Tommaso d’Aquino

Argomenti per dimostrare l’esistenza del dio cristiano

Il motore immobile di Aristotele e Madre Gaia

Da “Somma contro i Gentili”

Di Claudio Simeoni

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Tommaso d’Aquino sa perfettamente di non poter dimostrare l’esistenza del suo dio padrone. Non può dire: “Questo è il mio dio”. Tuttavia egli ha un dio preciso a cui si riferisce: il dio delle sue sacre scritture. Le sue sacre scritture affermano il dio padrone, ma non dimostrano l’esistenza del dio padrone. Le sacre scritture cristiane parlano di una patologia da onnipotenza che loro chiamano dio e che identificano con un soggetto padrone dell’universo in quanto creatore dello stesso.

Ne parlano, ma non ne dimostrano l’esistenza e tanto meno ne dimostrano la necessità della sua esistenza.

Affermare non significa dimostrare.

Se l’oggetto non ricade sotto i sensi, l’affermazione dell’oggetto dimostra solo l’esistenza dell’affermazione, non dell’oggetto affermato.

Se io dico: “Padre Zeus è l’atmosfera!”

Affermo un oggetto che cade sotto i sensi. Pertanto non si può discutere se l’oggetto che affermo è reale o meno, si può discutere del significato che io attribuisco all’oggetto: “Padre Zeus!”. Poi, sta a me, eventualmente, dimostrare come senza Padre Zeus, l’atmosfera, la vita come noi la consideriamo non sarebbe mai esistita.

Io argomento attorno ad un oggetto che ricade sotto i sensi e della cui realtà ogni Essere Umano ne prende atto.

Diverso è quando si tratta di argomentare attorno al dio creatore dei cristiani e della sua pretesa di essere il padrone delle persone in quanto creatore delle persone e del mondo in cui vivono. La pretesa di dominio di chi rappresenta il dio dei cristiani, è l’unico oggetto reale che ricade sotto i nostri sensi, mentre non ricade sotto i nostri sensi né il dio degli ebrei e dei cristiani, né, tanto meno, la sua azione di creazione del mondo e il suo intervento nelle cose della vita.

Mentre nelle Antiche Religioni gli Dèi hanno un corpo col quale noi interagiamo, nel cristianesimo il dio dei cristiani è il frutto di un delirio patologico che si lega a malattie mentali in cui le persone si sono estraniate dal mondo e dalla vita: il cristiano si è alienato dalla vita.

Da qui deriva la difficoltà dei cristiani di provare l’esistenza del loro dio padrone: è difficile spacciare un’idea delirante come se fosse un oggetto reale. Si può argomentare attorno ad un’idea delirante e tali argomenti vengono accettati, fatti propri o rifiutati, a seconda di come le culture delle varie società o delle varie epoche storiche si pongono rispetto agli argomenti. Alcune idee di Platone, messe in bocca a tale Socrate, in alcune epoche storiche sono state accettate, in altre confutate.

Da questi presupposti prendono il via le argomentazioni di Tommaso d’Aquino nella Somma contro i Gentili mentre tenta di appropriarsi di Aristotele per argomentare attorno al proprio dio.

Io prendo in considerazione la prima parte del discorso di Tommaso d’Aquino in questo capitolo, quello in cui usa il concetto di motore primo di Aristotele per confermare l’esistenza di una volontà creatrice e, per estensione, del dio padrone dei cristiani.

 

Scrive Tommaso d’Aquino nel capitolo XIII dal titolo “Argomenti per dimostrare l’esistenza di dio”:

 

“ Una volta chiarito che non è cosa vana cercare di dimostrare che dio esiste, passiamo a riferire gli argomenti con i quali i Filosofi e i dottori della chiesa cattolica hanno dimostrato l’esistenza di dio.  Prima riferiamo gli argomenti di cui si serve Aristotele per dimostrare che dio esiste, cercando di farlo per due vie a partire dal moto.

 

1) La prima via è la seguente [cfr. Physic., VII, c.I]. – Tutto ciò che è in moto è mosso da altri. Ora, che qualche cosa sia in moto mettiamo il Sole, è evidente. Dunque vien mosso da altri. Ma il motore suddetto, o è esso stesso in moto, oppure è immobile. Se non è in moto abbiamo raggiunto ciò che si cercava, e cioè che è necessario ammettere un motore immobile, che noi chiamiamo dio. Se invece esso stesso è in moto, viene mosso da un altro motore. Perciò, o si procede così all’infinito, oppure si deve arrivare ad un primo motore immobile. Ma non si può procedere così all’infinito. Dunque è necessario ammettere un primo motore immobile.

Nella prova suddetta due proposizioni han bisogno di essere dimostrate: a) che <<quanto è in moto deve essere mosso da altri>>; b) che <<nella serie di motori mossi non si può procedere all’infinito>>.

 

La prima affermazione indimostrata ed indimostrabile dalla quale parte Tommaso d’Aquino è la seguente: “Tutto ciò che è in moto è mosso da altri”. A una realtà che ricade sotto i sensi, Tommaso d’Aquino vi aggiunge un significato pescato dalla propria patologia. Tutto ciò che è in moto, è in moto. Possiamo lavorare per individuare cause e direzione del moto, ma affermare che il moto è “mosso da altri” significa togliere all’oggetto in moto il suo motore con cui risponde alle sollecitazioni del mondo in cui si muove.

E’ evidente, dice Tommaso d’Aquino, che il Sole si muove. E per Tommaso d’Aquino appare evidente che “qualcuno muova il sole”. Io quest’evidenza non la vedo. Vedo un’alba e un tramonto, ma non vedo gli “altri che muovono”. Pertanto, potrei dire con Tommaso d’Aquino che il Sole si muove, ma sono più reali le visioni mitiche del “carro del Sole di Febo”, che è a sua volta Sole, che non “gli altri” che muovono il sole. In Febo ho un Sole che sorge e che tramonta, negli “altri” ho un Sole privo del suo aspetto divino “della sua capacità di muoversi” perché è attribuita ad un soggetto esterno. Ho un Sole che non partecipa alla nascita della vita su questo pianeta.

Privare gli oggetti che ricadono sotto i nostri sensi della loro volontà con cui rispondono alle sollecitazioni del mondo in cui vivono adattandosi ad esse e diventando, a loro volta, sollecitazioni per altri che si adattano, è una grande “negazione dell’evidenza” che priva l’azione dell’oggetto dell’intelligenza che la dirige.

L’affermazione di Tommaso d’Aquino è assolutamente arbitra, soggettiva e patologica: qual è il motore che spinge Tommaso d’Aquino a scrivere queste stupidaggini? Tommaso d’Aquino “viene mosso da altri”?  Per quanto riguarda il moto del Sole rimandiamo a qualche secolo dopo Tommaso d’Aquino, a tale Galileo Galilei. però questo, a noi, non interessa.

Con questa logica si procede verso ad un ipotetico “motore immobile” che diventa puro esercizio di fantasia retorica.

Se un motore è immoto non può mettere in moto nulla in quanto, il fatto stesso di mettere in moto qualche cosa non sarebbe più un motore immoto, ma un motore che agisce. Affermare che esiste un “motore immobile” è un puro esercizio retorico che non risponde alla ricerca dell’esistenza del dio padrone dei cristiani.

Se vogliamo entrare nella stessa logica dei cristiani e parlare di un dio assoluto e creatore, dobbiamo constatare che un eventuale dio che decide di creare, o che crea un universo in trasformazione, è un “dio in trasformazione” e non può essergli attribuito nessun aggettivo assoluto. Infatti, l’assoluto immobile sarebbe diverso dall’assoluto che ha creato il mondo. Allora o il primo non era un assoluto o il secondo è un assoluto. In questo modo procede un discorso logico-retorico nel quale non voglio comunque immergermi data la sua assoluta estraneità alla realtà vissuta.

A questo punto a Tommaso d’Aquino non resta che dimostrare che quanto è in moto è mosso da altri prendendo le argomentazioni di Aristotele che io commento una ad una:

 

 

La prima viene dimostrata dal Filosofo con tre argomenti:

 

1) Se una cosa muove sé stessa bisogna che abbia in se medesima il principio del suo moto: altrimenti è chiaro che sarebbe mossa da altri. Inoltre bisogna che sia mossa direttamente: e cioè che sia mossa per sé stessa e non rispetto a’ una sua parte, come l’animale che fosse mosso in rapporto alla mozione del suo piede; in tal modo infatti sarebbe mosso da se stesso non quel dato soggetto, ma una sua parte, e una parte verrebbe mossa dall’altra. E finalmente un motore che muovesse se stesso bisognerebbe che fosse divisibile e avesse parti distinte; com’è dimostrato nel sesto libro della fisica (cc. 4, 10, nn. 3ss.).

Fatte tali premesse Aristotele così argomenta. Ciò che per ipotesi è dato come mosso da se stesso dev’essere mosso direttamente. Perciò dalla stasi di una sua parte dovrebbe seguire la stasi del tutto. Poiché se alla stasi di una sua parte si accompagnasse il moto di un’altra delle sue parti, allora non il tutto si sarebbe mosso direttamente, ma solo quella sua parte che si muove mentre le altre sono in riposo. Ora, però nessuna cosa che è costretta a star ferma dal fermarsi di un’altra è in grado di muoversi da se stessa: che la dipendenza da un altro nella quiete coincide con la sua dipendenza nel moto; perciò un essere mobile di tal genere non può essere mosso da se stesso. E quindi quanto si pensava  fosse mosso da se stesso non è mosso in codesto modo. Perciò è necessario che tutto ciò che è in moto sia mosso da altri.

Codesto argomento non trova difficoltà nel fatto che il soggetto per ipotesi mosso per se stesso non ha parti capaci di trovarsi in condizioni di quiete; e che moto e quiete non appartengono alle parti se non in maniera indiretta e accidentale, secondo la critica poco benevola di Avicenna [cfr. Sufficientia, II, c. I]. Poiché la forza dell’argomento  sta in questo, che se una data cosa muove se stessa direttamente e per se stessa, non già in forza delle sue parti, bisogna che il suo moto non dipenda da nessuno; ma il muoversi di una realtà divisibile, come del resto l’essere della medesima, dipende necessariamente dalle sue parti; quindi non può mai muovere se stessa direttamente e per se stessa. Perciò per la verità della conclusione desiderata, non è necessario supporre che una parte dell’essere che muove se stesso realmente  debba star ferma; ma basta che sia vera questa condizionale: <<se stesse ferma la parte>>, verrebbe a fermarsi anche il tutto. E questo può essere vero anche se la protasi è impossibile; come se si dicesse: <<Se l’uomo fosse un asino, sarebbe un essere irragionevole>>.

 

Cosa si intende per cosa?

Che cos’è un’unità che muove sé stessa?

Quando posso chiamare una cosa e ritenerla un’unità?

Ogni soggetto della Natura, ogni oggetto cosmico in movimento, muove sé stesso. Un  animale muove sé stesso. La Terra muove sé stessa. Un albero muove sé stesso nell’atto della crescita. Il vento muove l’albero quando soffia, ma le radici che si affondano nella terra sono mosse dall’albero. La crescita del bambino fino a diventare un individuo adulto, è mosso da sé stesso. Noi rispondiamo alle sollecitazioni esterne, ma nello stesso tempo sollecitiamo i processi adattativi del mondo che si muovo in sé stessi e per sé stessi. Ogni oggetto del mondo ha la volontà e l’energia per muoversi per sé stesso in base alle condizioni del suo essere oggetto e soggetto; questo anche quando l’oggettività sollecita il movimento dell’oggetto.

Cos’è il mio piede nel mio movimento?

E’ un soggetto esecutore, ma io muovo il mio piede perché in me c’è quanto produce il mio movimento. Nello stesso tempo il mio piede ha un movimento a sé stante: che cos’è la crescita del mio piede da quando sono uscito dalla vagina di mia madre a quando sono diventato un individuo adulto?

Perché si vuole affermare: “se una data cosa muove se stessa direttamente e per se stessa, non già in forza delle sue parti, bisogna che il suo moto non dipenda da nessuno” come se ogni soggetto non si muovesse sempre direttamente e per sé stesso?

Sia Aristotele che Platone, allo stesso  modo di Tommaso d’Aquino, proiettano sul mondo l’idea del padrone, dell’imperatore, dell’aristocrazia elitaria, che determina il movimento delle società e delle nazioni. La società dei filosofi di Platone, Alessandro Magno, il dio assoluto di Tommaso d’Aquino, cercano legittimazione del proprio ruolo per il fatto che “loro” “muovono” le società. In sostanza, si giustifica un’idea sociale con argomentazioni patologiche che esulano dalla realtà sperimentale per confermare gerarchie sociali.

Affermare che “se stesse ferma la parte, verrebbe a fermarsi anche il tutto” significa sostenere l’assurdo che l’atto del dormire di un individuo costringe a fermarsi il suo apparato neurovegetativo. Cosa che Tommaso d’Aquino, nelle sue allucinazioni, ha sperimentato essere non vera. Salvo poi piegare la realtà sperimentata alla sua patologia di dipendenza dall’idea di un dio padrone.

Io mi muovo direttamente.

E mi muovo direttamente in quanto sono un corpo vivente che abita il mondo in cui è nato.

Che il mio corpo cammini, sogni, mangi, desideri, ami, lavori, al di là delle specifiche parti del mio corpo che impiego in tali attività, sono sempre io che cammino, sogno, mangio, desidero, amo, lavoro. Che poi questa attività risponda a sollecitazioni interne o a sollecitazioni esterne, è sempre una mia scelta di mettermi in moto o di non mettermi in moto.

Io sono un corpo vivente; non un cadavere!

 

2) In secondo luogo Aristotele procede per induzione [cfr. Phisic., VIII, c. 4]. Tutto ciò infatti che è mosso in maniera indiretta [per accidens] non è mosso da se stesso. Poiché è mosso dal moto di un altro soggetto. Così non è mosso da se stesso tutto ciò che è mosso per violenza: il che è evidente. E neppure gli esseri dotati di moto naturale, come gli animali, i quali vengono mossi dall’anima. E neppure le sostanze soggette ai moti naturali, come i corpi gravi e leggeri. Poiché essi sono mossi dalla causa che li produce o che toglie l’ostacolo di codesti moti. Ora, tutto ciò che si muove è in moto, o direttamente o indirettamente. Ma tutte le cose che sono in moto direttamente e per se stesse, sono mosse  o per violenza o per natura. E queste ultime cose, o godono di un moto spontaneo, come gli animali; oppure il loro moto non è spontaneo, come nel caso di corpi gravi e leggeri. Perciò tutto ciò che è in moto è mosso da altri.

 

Gli Esseri che si muovono da sé stessi non si muovono da sé stessi, ma vengono mossi dall’anima.

L’affermazione è grave in quanto è pura opinione. Noi distinguiamo ciò che è animato da ciò che non è animato solo perché noi assumiamo noi stessi come modelli che proiettiamo sul mondo e tanto più gli Esseri sono simili a noi e tanto più hanno un’anima attiva.  Ma noi distinguiamo il corpo dal cadavere perché il corpo manifesta dei sentimenti, una volontà e un’intelligenza, che sono propri del corpo. Il corpo si muove di moto proprio e voler sottrargli ciò che  lo anima è come voler sottrarre ad un uomo la sua testa, le sue gambe, il suo cuore o il suo stomaco. Ovvio che un corpo è tale perché completo di tutte le sue parti. Tolta una parte quel corpo è monco fino a cessare di essere un corpo per trasformarsi in cadavere.

Ogni corpo dell’universo e della Natura si muovono di moto proprio e nel muoversi costruiscono delle condizioni che inducono altri a muoversi. La gravità terrestre costringe gli oggetti a muoversi nella sua direzione: per violenza. Pur tuttavia gli uccelli si muovono in modo diverso dalla direzione della gravità perché scelgono condizioni e movimenti diversi rispetto alla costante che è la gravità terrestre. Il fatto che ci siano delle cose che condizionano i movimenti non significa che all’interno di quei condizionamenti noi non possiamo scegliere Scegliamo perché ci trasformiamo e ci adattiamo alle condizioni costanti della realtà nella quale viviamo.

Come diceva Epicuro, tanto disprezzato da Tommaso d’Aquino, un atomo cade in maniera lineare attratto, ma nella sua caduta può deviare, sia pur leggermente dalla traiettoria che la violenza lo costringe a seguire. Quella lieve deviazione è l’esercizio della sua volontà che manifesta la sua libertà. E così è per le specie della Natura. Ogni Essere è portatore di un patrimonio genetico, ma agisce e sceglie nell’ambiente in cui vive ed esercita la sua libertà. Quell’esercizio della sua libertà è la forza di adattamento soggettiva dell’individuo che porta alla diversificazione delle specie.

Nulla è mosso da altri, ma tutto si muove nella ricerca della propria libertà. Proprio perché nulla è mosso da altri, tutti i soggetti dell’oggettività hanno in sé le forze per muoversi e rispondere all’azione di altre forze che li inducono a muoversi, inducendo a loro volta altri a muoversi.

Non è Alessandro Magno che muove i macedoni. I macedoni si muovono perché hanno scelto di muoversi e anche se Alessandro Magno li ha costretti con le minacce, il loro movimento nasce dalla loro scelta.

 

3) in terzo luogo egli porta il seguente argomento [Physic., VIII, c. 5, n. 8]. Niente può essere in atto e in potenza rispetto alla medesima cosa. Ora, tutto ciò che è in moto in quanto si muove è in potenza: poiché il moto è l’atto di un ente in potenza in quanto è in potenza [Physic., III, c. I, n. 6]. Invece ciò che muove, in quanto muove è in atto; poiché nessuna cosa agisce, se non in quanto è in atto. Niente dunque rispetto alla medesima cosa può essere movente e mosso. E quindi niente può muovere se stesso.

Va notato però che Platone, il quale ha affermato universalmente che ogni movente è in moto (cfr. Phaedrus, 24), prende il termine moto in un senso più generico di Aristotele. Questi infatti lo prende in senso proprio, cioè quale atto di un ente in potenza in quanto tale: nel senso cioè in cui non può attribuirsi che alle cose divisibili e materiali, com’egli dichiara nel sesto libro della Fisica [loco cit.]. Secondo Platone invece chi muove se stesso non è un corpo: infatti egli prendeva il termine moto per qualsiasi operazione, così da considerare moto anche l’intendere e l’opinare: maniera di esprimersi questa cui accenna anche Aristotele nel terzo libro del De Anima [c. 7, n. I]. In tal senso egli afferma che il primo motore muove se stesso, perché se stesso conosce ed ama. E questo non contrasta con le affermazioni di Aristotele: arrivare infatti ad un primo essere che muove se stesso nel senso di Platone, non differisce dal raggiungere con Aristotele una prima realtà del tutto immobile.

 

Se ci fosse un “primo motore” questo muoverebbe sé stesso perché “desidera”.

Comunque, dipende dalla cosa, da come sostanziamo il termine generico di “motore primo”.

Gaia è l’energia vitale; il mattone primo dell’energia-materia di questo universo. Gaia è sostanza dei corpi che prendono coscienza, che vengono in essere. Come nelle creazioni egiziane il Nun. Le coscienze emergono nel Nun o in Gaia, Il Nun, come Gaia, non è il “caos” è sostanza non consapevole. Quando una parte di quella sostanza non consapevole diventa consapevole, diciamo che un soggetto è venuto in essere. Il singolo soggetto, che viene in essere, aggiunge, all’energia vitale di Gaia che forma il suo corpo, la propria coscienza, la propria volontà, i propri scopi, la propria intelligenza: egli mette in atto strategie per espandere sé stesso.

In Madre Gaia tutte le possibili coscienze che si possono formare dal suo stato di inconsapevolezza fino alla consapevolezza universale alla fine del tempo, sono in potenza. Tutto può essere nel passaggio dall’inconsapevole al consapevole. Ogni volta che una coscienza emerge dall’inconsapevole cancella la possibilità di emergere di altre coscienze. Le condizioni oggettive determinano il venir in essere delle Coscienze di Sé. Madre Gaia non è un motore è un potenziale che si esprime attraverso la volontà delle coscienze di sé che vengono in essere.

Ogni coscienza che nasce è potenzialmente presente in Madre Gaia, ciò che viene annullato dalla sua nascita, le altre possibili coscienze che avrebbero potuto formarsi con quell’energa-materia, erano potenzialmente presenti. La loro possibilità di venir in essere è stata annullata da ciò che è venuto in essere.  Per contro, la nascita della Coscienza di sé che esercita la sua volontà per espandersi in Gaia, costruisce le condizioni affinché altre Coscienze vengano in essere.

Gaia è il mattone primo dell’energia di tutto l’universo. L’energia comunque viene intesa, percepita, catalogata, misurata. Anche la materia è energia organizzata in un certo modo e percepita in quel modo dagli Esseri che usano la materia sia nel nascere che nell’espandersi.

Gaia è l’energia vitale, fondamento dell’universo. Energia vitale perché ha la qualità e la potenzialità, pur essendo inconsapevole, di trasformarsi, qualora incontri le condizioni opportune, in consapevolezza.

Gaia è, sotto questo aspetto, il primo motore immobile della vita. Un motore immobile perché non esprime intelligenza, consapevolezza, progetto o scopo. Gaia non desidera. Gaia non ama. Gaia non determina nessun futuro per nessuna specie e per nessun essere.

Gaia è portatrice di questa qualità: la costruzione della coscienza. La coscienza vive esercitando la sua volontà ed espandendosi nell’oggettività in cui è diventata cosciente di sé.

Gaia non determina il fine delle trasformazioni, non detta regole, non determina i criteri della virtù, non è nemmeno consapevole di sé stessa: non prova sentimenti né d’amore, né di conoscenza. Tuttavia da Gaia emerge l’Intento. Eros primordiale, il Fanete degli Orfici: colui che mostra. Solo che Eros, Fante, non agisce per sé stesso o per i propri progetti: Fanes agisce nelle Coscienze e si trasforma nella volontà delle Coscienze o, se preferite riferirvi agli Esseri della Natura, al loro desiderio di sopravvivenza e di espansione nel mondo in cui sono nati.

Possiamo parlare di Gaia come primo motore immobile?

Ma è riferito al venir in essere delle Coscienze, solo a quel movimento. Non è possibile riferirlo a nessun altro movimento.

Può essere Gaia associata all’idea cristiana?

No! Perché il dio dei cristiani è un dio personale che agisce ed interviene nelle azioni degli Esseri Umani mentre Gaia non desidera, non progetta, non ha scopo e non ha intelligenza: è materia-energia che permette la nascita della vita!

Continua Tommaso d’Aquino nell’usare Aristotele:

 

 

Quest’ultimo dimostra con tre argomenti la validità di quella seconda affermazione, che <<nella serie di motori mobili non si può procedere all’infinito>>.

1) Eccone il primo [cfr. Physic., VII, loco cit.]. Se nella serie di motori mossi si procede all’infinito, codesta serie infinita dev’essere formata di corpi: poiché tutto ciò è soggetto al moto è divisibile e corporeo, com’è dimostrato nel sesto libro della fisica [c. 4, n. 10]. Ora, tutti i corpi i quali muovono perché mossi, mentre muovono subiscono il moto. Ma ciascuno di essi essendo finito, si muove in un tempo finito. Perciò tutti quei corpi infiniti si muoverebbero in un tempo finito. Ma ciò è impossibile. Dunque è impossibile che nella serie dei motori mossi si proceda all’infinito.

Dimostra poi come sia impossibile che i predetti esseri infiniti si muovano in un tempo finito nel modo seguente. Il soggetto che muove e quello che è mosso è necessario che coesistano insieme: e lo dimostra esaminando le varie specie di moto. Ma i corpi non possono trovarsi insieme, se non per continuità o per contatto. E poiché tutti codesti motori mossi sono corpi, com’è stato dimostrato, è necessario che formino come un unico complesso in moto, o per continuità, ovvero per contatto. E così una realtà infinita verrebbe a muoversi in un tempo finito. Il che è impossibile, com’è dimostrato nel sesto libro della Fisica [c. 7].

 

Prendendo l’esempio di Madre Gaia che ho trattato sopra, il “motore immobile” è privo di coscienza; dalla sua sostanza si generano coscienze che costruiscono condizioni affinché altre coscienze vengano in essere (altra materia-energia diventi consapevole), fino alla costruzione della Coscienza universale alla fine del tempo in cui tutta l’energia-materia di Gaia si trasforma in un’unica Coscienza. Il movimento è dall’inconsapevole al consapevole.

C’è un altro aspetto da considerare: chi nasce, germina. Non è generato!

Noi siamo abituati ad assumere delle categorie di pensiero fatte proprie dal cristianesimo e le sviluppiamo in costruzioni logiche senza prendere in considerazione l’assurdo di cui tali categorie sono portatrici. Se mio padre e mia madre copulano altro non fanno che costruire delle condizioni affinché io vengo in essere. Dalle condizioni che quelle due coscienze hanno costruito io posso germinare. Ma loro non mi hanno generato, hanno solo costruito le condizioni. Da quelle condizioni io germino, vengo in essere. Loro hanno costruito le condizioni, ma io ho messo in moto l’energia vitale che ha formato me stesso. Mio padre e mia madre cercavano il piacere, il loro benessere, io ho sfruttato la condizione che loro hanno creato per venir in essere. Le condizioni dell’oggettività, poi, determinano la mia crescita, la mia qualità, la specie cui appartengo. Mio padre e mia madre non mettono in moto la mia nascita, ma io metto in moto il mio nascere date le condizioni che copulando loro hanno costruito.

Io sono il dio che costruisce sé stesso e che mette in moto la sequenza delle sue possibilità. Questo vale per ogni Essere, ogni individuo, della Natura, qualunque sia la specie cui appartiene.

Nel crescere e nello svilupparmi un infinito numero di Coscienze formano sé stesse e sono, oggi lo sappiamo, virus, batteri e cellule che, nel formare la mia struttura fisica, costruiscono e alimentano la loro coscienza.

Una coscienza si muove sempre in un tempo finito. La quantità di trasformazioni dovuto all’accumulo di esperienza nell’uso della propria volontà, porta necessariamente quella coscienza di sé a morire: ad esplodere. Così il feto nella pancia della madre si muove in un tempo finito; in uno spazio delimitato. La sua morte può comportare la sua nascita in un diverso mondo e con diverse specificità, Essere Umano, Essere Animale o Essere Vegetale, ma anche nel nuovo mondo il tempo e lo spazio, la realtà, è finita. Dopo un accumulo di conoscenza subentra, per gli Esseri della Natura, la morte (o se preferite dall’accumulo di quantità nella vita si genera una diversa qualità).

Se anziché parlare di coscienza, parliamo di corpi, allora non è vero che i corpi “Ma i corpi non possono trovarsi insieme, se non per continuità o per contatto.”, ma anche insieme: chiedetelo alla mia flora batterica. O a quei milioni di virus dentro al mio corpo o ai mitocondri che formano la mia struttura fisica. Si lo so che Tommaso d’Aquino non aveva informazioni su tutto ciò, ma c’era sempre la teoria atomica di Lucrezio e il suo esempio col gregge di pecore visto da lontano.

 

 

2) Il secondo argomento per provare la stessa affermazione è il seguente [cfr. Physic., VIII, c.5]. In una serie ordinata di motori che sono a loro volta mossi, si riscontra necessariamente che eliminato il primo nessuno dei motori successivi può muovere, oppure esser mosso: poiché il primo è causa del moto di tutti gli altri. Ora, se la serie ordinata dei motori mossi fosse infinita, non ci sarebbe un primo motore, non ci sarebbe un primo motore, ma tutti sarebbero motori intermedi. Perciò nessuno dei motori suddetti potrebbe essere in moto. E quindi nel mondo niente potrebbe essere in movimento.

 

Se io penso la vita delle specie della Natura dal punto di vista cristiano (e chi li ha preceduti nella formazione del concetto) penso al “motore nonni” che mettono in moto i “motori genitori” che mettono in moto i “motori figli”.

Se io penso la vita delle specie della Natura come le Antiche religioni, penso ai nonni venuti in essere trasformando l’energia-materia di Gaia nella loro Coscienza. I “nonni che copulano e costruiscono le condizioni”, con i genitori che vengono in essere trasformando l’energia-materia di Gaia nella loro coscienza. I “genitori che copulano e costruiscono le condizioni” dalle quali germinano i “figli”.

Se io penso ai corpi fisici come cadaveri a cui viene data l’anima, mi costruisco un’idea del mondo. Se io penso ai corpi fisici come corpi e, in quanto tali, portatori di intelligenza, volontà, sentimento, progetto e scopo, legati alla veicolazione delle loro pulsioni nell’oggettività in cui sono venuti in essere, ho un’altra idea del mondo (e di me stesso!).

La qualità di Gaia è la causa del venir in essere delle coscienze, qualunque sia la loro specie o la loro natura. Solo che Gaia non sceglie, e non progetta: esiste. Gaia è l’UNO che senza consapevolezza di sé occupa tutto lo spazio che noi siamo in grado di osservare e pensare.

Tutte le coscienze vengono in essere per la presenza di Gaia; perché sono frammenti di Gaia.

 

3) Il terzo argomento coincide col precedente, ma è svolto in ordine inverso, cominciando dall’alto. Ed è il seguente. Ciò che muove come strumento non può muovere che in forza di un agente principale, che muove direttamente. Ma se nella serie di motori mossi si procedesse all’infinito, tutti quei motori non sarebbero mossi che come strumenti: poiché non sarebbero che motori mossi da altri, senza un agente principale. E quindi nulla si muoverebbe.

 

Abbiamo così la dimostrazione di entrambe le affermazioni, presupposte nella prima via seguita da Aristotele per concludere che esiste <<un primo motore immobile>>.

 

Infine Tommaso d’Aquino spaccia la sua opinione per dimostrazione.

Egli vuole che il suo dio muova l’universo e pertanto afferma: “Ciò che muove come strumento non può muovere che in forza di un agente principale...”.

E la questione ultima è questa: l’universo ha un dio padrone esterno all’universo che lo muove (magari in base ad un disegno o un fine) o l’universo si muove in sé e per sé? Che significa: è il dio padrone a far nascere le coscienze o le coscienze germinano da sé senza il dio padrone?

Conclude Tommaso d’Aquino il capitolo XIII dal titolo “Argomenti per dimostrare l’esistenza di dio” con la “quarta via” che desume dagli scritti di Aristotele con cui giustifica il suo delirio patologico nella dipendenza dal dio padrone:

 

Dagli scritti di Aristotele si può ricavare un’altra dimostrazione. Poiché nel secondo libro della metafisica [I, c. I, n. 5] egli dimostra che le cose sommamente vere sono anche sommamente enti. E nel quarto libro [c. 4, nn.27,28] dimostra che esiste un ente sommamente vero, per il fatto che di due cose false vediamo che l’una è più falsa dell’altra, e quindi che l’una dev’essere più vera dell’altra. Ma questo è concepibile secondo la maggiore vicinanza a quanto è vero in modo sommo e assoluto. Dal che si può concludere che esiste un qualche cosa che è sommamente ente. E questo noi lo chiamiamo dio.

 

In sostanza dice quello che dirà circa 500 anni dopo Kant: non esistono prove per dimostrare l’esistenza del dio padrone e creatore, ma dal momento che io voglio crederci allora io concludo “...che esiste un qualche cosa che è sommamente ente. E questo noi lo chiamiamo dio.”. Con la stessa logica avrebbe potuto benissimo affermare: “ dal momento che io mangio formaggio, concludo che dio esiste”.

Che due cose siano false è un dato di fatto. Che una cosa è più falsa di un’altra, può essere. Ma sono io il giudice di ciò che è falso. Ed è la vicinanza al mio giudizio, al mio pensiero, alla mia capacità di verifica, alla mia opinione, che si determina ciò che è più falso: io sono il metro di misura di ciò che è vero o di ciò che è falso.

Pertanto, dedurre da questo che io esisto è solo un atteggiamento infantile come l’idea dell’esistenza di un dio creatore.

Come è infantile (e ridicolo) Tommaso d’Aquino quando parla della quinta via che dimostra il suo dio:

 

E’ impossibile che varie cose fra loro contrarie o dissonanti si accordino in un unico ordine, o sempre o nella maggior parte dei casi, senza la direzione [o governo] di qualcuno che conferisca a tutte le singole cose di tendere verso un fine determinato. Ora nel mondo noi vediamo cose di natura diversa concorrere a un unico ordine, non già raramente o come per caso, ma sempre, o nella maggior parte dei casi. Dunque deve esserci qualcuno mediante la cui provvidenza il mondo è governato. E costui noi lo chiamiamo dio.

 

Tommaso d’Aquino proietta la sua incapacità di vivere nel mondo su tutti i soggetti presenti nel mondo: proietta la sua patologia come se tutte le persone fossero patologicamente malate o, peggio ancora, come se la Natura e gli Esseri della Natura non fossero alimentati dalla loro volontà. Come se non mettessero in atto i loro adattamenti soggettivi alle variabili oggettive incontrate. Come se non fossero tutti travolti dalla forza di fare che li spinge a dilatarsi nel mondo e come, gli adattamenti di ogni soggetto, facciano muovere l’intero universo verso la dilatazione.

Il padrone che dice agli schiavi: senza di me voi non potete vivere per voi stessi all’interno di un universo che vive per sé stesso e in funzione di sé stesso. Io, il padrone, il dio padrone, vi do fine e motivo della vostra miserabile esistenza!

Questa incapacità esistenziale, costruita in Tommaso d’Aquino mediante l’educazione ricevuta, viene da questi proiettata sul mondo. Egli non può pensare il mondo se non all’interno della sua stessa incapacità di vivere. Più o meno come Paolo di Tarso che elaborò il suo pensiero attorno alla santità della sua impotenza sessuale: lui era sessualmente impotente; l’impotenza era il dono del suo dio; tutto il suo pensiero religioso verte a imporre l’impotenza sessuale alle persone mediante il dovere all’incontinenza.

Solo Tommaso d’Aquino, nel suo delirio patologico, ha bisogno di un padrone sul quale veicolare il suo delirio. Immagina sé stesso braccio destro del governatore dell’universo; senza il governatore dell’universo egli si sentirebbe perso. La cosa peggiore è quando si impone la disperazione nei bambini e li si costringe a desiderare un padrone che li liberi dall’angoscia che proprio l’imposizione dell’idea del dio padrone, ha generato in loro. Un padrone abbastanza potente, magari il dio creatore, che li riscatti dalla violenza che i torturatori hanno loro inflitto rendendoli incapaci di abitare il mondo.

Marghera, 29 luglio 2010

 

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

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