Tommaso d’Aquino
L’idea cristiana
della felicità:
“La felicità umana
non consiste nei piaceri della carne”
Da “Somma contro i
Gentili”
Di Claudio Simeoni
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La felicità umana è un’ideale a cui l’Essere Umano
tende. Non è un oggetto misurabile. E’ una condizione del corpo capace di
vivere il proprio benessere in tutte le pulsioni in cui il corpo può espandere
sé stesso nell’oggettività. La felicità umana, pur essendo un ideale, è anche
una condizione a cui l’individuo aspira e per la quale agisce con la sua
volontà rimuovendo gli ostacoli che, in quel presente, ritiene che gli
impediscano di raggiungere la felicità nel momento successivo.
La felicità è idealizzazione del piacere. Il piacere
provato; il piacere sperimentato; il piacere cercato mediante la volontà dal
singolo individuo. Ogni soggetto ha il proprio ideale di felicità e quando
qualcuno parla di felicità, ogni soggetto traduce quel concetto nella
situazione e nello stato in cui ha veicolato o immagina di veicolare le sue
pulsioni. Nella sua soggettività.
Esiste una capacità soggettiva di godere del piacere.
Qualunque tipo di piacere è godibile solo in una certa misura. Oltre la
necessità di scarica dell’accumulo di tensione psico-emotiva
nella pulsione, gli atti cessano di dare piacere, ma danno dolore. Quando il
piacere è negato da condizioni morali imposte al soggetto, le pulsioni si
trasformano in fobie come forma di suicidio emotivo dell’individuo. Muore
l’individuo. La fobia è dolore che pretende veicolazione di emozione cercando
veicolazioni emotive, anche violenti ed incoerenti, pur di fuggire dal carcere
emotivo in cui la morale ha rinchiuso le possibilità di esprimere le emozioni.
Il piacere del corpo è il piacere psico-emotivo;
il piacere dell’anima. Senza il piacere del corpo non esiste il piacere psico
emotivo. Quando la veicolazione delle
emozioni viene incatenata dalla morale coercitiva nella primissima infanzia, in
età adulta il piacere e la felicità vengono psicologicamente disgiunte in
quanto la morale è già intervenuta a bloccare la ricerca del piacere costruendo
un dolore tale che il soggetto desidera superarlo elevando l’ideale espresso
dalla morale coercitiva, a meta da raggiungere. Una meta che spesso viene
raggiunta attraverso l’annientamento di sé stessi anziché attraverso le
costrizioni morali che trasformano il piacere della veicolazione emotiva nel
mondo in dolore e angoscia. Le pratiche ascetiche, le pratiche meditative, le
pratiche stordenti, spesso usate da monaci cristiani, monaci buddisti, dervisci
o asceti indiani, sono finalizzate alla distruzione del corpo e della psiche al
fine di raggiungere una felicità la cui idea, separata dal mondo della vita, è
pura idealizzazione di uno stato patologico che tende al suicidio e
all’annientamento dell’individuo.
Partendo da queste considerazioni esaminiamo le
affermazioni di Tommaso d’Aquino contenute nel libro terzo della Somma contro i
Gentili, capitolo XXVII dal titolo “La felicità umana non consiste nei piaceri
della carne”.
Afferma Tommaso d’Aquino:
“Dalle spiegazioni date appare evidente che
la felicità umana non può consistere nei piaceri del corpo tra i quali occupa
il primo posto quelli della nutrizione e della procreazione. Infatti:
1) Abbiamo visto nel capitolo precedente
che secondo l’ordine di natura il piacere è per l’operazione o funzione, e non
viceversa. Perciò se determinate funzioni non costituiscono l’ultimo fine, i
piaceri che li accompagnano non possono essere l’ultimo fine, anzi non possono
essere neppure gli elementi concomitanti. Ora, è evidente che le funzioni cui
seguono i piaceri suddetti non sono l’ultimo fine; sono infatti ordinate
manifestazioni a dei fini particolari: la nutrizione, p. es., è ordinata alla
conservazione del corpo, e il coito alla generazione della prole. Dunque i
piaceri suddetti non sono l’ultimo fine, né sono concomitanti l’ultimo fine.
Perciò non è in essi che va riscontrata la felicità.
Un bambino oblato, consegnato ai monaci cattolici
benedettini all’età di quatto o cinque anni, subisce una violenta manipolazione
mentale psico-emotiva da compromettere l’intero
apparato psico-pulsionale con cui le persone si
relazionano con il mondo. Il mondo di
Tommaso d’Aquino cessa di essere la Natura o la Società per circoscriversi a sé
stesso. Un sé stesso che viene proiettato sul mondo. Un sé stesso che combatte
ferocemente con le proprie pulsioni psico emotive e che ha trasformato in
ideale di felicità la distruzione psico-emotiva che i
monaci cattolici gli hanno imposto. Il torturatore viene soggettivato dal
torturato che lo trasforma in ideale da raggiungere.
Partendo dall’ottica del torturato, Tommaso d’Aquino
inverte “l’ordine di natura”. In questo modo la sua pulsione di torturato che
desidera torturare si può esprimere nella repressione pulsionale delle persone
più deboli. Afferma Tommaso d’Aquino: “...secondo
l’ordine di natura il piacere è per l’operazione o funzione, e non viceversa.”.
Questo è assolutamente falso, se non dal punto di vista del torturato
pulsionale. E’ il piacere che alimenta l’essere nel mondo degli Esseri della
Natura e dell’Essere Umano nel nostro caso. Ciò che dalla ricerca del piacere
emerge è un accidente e non il fine del piacere. Questa funzione è ben presente
nella moderna ricerca etologia e antropologia, meno evidente nella scienza
conosciuta da Tommaso d’Aquino la cui espressione era limitata dalle sbarre
della galera morale in cui la chiesa cattolica lo circoscriveva.
Il piacere del corpo è il risultato di scarico di
tensioni pulsionali il cui accumulo crea tensione. Questo scarico permette
all’individuo di “stare bene” nel mondo in cui vive. Al contrario, la mancanza
di scarico delle tensioni pulsionali provoca la nascita di problemi psichici
che creano conflitto fra la necessità di scarica pulsionale e i divieti imposti
dalla morale coercitiva (dai sensi di colpa alle ossessioni, all’angoscia).
L’assoluto divieto, messo in atto attraverso la violenza fisica, di masturbarsi
imposto ai bambini da parte dei cattolici ha costruito generazioni di uomini e
donne dalla psiche malata, incapaci di vivere nel mondo. Le psicologie malate
possono far derivare delle giustificazioni logiche al loro stato, ma non è
accettabile che tali giustificazioni vengano spacciate per “idee filosofiche”
da imporre ad altri bambini per costringerli alla malattia.
Il bisogno di cibo e il bisogno di sesso soddisfano
una tensione dell’individuo che gli impediscono di raggiungere la felicità.
Così il piacere porta alla felicità perché senza il piacere c’è il desiderio di
una felicità immaginata, ma sempre negata.
Tommaso d’Aquino osserva il piacere delle persone dal
di fuori. E’ uno spettatore della ricerca del piacere, non è colui che cerca il
piacere né è colui che anela alla felicità. Anela al surrogato di felicità che
è rappresentato dal delirio di onnipotenza di identificarsi con l’onnipotenza
del dio padrone di cui egli ne detta le regole e ne giustifica gli ordini. Per
questo motivo, lui, come spettatore, osserva il coito e vede emergere dal coito
il bambino che nasce; osserva l’individuo che mangia e vede un corpo che si
nutre. Ma questo modo di leggere la realtà è proprio dello spettatore, non
dell’individuo che vive il mondo. Non è colui che partecipa con voluttà al
coito, né colui che mangia con avidità. Non sente dentro di sé il fremito
emotivo, non sente tendini e cellule rilassarsi in uno spasmo di piacere che
conduce alla felicità della relazione con l’altro. Non sente il suo cibo
scendere nella gola né la soddisfazione di un corpo pronto a percorrere i
sentieri della vita. Come spettatore non vive la felicità di un corpo che
attraverso il piacere corre verso la sua morte sfidando le contraddizioni della
vita; subisce passivamente un lento declino, una consunzione inerte, rinchiuso
in un’immaginazione malata di onnipotenza che distrugge il suo corpo per
alimentare il suo delirio patologico.
Negando che nei piaceri non c’è la felicità, di fatto
nega la felicità che la soddisfazione dei piaceri nelle relazioni con i
soggetti del mondo porta all’uomo che affronta con passione la sua vita.
Continua Tommaso d’Aquino a giustificare la sua
infelicità:
2) La volontà è superiore all’appetito
sensitivo, essendone il motore, come sopra [c. 25] abbiamo detto. Ma la
felicità non consiste in un atto della volontà, come abbiamo spiegato nel
capitolo precedente. Molto meno quindi essa può consistere nei piaceri suddetti
che si trovano nell’appetito sensitivo.
Qual è l’idea della relazione fra volontà e soggetto
di Tommaso d’Aquino?
Nella Somma contro i Gentili, al libro terzo, nel
capitolo XXVI leggiamo:
“E poi manifestamente falso quel che
propone la quinta obbiezione, ossia che la volontà è superiore all’intelletto
perché motrice di esso. Infatti prima e per sé è l’intelletto a muovere la
volontà: poiché la volontà in quanto tale è mossa dal proprio oggetto, che è il
bene conosciuto. Invece la volontà muove l’intelletto quasi per accidens, cioè in
quanto l’intellezione stessa è percepita come un bene, e quindi viene
desiderata dalla volontà, da cui segue l’esercizio attuale dell’intelletto. Ma
anche in questo l’intelletto precede la volontà: poiché la volontà mai
desidererebbe l’intellezione, se prima l’intelletto l’avesse conosciuta come un
bene.”
Come si può notare l’individuo non esiste. La volontà
non è manifestazione dell’individuo, la sua risposta al desiderio d’esistenza.
La volontà è lo strumento con cui l’Essere Umano
(come ogni Essere della Natura) veicola “l’appetito sensitivo” nella costante
ricerca del piacere che in quel momento le pulsioni emotive reclamano. La
volontà è la prima manifestazione dell’individuo nel mondo in cui è germinato,
quel “Io esisto!”, che pretende il riconoscimento da parte degli Dèi del mondo
della venuta di un nuovo Essere attivo: è Apollo che si presenta al consesso
degli Dèi nell’Olimpo con la freccia incoccata pronto a combattere contro gli
Dèi qualora non lo riconoscano come uno di loro.
Dalla volontà d’esistenza si genera l’intelletto
funzionale a quel tipo di esistenza in cui il nuovo nato andrà a costruire
delle relazioni. Il tipo di intelletto è costruito dal nuovo nato per
adattamento soggettivo alle variabili oggettive che incontra proprio perché il
tipo di intelletto dovrà adattarsi al tipo di cultura che incontra.
L’atto di volontà è un gesto che sta alla base della
felicità e che viene usato dal soggetto nella sua ricerca di felicità. Senza la
volontà d’esistenza il soggetto è schiavo delle circostanze, della malattia da
sottomissione, della patologia da onnipotenza, da padroni che determinano la
qualità delle scelte che per lui sono possibili: come in Tommaso d’Aquino.
L’annullamento della volontà d’esistenza attraverso l’autoimposizione
della morale coercitiva del dio padrone è fonte d’angoscia e di disperazione
che spinge al suicidio.
3) La felicità è un bene proprio dell’uomo:
poiché gli animali non possono dirsi felici che per un abuso di vocabolario.
Ora, i piaceri suddetti sono comuni agli uomini e agli animali. Dunque non è in
essi che si può riscontrare la felicità.
Gli animali tendono alla felicità. Ogni animale ha i
suoi modelli di piacere e di tensioni verso la felicità. Gli animali esercitano
il pensiero astratto che Tommaso d’Aquino chiama intelletto. Noi lo possiamo
negare perché come individui siamo separati dalla percezione intima che gli
Esseri Animali hanno del mondo e perciò noi non sentiamo con l’intelletto di
quell’animale o di quella pianta, ma per lo stesso meccanismo di separazione
soggettiva io non posso pensare che l’individuo che mi sta davanti abbia
sentimenti, intelletto, emozioni, passioni, perché io non sono dentro di lui,
ma mi limito ad immaginare lui partendo da ciò che io sono. Pertanto, affermare
che l’animale è inferiore o che l’animale non cerca la felicità, è un atto di
arroganza arbitraria che è a fondamento di intenti e azioni criminali che, alla
fine del percorso “ideologico” porta a costruire i campi di sterminio.
4) Il fine ultimo costituisce quanto di
meglio può riguardare una data cosa: esso infatti costituisce l’ottimo. Ora, i
piaceri suddetti appartengono all’uomo, non per quello che in lui c’è di più
nobile, ossia per l’intelletto, ma per il senso. Dunque, non è in essi che si
può riporre la felicità.
Nel suo discorso sul corpo Menenio Agrippa ha
risposto a Tommaso d’Aquino, ma per essere più espliciti, per parlare dell’ottimo
di Tommaso d’Aquino, dobbiamo considerare che se il buco del culo di un corpo
non si apre e non fa uscire le feci, tutto il corpo deperisce, specialmente
l’intelletto. Il tentativo di Tommaso d’Aquino di cercare il “nobile
intelletto” senza il piacere dello svuotamento delle viscere è puro esercizio
di negazione della realtà vissuta. Puro rifugio nella patologia psichiatrica
che negando il reale cerca rifugio nelle allucinazioni che, oltretutto, sono un
estraniazione dalla realtà quale risultato dell’impedimento alla ricerca
sistematica del piacere sessuale.
I vocaboli che usa Tommaso d’Aquino come
“intelletto”, “volontà”, “anima”, sono tutti attributi del corpo nella sua
attività di abitare il mondo. Il corpo è intelletto, il corpo è volontà, il corpo
è anima; il corpo è sentimento; il corpo è percezione.
Ogni volta che il corpo veicola nel mondo i propri
desideri, i propri bisogni e le proprie necessità, vive un sussulto di piacere
e le sue emozioni sono attraversate da un attimo di felicità. Una felicità che
giunge alla ragione (o all’intelletto come usa Tommaso d’Aquino) che lo elabora
predisponendosi alla ricerca di nuovi piaceri che donano nuovi frammenti di
felicità.
5) La suprema perfezione dell’uomo non può
consistere nell’unirsi a degli esseri inferiori, bensì a delle realtà
superiori: poiché il fine è migliore di ciò che è fatto per raggiungerlo. Ma i
piaceri suddetti consistono nel fatto che l’uomo si unisce sensibilmente ad
esseri inferiori, ossia a delle cose sensibili. Perciò la felicità non può
riporsi in codesti piaceri.
La gerarchia continua manifestata da Tommaso d’Aquino
è una concezione che nasce dalla manipolazione mentale che ha subito nel
convento in cui è stato costretto fin dall’età di quattro o cinque anni. E’ il
frutto della violenza morale che ha subito e che riproduce. Un effetto che ha
molte analogie con quella che oggi chiamiamo “sindrome di Stoccolma”.
La “suprema perfezione” è una categoria patologica
della ragione: una ragione impotente immagina sé stessa come assoluta,
perfetta, onnipotente e onnisciente. In questa categoria, ogni ragione
delirante di Esseri Umani malati di onnipotenza si identifica al punto che chi
non rientra nelle categorie con cui quella ragione descrive sé stessa, sono
esseri inferiori. Da questo nasce il razzismo ideologico, religioso, culturale,
etnico, ecc. Giungendo a giustificare i mezzi, anche criminali, che consentono
il raggiungimento di un fine “il fine è migliore di ciò
che è fatto per raggiungerlo”.
Per Tommaso d’Aquino il piacere superiore è la
veicolazione del delirio di onnipotenza: lui, l’Essere Superiore, che domina il
mondo e trae piacere dalla sottomissione delle persone: egli si unisce a Gesù!
Anche Gesù trae piacere dal delirio di onnipotenza. Non trae piacere dal vino,
dal cibo, dai rapporti sessuali (salvo quelli col bambino), dalla compagnia,
dal pensiero astratto, dall’essere partecipe della società: trae il piacere nel
presentarsi come il figlio del dio padrone e, come tale, pretende di essere
considerato il padrone degli uomini.
Traggo piacere nel bere vino, nel cibo, nei rapporti
sessuali, nelle relazioni intellettuali, nel partecipare alla società, nel
lavorare e nell’oziare, nello stare con gli amici, nello studiare e nel progettare. In ognuna di
queste azioni metto parti diverse di me stesso. Pezzi di corpo o pezzi di
emozioni che in quel momento rappresentano tutto me stesso: io sono quello in
quel momento. E non c’è nulla di superiore o di inferiore, ma soggetti che
partecipano alla relazione con me e che spero traggano altrettanto piacere
quanto me dalla relazione che si forma in quel momento.
Tutto questo produce i frammenti di felicità che si
riproducono costantemente per tutta la vita fino alla felicità di tutte le
felicità...
6) Ciò che non è buono, se non in quanto è
moderato, non è buono per se stesso; ma riceve la sua bontà da ciò che lo
modera. Ora, l’uso dei piaceri suddetti non è buono per l’uomo se non è
moderato: altrimenti essi si impedirebbero a vicenda. Dunque tali piaceri non
sono per se stessi il bene dell’uomo. Invece quanto costituisce il sommo bene è
un bene per se stesso: poiché quanto è buono per se stesso è migliore di ciò
che è buono per altre cose. Perciò tali piaceri non sono il sommo bene
dell’uomo, che è la felicità.
Le cose sono buone in relazione a... Non esiste un
essere buono in assoluto. Per Tommaso d’Aquino l’oggetto è buono in assoluto
perché lo ha creato dio. La creazione del suo padrone, per quello che lui
afferma di interpretare, deve essere necessariamente buona solo se coincide con
dei parametri prefissati. Il soggetto non è tenuto in considerazione da Tommaso
d’Aquino come metro di misura per ciò che è buono.
Per questo, secondo Tommaso d’Aquino, l’oggetto è
buono come essenza del creato, non come relazione.
Per questo, noi diciamo che ciò che a noi dà piacere
è necessariamente buono ed utile e ciò che non ci da piacere non è ne buono né
utile. Io sono il metro di misura di ciò che è buono, non l’oggetto che ha “bontà”
in sé stesso. E io sono il metro di misura della quantità di bontà e di piacere
di cui posso godere. Oltre quella misura non è più un piacere.
Falsa è l’affermazione di Tommaso d’Aquino: non si
impediscono, bensì si alternano. Come i cibi su una tavola. Molti cibi danno
piacere, io alterno i cibi al fine di mantenere la fruizione di quel piacere.
Così per il piacere intellettuale, il piacere sessuale, il piacere del bere, il
piacere di stare con gli amici, il piacere di partecipare alla cosa pubblica,
ecc. Ogni attività dà piacere nella misura in cui posso praticarla per un
determinato tempo: non posso defecare all’infinito. Posso defecare solo per la
quantità che ostruisce le mie viscere.
Diversa è la felicità del delirante. Colui che
partecipa al delirio di onnipotenza e che si compiace di veicolare tale delirio
costringendo altre persone, più deboli, a legittimare la veicolazione dei suoi
deliri è sempre alla ricerca di legittimazione. L’immensa felicità del
delirante quando le persone che gli stanno attorno riconoscono legittimità ai
suoi deliri e lui diventa il genio, colui che delira, mentre tutti gli altri,
separati dai suoi deliri, sono costretti a riconoscere la sua grandezza
discutendo dei suoi deliri.
Nel delirio appare una felicità propria del
delirante, conchiusa nella patologia, ma incapace a costruire le relazioni con
gli altri, con le persone della società civile.
7) In tutte le cose che sono essenzialmente
quel che dica la loro determinazione, da un di più segue sempre un di più: se,
p. es., un corpo caldo riscalda, uno più caldo riscalda di più e uno più caldo
al massimo riscalda massimamente. Qualora quindi i suddetti piaceri fossero
buoni per se stessi, bisognerebbe che l’uso più intenso di essi fosse cosa
ottima. Il che è falso: poiché l’uso eccessivo di essi è considerato un vizio,
ed è nocivo anche al corpo ed impedisce persino i piaceri consimili. Essi
quindi non sono essenzialmente e per se stessi il bene dell’uomo. Dunque la
felicità umana non può consistere in essi.
Il piacere è soddisfazione del bisogno e veicolazione
dei desideri. Senza la soddisfazione del bisogno non c’è piacere. Il bisogno,
come accumulo di tensioni pulsionali, spinge il soggetto a cercare il piacere
come scarica delle tensioni stesse. La scarica delle tensioni è il momento di
massimo piacere di un soggetto. Un corpo può aver bisogno di calore: non ha
bisogno del calore del Sole. Si brucerebbe. La quantità di calore che soddisfa
il bisogno è direttamente proporzionale a quanto serve ad un corpo per
scaricare la tensione del freddo. Il di più non è piacere, ma è un’altra cosa.
Questo vale per l’attività sessuale, per il cibo, il bere, il dormire, il defecare,
lo stare con gli amici, la partecipazione alla cosa pubblica, l’attività
intellettuale, ecc. Ognuno di noi trae piacere nella misura in cui soddisfa dei
bisogni, oltre la soddisfazione dei bisogni non parliamo più di piacere,
parliamo di lavoro, di fatica, anche di dolore.
Chi considera un vizio?
Chi ha soddisfatto i propri bisogni e classifica la
ricerca della soddisfazione dei bisogni di altri come la ricerca del
vizio. Ma il vizio non è piacere. Il
vizio è una dipendenza da sostanze o attività delle quali non se ne può più
fare a meno. Quando un piacere o un godimento si trasforma in una forma di
dipendenza non è più un piacere, se mai ne ha avuto l’aspetto, ma è un dolore
del quale non si è in grado di liberarci.
8) Gli atti virtuosi sono lodevoli per il
fatto che sono ordinati alla felicità [cfr. Ethic.,
I, c. 12]. Quindi, se la felicità umana consistesse in codesti piaceri, gli
atti virtuosi sarebbero più lodevoli nella ricerca di codesti piaceri che
dall’astensione da essi. Ma ciò è evidentemente falso: poiché gli atti della
temperanza vengono lodati per l’astensione dai piaceri; e da ciò la virtù
stessa viene denominata. Dunque la felicità dell’uomo non consiste nei piaceri
suddetti.
La virtus romana è ciò che
fa uomo l’uomo. Dalla radice vir (virile, maschio)
uomo.
L’uomo della civis; l’uomo
sociale.
Vivere la società e affrontare i problemi che la
attraversano in maniera appassionata, dà piacere a quelle persone che sono
empaticamente coinvolte nella vita della città.
Al contrario, Tommaso d’Aquino considera la virtù
come temperanza. Astinenza dai piaceri della carne. Ma se si astiene dai
piaceri della carne nega anche i piaceri intellettuali, come del resto
dimostra, per limitarsi ai piaceri derivati dalla patologia di onnipotenza. La
volontà può essere usata per fermare la nostra struttura pulsionale e impedire
al bisogno di essere soddisfatto o essere soddisfatto in maniera precaria. In
quel caso la temperanza serve per fermare le forze della vita che agiscono in
noi attraverso la negazione del piacere della carne o dei “piaceri bassi”.
Non si tratta più della volontà usata per soddisfare
i bisogni, ma si tratta della volontà rivolta verso l’autoannientamento.
Una forma di suicidio che include alcune forme morbose di piacere come quella
che si esprime negli anoressici fino a creare una sorte di ripulsa del cibo:
avviene per il sesso, per le relazioni interpersonali, per gli amici, per la
partecipazione alla cosa pubblica, per il bere, e per le varie attività. Di
solito quando sorge la negazione dei vari piaceri sorgono anche le malattie
psichiatriche alle quali la moderna psichiatria attribuisce dei nomi e le
inquadra all’interno di situazioni cliniche. Questo anche quando scambiamo
l’atteggiamento psichico per un tratto del carattere. Un misogino è un
individuo che odia le donne. Si astiene da un piacere o ha, con quel piacere,
un rapporto violento. Si tratta comunque dell’insorgenza di una patologia che
ha nella ricerca ossessiva della temperanza rispetto al piacere un suo effetto
abbastanza comune.
9) Fine ultimo di tutte le cose è dio, come
risulta da quanto è stato già detto [c. 17]. Perciò il fine ultimo dell’uomo va
riposto in quella cosa per cui egli si avvicina di più a dio. Ora i piaceri
suddetti impediscono all’uomo l’avvicinamento massimo a dio che si ha mediante
la contemplazione la quale viene impedita soprattutto da quei piaceri, in
quanto essi immergono l’uomo nel modo più grave nelle cose sensibili, e quindi
lo ritraggono dalle realtà intelligibili. Dunque la felicità umana non va riposta
nei piaceri temporali.
Affermazione e dimostrazione!
Un conto è fare un’affermazione di natura delirante
come “Fine ultimo di tutte le cose è dio” e un
altro conto è dimostrare che il fine ultimo di tutte le cose è dio. Ma,
soprattutto, è necessario dimostrare che le cose abbiano un fine diverso da sé
stesse.
Io posso verificare, perché ricade sotto i miei
sensi, sia come protagonista del mio corpo, sia come spettatore e responsabile
dei miei atti, che il fine della mia vita è la mia vita. Affermare che il fine
della mia vita è un soggetto esterno a me chiamato “dio” significa manifestare
l’intenzione di derubarmi della mia vita. Piegare le mie determinazioni, la mia
volontà, le mie scelte, a quelle indicate da qualcuno vuole attribuirle a dio.
La qual cosa, non mi è gradita. Cosa diversa per chi è stato manipolato e
torturato fin dai primissimi anni di vita e che identifica la propria libertà
col suo torturatore.
E qui il discorso si fa fra la pretesa della
patologia di contemplare sé stessa e l’attività di percorrere il lungo sentiero
che va dalla nascita del corpo fisico alla morte dello stesso partecipando alle
relazioni e alle contraddizioni dell’esistenza: o si fugge dal mondo per
preservare la paura dell’ansia, oppure si esprime Ares Padre e ci si immerge nelle
battaglie, nelle contraddizioni, che l’esistenza ci presenta ricavando piacere
nel veicolare le nostre pulsioni soddisfacendo ai nostri bisogni.
La scelta è soggettiva. Ed è la stessa scelta che in
termini materiali distingue chi decide di affrontare le contraddizioni della
vita e chi, invece, disperato, decide di impiccarsi o, se vogliamo, l’amletico
“essere o non essere”. Dove il non essere o l’impiccarsi equivale a scegliere
di contemplare il dio padrone nella propria patologia fuggendo dalle contraddizioni
della vita.
Viene così escluso l’errore degli Epicurei,
che riponevano la felicità umana in questi piaceri; e Salomone parlando in loro
nome ha scritto: <<Questo è sembrato a me il bene, che uno mangi e beva e
goda il frutto delle sue fatiche... e questo è tutta la sua sorte>> (Eccle., V, 17). E altrove: <<Lasciamo in ogni luogo i
segni della nostra allegria; poiché questa è la nostra porzione e la nostra
sorte>> (Sap., II, 9). Si esclude pure l’errore
dei seguaci di Cerinto, i quali <<favoleggiano
di vivere mille anni dopo la resurrezione tra i piaceri carnali del ventre nel
regno di cristo e per questo furono chiamati Chiliasti
o Millenaristi>> (s. Agostino, De Haeres.,
VIII). Si escludono inoltre le favole di giudei e saraceni, i quali ripongono
il premio dei giusti in codesti piaceri: poiché la felicità deve essere il
premio della virtù.
Per favore, siamo seri: arrivare ad offendere Epicuro
attribuendo a Epicuro i deliri dei cattolici è quanto meno ridicolo. E non
diciamo sciocchezze su Salomone che diffamava le persone al fine di assicurare
a sé l’immagine del “giusto”:
“Opprimiamo il giusto povero, non
risparmiamo la vedova né rispettiamo le canizie attempata del vecchio; regola
di giustizia sia la nostra forza, perché la debolezza si dimostra inutile.
Tendiamo agguati a giusto perché ci è molesto e si oppone alle nostre opere;
anzi ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci accusa di tradire la
nostra educazione.” Sapienza 2, 10-12
Questi comportamenti in una società antica stavano
solo nella mente malata di Salomone. Aver qualche cosa da censurare per
sentirsi buoni e saggi.
L’errore dei seguaci di Cerinto?
Il piacere negato nella vita terrena era la promessa
del loro dio padrone nel loro “paradiso”. Quei piaceri negati sono il premio
desiderato nella vita eterna, sia dall’Islam che dagli ebrei.
Quando si fonda una società che controlla le persone
mediante la violenza con cui si privano le persone del piacere, il piacere
negato è il fondamento dell’appagamento della promessa divina. Il dio padrone
nega il piacere oggi per regalare un grande piacere dopo la morte. Solo che
negando i piaceri non c’è più un dopo morte.
Marghera, 28 luglio 2010
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan,
8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
e-mail claudiosimeoni@libero.it
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