così nella sua setta Paolo di Tarso elabora la retorica che sarà a fondamento del cristianesimo.

Noi, come cristiani, siamo morti alla legge. Siamo al di là della legge. Siamo al di sopra della legge. La legge non ci può e non ci deve condannare.

Recentemente abbiamo sentito (ma in passato era molto peggio) i cristiani gridare alla persecuzione religiosa quando venivano inquisiti per lo stupro di minori. Lo stesso Giovanni XXIII° condannare chi denuncia i preti pedofili. Lo stesso Ratzinger che avrebbe dovuto essere processato negli USA se non fosse intervenuto il Consiglio di Stato USA a fermare i processi (con condanna assicurata). Abbiamo assistito a cristiani che devastano Sistemi Sociali e gridare alla persecuzione quando le persone chiedevano giustizia per la loro attività.

Per contro i cristiani quando hanno avuto il potere sociale non si sono mai preoccupati della legge che protegge, ma hanno imposto la legge che sottomette. Quella legge che sottomette gli uomini con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima a loro stessi che erano liberati dalla legge ad opera di Gesù: erano morti per la legge in quanto erano di un altro!

Se vogliamo fare un esempio attuale: i cristiani hanno imposto la legge che sottomette le donne ad una non persona. L'embrione! E' come se avessero sottomesso le donne al loro dio. Un essere inesistente, inconsistente del quale i cristiani dicono cosa vuole o non vuole! E così è per l'embrione che sta nella pancia della donna. Non è la donna che deve gestire l'embrione che nutre e che fa crescere, ma sono i cristiani che attraverso l'embrione pretendono di gestire la donna e, attraverso essa, l'intera società civile!

Diranno i cristiani che quella legge è peccato? No certo! Funziona così bene per i loro interessi!

Loro, i cristiani, sono morti a quella legge; siano le donne ad essere sottomesse a quella legge e poi ci penseranno i cristiani a punire il risveglio del peccato nelle donne!

Questo è solo un esempio, ma è sufficiente per conoscere le implicazioni della follia che attraverso Paolo di Tarso si imporrà alla società civile per migliaia di anni!

Marghera, 28 febbraio 2006

Pagine sull'analisi della religione cristiana

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Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

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Il Male Assoluto

Il male assoluto è quell'ideologia che distrugge il futuro delle persone costringendole a sottomettersi con tutto il loro cuore e "tutta la loro anima". Il male assoluto è descritto nella bibbia cristiana, nei vangeli cristiani, nei testi degli ebrei, nel Corano e nei canoni buddisti.