Vivere la depressione e uscire dalla depressione

La depressione e il viaggio di Ulisse

Stregoneria e psichiatria

di Claudio Simeoni

 

Il libro, Il Crogiolo dello Stregone, è in correzione e di prossima pubblicazione

L'odissea come via d'uscita dalla depressione

1) La depressione inquadrata nel Crogiolo dello Stregone

Il Crogiolo dello Stregone, l'arte della Stregoneria, è composto da 19 elementi.

Descriverli mi è stato abbastanza facile. Il problema sorge quando si passa al secondo livello della descrizione.

I 19 elementi del Crogiolo dello Stregone manifestano ogni singolo elemento del Crogiolo dello Stregone.

Qui è ancora abbastanza facile. Lunga come descrizione, almeno tre volumi, ma si tratta di una descrizione lineare.

Il terzo livello del Crogiolo dello Stregone è quando si deve descrivere i 19 elementi del Crogiolo, ognuno dei quali contiene 19 elementi, inseriti nel mondo del tempo e il mutamento non è solo l'oggetto in sé ma è un soggetto senza corpo che partecipa alla vita dei mutamenti come oggetti in un presente di relazioni in cui "passato e futuro" sono dimensioni relazionali soggettive del mutamento.

Il quinto livello è portare la dimensione tempo in cui si è inserito il Crogiolo dello Stregone, nella dimensione degli Dèi. La dimensione emotiva in cui la ragione non ha parole per descriverla, ma è ossessionata dal controllo delle sensazioni incontrollate che emergono alla coscienza. Questa è la vera difficoltà di scrivere compiutamente Il Crogiolo dello Stregone. Ma non esiste altra via alla conoscenza che questa perché alla fine, ciò che ci attende, è solo la morte del corpo fisico e noi come esseri umani, quali specie della Natura, abbiamo solo le parole per trasmettere una realtà vissuta e percepita.

I 19 elementi del Crogiolo dello Stregone sono altrettante tecniche o strumenti che un individuo pratica nelle relazioni col mondo. Tutti i 19 elementi del Crogiolo dello Stregone sono facilmente identificabili nella vita normale delle persone. Ogni persona che vive, per poter vivere, manifesta questi elementi e tanto più la sua vita è intensa e partecipativa, tanto più, sia pure inconsciamente, li usa.

Per non usare i 19 elementi del Crogiolo dello Stregone è necessario fare come i monaci cristiani o buddisti, o come i sufi o gli ebrei ortodossi. Questi personaggi non praticano i 19 elementi del Crogiolo dello Stregone perché non partecipano alla vita. La loro struttura emotiva è finalizzata alla "gloria di dio", non alla manifestazione di loro stessi nel mondo e nella vita. Come può un monaco cristiano o un sufi o un buddhista, CHIEDERSI IL PERCHE' DELLE COSE, dal momento che la sua struttura emotiva gli impone di pensare che "ogni cosa deriva da dio" o che "le cose in sé sono delle illusioni separate dalla propria elevazione spirituale"?

E' lo Stregone che si chiede il perché delle cose e che attraverso il perché delle cose comunica il suo cammino. Non il cristiano, non il buddista, non il musulmano, non l'ebreo che hanno nella rivelazione del loro dio la risposta ad ogni perché.

Per praticare Stregoneria dobbiamo chiederci: io voglio pensare all'uomo come creato da un dio padrone; o voglio pensare all'uomo come a quell'Essere della Natura che un tempo viveva e si riproduceva in un ipotetico "brodo primordiale"?

Questa è la prima riflessione che va fatta per iniziare a spostare lo sguardo.

Se qualcuno afferma che l'uomo è creato da dio, tutta la sua ricerca finisce davanti al suo dio creatore e padrone.

Se affermo che l'uomo un tempo viveva e si riproduceva in un ipotetico "brodo primordiale", allora ci chiediamo quali siano state, nel corso dell'evoluzione, le strategie che furono elaborate da quando era nel "brodo primordiale" fino a diventare Homo Sapiens nella cultura odierna e come posso appropriarmi CONSAPEVOLMENTE di queste strategie esistenziali (i 19 elementi del Crogiolo dello Stregone) e usarle per vivere consapevolmente la mia esistenza.

Questa è la differenza che esiste fra la MAGIA NERA, che sottomette l'uomo ad una verità imposta da un millantato dio padrone e creatore, dalla MAGIA che è trasformazione consapevole dell'Essere Umano nella sua occasione d'esistenza.

2) La necessità di togliersi dal centro del mondo e le relazioni empatiche mancate

In Stregoneria, il conoscere il mondo, è il fine dell'azione dello Stregone. Lo Stregone conosce il mondo perché agisce nel mondo e i 19 elementi del crogiolo dello Stregone costituiscono il metodo con cui lo Stregone agisce.

Il cristiano "conosce sé stesso" in quanto deve conoscere la creazione del suo dio; la Stregoneria conosce il mondo in quanto lo Stregone vive ed abita nel mondo.

I 19 elementi del Crogiolo dello Stregone sono desunti dalla vita. E' la vita che ci ha costretti a riconoscere questi elementi come strumenti per un comportamento economicamente vantaggioso.

Facciamo solo alcune riflessioni sull'elemento del Crogiolo dello Stregone chiamato "TOGLIERCI DAL CENTRO DEL MONDO". Uno dei 19 elementi del crogiolo inserito nei 10 elementi che riportano l'Essere Umano nella Natura.

La prima riflessione che fa una persona che inizia ad usare questo elemento è: mi nascondo! "Gli altri non sanno chi sono, che cosa faccio". "Non sanno nemmeno se esisto e, intanto, io agisco nell'ombra". Migliaia di fumetti e di romanzi sono stati scritti usando questo tema.

La Stregoneria non è un atto di furbizia.

"TOGLIERCI DAL CENTRO DEL MONDO", come primo atto di chi pratica Stregoneria, è sottrarre la nostra azione e il nostro intento ai bisogni soggettivi che noi esprimiamo nel mondo come "soggetti in un'oggettività".

Io non sono il dio padrone che agisce in un mondo che subisce la mia volontà. Ma io agisco in un mondo di voci e di volontà dal quale sono separato nel momento in cui mi pongo "AL CENTRO DEL MONDO".

"TOGLIERCI DAL CENTRO DEL MONDO" è una vera e propria rivoluzione psico-emotiva che mi porta a spostare lo sguardo dall'ottica del dio padrone, con cui le persone vengono educate ad identificarsi, all'ottica di un mondo fatto da soggetti viventi, consapevoli e intelligenti.

Si passa dal "QUI COMANDO IO" al "QUI VIVO IO".

Il passaggio cosa comporta? Uno stato psichico di destrutturazione della forma neuro-vegetativa della persona e un processo di ristrutturazione neurovegetativo con (adesso lo sappiamo grazie alla ricerca scientifica) ristrutturazione della struttura sinapsica, formazione di nuovi collegamenti neuronali, rilascio di sostanze chimiche con situazioni di alterazione della percezione che portano a riconoscere aspetti diversi e inusuali della realtà vissuta: IN SOSTANZA, UN'ILLUMINAZIONE. Un'illuminazione dopo un periodo depressivo come conseguenza della rottura dei legami dell'individuo con l'idea del dio padrone. Pertanto, comportano una "rinascita" dopo una morte (alcune forme di depressione sono una forma di morte) in cui a morire sono i legami di dipendenza dall'idea emotiva precostituita nei confronti del dio padrone.

Dopo la resurrezione c'è la fase della ristrutturazione della struttura neurovegetativa nella quale l'individuo, mediante le proprie predilezioni e le proprie passioni, ricostruisce una diversa idea del mondo. La ristrutturazione sinapsica, neuronale, che permette l'arrivo alla coscienza di intuizioni inusuali sulla realtà del mondo, è specifica di ogni persona. Ciò che si acquisisce, comunque al di là delle particolarità con cui si presenta al singolo individuo, è L'EMPATIA.

L'Empatia è il legame o, se preferite, l'assonanza fra i nostri bisogni profondi e i bisogni dei soggetti del mondo con cui viviamo assieme. L'EMPATIA è un "potere" che non conosce chi si identifica col dio padrone perché, essendo al centro del mondo, non riconosce intelligenza, progetto e scopo ai soggetti del mondo che non siano in relazione con sé stesso: egli è separato dal mondo!

L'EMPATIA è un "potere" di conoscenza immediata che non passa attraverso l'analisi della ragione ma che, una volta che la ragione "SI E' TOLTA DAL CENTRO DEL MONDO", riconosce come parte dell'elaborazione della percezione del mondo e permette che l'informazione giunga alla coscienza.

Il passaggio psichico-emotivo dal pensare sé stessi ad immagine del dio padrone o di una qualche forma di padrone al quale si dà la propria devozione, all'atteggiamento di vivere nel mondo TOGLIENDOCI DAL CENTRO DEL MONDO, implica un passaggio doloroso che passa attraverso uno stato depressivo che può durare anche anni.

Fare Stregoneria non è gratis, è una vera e propria "insurrezione emotiva", un cambiamento, che viene operato dall'individuo su sé stesso per liberare le forze emotive dentro di lui.

Nella società in cui viviamo l'individuo non sceglie di praticare Stregoneria, ma viene costretto dalle circostanze ad attrezzarsi per affrontare in maniera più consapevole la sua esistenza.

La vita costringe le persone a fare i conti con la qualità delle loro stesse relazioni col mondo. Quando sei costretto ad attrezzarti, di fatto, stai facendo Stregoneria.

3) La depressione come patologia di difesa dall'educazione nell'infanzia

Iniziamo a dire che non esiste nessuna tecnica per entrare in uno stato di depressione psicologica.

Quando una persona è depressa, tutto il mondo attorno a lei si spegne. Perde il senso della vita. Nella sua testa, tutto muore. Tutto perde di importanza.

Tutto, meno che una cosa: la questione che ha portato l'individuo alla depressione.

Voi toccate la questione che ha indotto la depressione, che non è un fatto, ma un meccanismo di relazione, e il depresso diventa feroce. Ciò che dentro di lui sta morendo portando con sé l'intero individuo, se viene "criticato" o diventa oggetto del discutere da un soggetto esterno, emerge come moto d'orgoglio e di reazione del depresso.

Ciò che porta un individuo alla depressione è l'educazione alla sottomissione. L'individuo riproduce nella società la sottomissione che gli è stata imposta attraverso l'educazione, ma la società chiede che l'individuo sia responsabile. Questa richiesta di responsabilità frusta, delude, angoscia, l'individuo che non può riprodurre il meccanismo della sottomissione nella società in cui vive. Perché il meccanismo della sottomissione è sia psicologicamente appagante che necessario per chi lo ha interiorizzato per sottomettere l'ambiente o parte dell'ambiente in cui vive.

Una società non tollera troppi sottomessi-padroni. Sul posto di lavoro puoi essere l'ultima ruota del carro e venire costantemente umiliato, ma a casa, finalmente, sei il padrone. Se anche a casa non puoi essere il padrone, perché il diritto di famiglia ti toglie l'identificazione col dio padrone, le cose sono due: o ricorri alla violenza o ricorri alla depressione.

L'incapacità o l'impossibilità di affrontare coerentemente i problemi della vita, chiudono all'uomo il futuro e gli impediscono di veicolare le sue emozioni inducendolo ad uno stato di impotenza, incapacità, inutilità.

L'uomo o la donna, in quelle condizioni, stanno morendo. Con loro muore una fissità della ragione.

Per concludere il discorso sullo stato psichico della depressione (vedremo in altra parte come questo stato non sempre è la condizione necessaria per un percorso di Stregoneria), diciamo che la morte psichica dell'individuo, che chiamiamo depressione, è formato da tre elementi:

1) La sottomissione cristiana a dio, Gesù, la madonna (o la dea per i wicca o la reincarnazione per i buddisti), più in generale la sottomissione psicologica all'aspettativa della provvidenza che viene calata come meccanismo nella struttura psichica della persona;

2) Una società che confina la sottomissione e la dipendenza nella sfera privata, ma che non la tollera nelle relazioni sociali (si è responsabili del proprio lavoro, dei propri compiti, dei propri doveri sociali e giuridici);

3) Una società che punisce giuridicamente il non espletamento dei doveri mortificando il delirio psichico di onnipotenza di chi ritiene che il suo ruolo gli permetta di veicolare impunito il proprio delirio di onnipotenza (il gioielliere che spara nella schiena al ladro che scappa; il genitore che picchia, per punirlo, il figlio, ecc. più in generale "l'abuso di potere").

Il nocciolo, in questo caso, non è la società, ma l'educazione che ha imposto all'individuo il delirio di onnipotenza.

Lo stato depressivo ha vari gradi di profondità e viene vissuto in maniera diversa dalle persone.

4) La depressione come morte dell'individuo

La depressione che avvolge l'individuo segnala la sua impossibilità di continuare a vivere nelle condizioni in cui l'individuo sta vivendo. L'uscita dallo stato depressivo può avvenire solo mediante un cambio delle condizioni in cui l'individuo sta vivendo.

Non si tratta di cambiare le condizioni oggettive in cui l'individuo vive, come non si tratta, come fanno troppi psicologi o psichiatri, di far accettare all'individuo le condizioni razionali che egli usa per giustificare il suo stato depressivo.

Se una persona è in depressione e giustifica il suo stato con il fatto che "non viene rispettato in famiglia", il fatto che in famiglia si cambi l'atteggiamento che lui censura, non modifica il suo stato depressivo. Il depresso cercherà altre motivazioni con cui giustificare il suo stato.

La psicologia, regolata sul modello creazionista cristiano, agisce sull'individuo malato affinché si adatti alle condizioni oggettive a cui il soggetto attribuisce le sue difficoltà. La struttura psichiatra e psicologica non è regolata sul modello psicologico di trasformazione dell'individuo come risposta di adattamento psico-emotivo alle condizioni determinate dalla società. Gli psichiatri non agiscono sulle condizioni sociali che determinano le scelte soggettive dell'individuo che lo inducono alla depressione fin da quando è nella pancia della madre. La psicologia e la psichiatria possono intervenire medicalizzando o ospedalizzando le forme acute depressive o riempiendo l'individuo di psicofarmaci per evitare le conseguenze suicide o criminali che derivano dalla patologia.

La pratica sociale della psichiatria e della psicologia è quella di fermare l'individuo nella veicolazione di REAZIONE ALLE CONDIZIONI PATOLOGICHE.

Fermare l'individuo nella sua azione nel mondo è il compito sociale della psichiatria e della psicologia cristiana che vedono nelle reazioni del malato, che risponde in maniera patologica alle sollecitazioni del mondo, una reazione al loro dio padrone. Allo stesso soggetto che rappresentato nell'educazione cristiana ha imposto la depressione a quell'individuo.

In questo modo, l'individuo muore.

Non voglio negare la necessità, data la società in cui viviamo, della medicalizzazione o dei psicofarmaci che rappresentano la risposta urgente ed immediata all'insorgere delle manifestazioni patologiche. Ma la psichiatria e la psicologia cristiana, per difendere l'attività della religione cristiana con cui induce la depressione (e le nevrosi e altre malattie, ma dal punto di vista della Stregoneria, ci interessa, per ora, solo lo stato depressivo), evitano di mettere in discussione, a livello popolare e diretto, i modelli educativi.

Non esiste nella psichiatria, nella psicologia e nella psicanalisi un progetto esistenziale che porta il depresso grave fuori dalla sua condizione.

La "guarigione" è considerata solo quando il "malato" accetta la sua condizione, non tenta il suicidio ed è passivo alle sollecitazioni del mondo.

Solo che il "malato", ha le connessioni neuronali bruciate. Il mondo in cui egli agiva è morto perché non è in grado di progettare. Ha un grande bisogno di dormire.

Quella che ho definito è una situazione "grave", ma condizioni depressive con la morte di una qualità del mondo che forma la nostra idea di vita è presente nella vita di tutte le persone educate dai cristiani, musulmani, ebrei e buddisti. Questo è proprio dell'educazione cristiana finalizzata a costringere il bambino ad interiorizzare una morale funzionale a quelle religioni.

5) La condizione vissuta dal depresso

Premettiamo che i danni fatti dalla depressione sono permanenti. Non esiste ritorno. Per ritorno si intende ritornare a vivere con piacere e con passione la condizione sociale precedente l'insorgenza della malattia.

Non voglio parlare nemmeno delle condizioni che possono favorire l'uscita dallo stato depressivo. Se hai un compagno o una compagna che ti supportano, è più facile uscire dall'abisso. Il compagno o la compagna, mentre scendi nell'inferno della depressione, non ti dicono cosa devi o non devi fare, ma tengono dritto il timone dell'oggettività: il lavoro, la famiglia, le condizioni sociali, le relazioni giuridiche. Sono come Penelope che tessono di giorno e de tessono di notte in modo da salvaguardare il mondo da cui il depresso si è separato. Penelope è l'eroe che regge il mondo fintanto che il depresso non emerge dalla sua sofferenza. Il compagno o la compagna che ti stanno vicino fanno in modo che quando emergi non ti trovi smarrito fra le macerie di un'Itaca distrutta dai Proci, ma trovi un mondo in cui organizzare la tua vita.

Voglio parlare del viaggio dell'individuo che entra nell'inferno della depressione e che dalla depressione emerge.

C'è un momento in cui un soggetto depresso si trova ad un bivio: suicidio; accettazione e sottomissione; rabbia distruttiva.

Il suicida annienta sé stesso; chi si sottomette allo stato depresso confida nel padrone perché l'idea del padrone allevia il suo dolore. Si rinchiude su sé stesso, indifferente al mondo, perché l'idea della madonna, di padre Pio, del santo patrono, riempie le sue fantasie. I viaggi per Lourdes, per Medjugorje sono pieni di depressi alla ricerca del miracolo, dell'attenzione a cui le loro fantasie anelano. Dal santuario di Compostela a san Giovanni Rotondo è tutta una processione di depressi.

Il depresso rabbioso si ribella. Vorrebbe fuggire dalla situazione sociale, familiare o esistenziale alla quale imputa la responsabilità del proprio stato di sofferenza. Vede solo macerie e distruzione.

Il depresso vive la sua situazione psichico-emotiva come quella descritta da Apollodoro ne "I miti greci". Tutta la sua vita è uno sfacelo. Dopo una vita in cui ha confidato nella gloria della distruzione di Troia, nella gloria del dio padrone, della provvidenza, di padre Pio o la madonna dei cattolici, il depresso ora è circondato dalle macerie del proprio fallimento.

Scrive Apollodoro nell'Epitome 7 su Odisseo/Ulisse:

"Il depresso [Odisseo] andò errando verso la Libia, a quanto dicono alcuni, verso la Sicilia, secondo altri, e secondo altri ancora nell'oceano e nel mar Tirreno".

Il depresso è un disperso della vita. Quando intraprende qualche cosa, subito lo scoramento lo assale. Errare è la condizione del depresso: NON CONOSCE PIU' QUAL E' IL VERO NOME DELLE COSE!

Per questo alle cose, alle persone, ai fenomeni che lo circondano non riesce a dare un senso fisso nella sua psiche e come Odisseo naviga nel mare dell'incertezza psichica. La depressione ha spezzato la fissità della sua ragione e la razionalità è una prigione emotiva nella quale si agita il suo desiderio.

Vorrebbe con grande intensità, ma il suo volere non è l'oggetto del suo INTENTO. E' il desiderio di un sorso d'acqua fresca per attenuare l'arsura della gola. Come quell'arsura è placata, mille altri "vorrebbe" lo assalgono come ad un Odisseo in cui ogni riva a cui approda, non è mai "casa".

6) Il depresso come Odisseo, Ulisse: distruzione e disperazione

Il depresso si muove nello sfacelo delle sue emozioni. Nel tentativo di uscire dalla sua prigione tenta di imporre il proprio dominio ai suoi familiari o sul posto di lavoro. Un dominio che è mirato a costringere le persone ad accettare e rispettare il proprio stato depressivo.

Il depresso parte alla conquista in armi: "Amate dio"; "Amate Gesù!"; "Amate la madonna!" e tenta di conquistare col ricatto emotivo le persone che gli stanno attorno:

Scrive Apollodoro nell'Epitome 7 su Odisseo/Ulisse:

"Salpato da Ilio approda a Ismaro, città dei Ciconi, la conquista con le armi, risparmiando solo Marone, che era sacerdote di Apollo. Quando i Ciconi dell'interno lo vengono a sapere, sopraggiungono in armi per assalirlo; egli fugge per mare dopo aver perduto sei uomini per ogni nave."

Ogni depresso, per quanto sia sprofondato nel delirio, è sempre legato a qualcuno. Qualcuno che ha vissuto o visto in qualche modo mentre egli sprofondava nella depressione. Una persona con cui ha delle assonanze. Il suo confidente. Colui che sopporta la sua depressione senza reagire violentemente. Colui che può essere considerato il "sacerdote di Apollo". Quando i tentativi del depresso falliscono per la reazione dei non depressi o dei depressi in modo diverso, il depresso fugge e si rifugia nelle sue navi psichiche abbandonando quel mondo in cui voleva imporre la sua dimensione psichica depressa.

Sperso nel mare emotivo della sua paura di abitare il mondo, il depresso tende a dimenticare il mondo. La memoria svanisce e con essa la memoria di poter essere in un mondo quotidiano dal quale si sente separato.

Il depresso è sbarcato nel mondo dei Lotofagi. Coloro che dimenticano sé stessi nel mondo.

Scrive Apollodoro nell'Epitome 7 su Odisseo/Ulisse:

"Sbarca nel paese dei Lotofagi e manda avanti alcuni compagni perché si informino sugli abitanti del luogo; ma essi gustarono il loto e rimasero lì; cresceva infatti in quella terra un dolce frutto chiamato loto, che faceva dimenticare tutto a chi lo assaggiava. Quando viene a saperlo, Odisseo trattiene gli altri compagni, riconduce a forza alle navi quelli che ne avevano mangiato, riprende il mare e si avvicina alla terra dei Ciclopi."

Mentre il depresso sprofonda nella rinuncia al mondo in un oblio senza fine, a volte capita che una mano, un ricordo, un desiderio profondo, lo possa scuotere.

Molti depressi si fermano nel mondo dei Lotofagi. Alcuni sprofondano nella loro dimensione di delirio mistico, altri si suicidano. Non sempre. Alcuni sono scossi dalla scintilla della vita che dentro di loro non è ancora spenta e salgono sulle navi per poter navigare ancora nelle tempeste delle loro emozioni.

7) Il depresso affronta la forma che lo ha condotto alla depressione

Il depresso ha rifiutato l'oblio. Non si è arreso. E' fuggito dalla proposta psichica della ragione: abbandonarsi ai suoi fantasmi e rinunciare a determinare la propria esistenza.

Mentre nel mondo psichico è tutto un turbine di decisioni caotiche e desideranti, nel mondo razionale il depresso si muove come una preda fra lupi famelici. E' depresso, ma può votare. E' depresso, ma può consumare questo o quel prodotto. E' depresso, ma può parteggiare per questo o quel figlio. E' depresso, ma ha una pensione. E' depresso, ma ha uno straccio di lavoro. Non è teso verso l'oblio e la rinuncia alla vita, ma appare al mondo quotidiano come una persona debole che gli "sciacalli" tentano di far propria. Ecco la madre istigare la figlia depressa contro il marito o il figlio contro la moglie. Il figlio contro il fratello (non era questa la missione di Gesù? "Non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Il figlio contro il padre e il padre contro i figli, la suocera contro la nuora ecc. ecc.").

Mentre il quotidiano è pieno di "sciacalli", il depresso combatte la sua battaglia psichica sbarcando sull'isola dei Ciclopi.

Scrive Apollodoro nell'Epitome 7 su Odisseo/Ulisse:

Lascia tutte le altre navi presso la vicina isola e con una sola si avvicina alla terra dei Ciclopi: sbarca con dodici uomini. Nelle vicinanze del mare c'è un antro, ed egli vi entra portando con sé l'otre di vino che Marone gli aveva donato. Era l'antro di Polifemo, nato da Poseidone e dalla ninfa Toosa, un gigante selvaggio che si cibava di esseri umani e aveva un solo occhio in mezzo alla fronte. Essi accesero il fuoco, sacrificarono dei capretti e mangiarono a sazietà. Sopraggiunse il Ciclope, che spinse nell'antro le greggi e collocò sulla porta un masso enorme: quando si accorse degli uomini, ne divorò alcuni. Odisseo gli offre da bere un sorso del vino di Marone: lui bevve e ne chiese dell'altro, bevve anche questo e chiese a Odisseo quale fosse il suo nome. «Nessuno», rispose Odisseo, e Polifemo dichiarò che avrebbe mangiato Nessuno dopo tutti gli altri: questo era il dono ospitale con cui prometteva di ripagarlo.

Qualche "sciacallo" ha aperto la porta dell'antro al depresso. "Si, certo, hai ragione tu!" dice lo sciacallo "Tuo marito è un imbroglione"; "Tua moglie è una puttana"; "Lui se ne approfitta di te"; ecc.

Il depresso cerca un antro in cui riparare le proprie emozioni senza vita. Vorrebbe il silenzio, fuggire via da quella condizione. Ma il Polifemo di turno ha chiuso l'antro con un enorme masso.

Con quale nome il depresso chiama sé stesso rinchiuso nell'altro? "Io sono Nessuno!"

Il depresso è senza un nome. Si sente piccolo davanti ai giganteschi problemi della vita che lo hanno scagliato fra le tempeste di un mare emotivo che lo angoscia e lo terrorizza.

Io sono nessuno.

Non ho un Intento. Non ho un progetto. Non ho più passioni che vibrano dentro di me. Solo l'angoscia di un mondo che mi schiaccia come un macigno ed io, dice il depresso, sono piccolo davanti a tanta immensità: sono Nessuno!

Ma lo "sciacallo" che ha costretto il depresso dentro l'antro di tenebrose emozioni, ha un solo occhio. Ha l'occhio della ragione. L'occhio della forma. L'occhio della quantità.

Lo "sciacallo" che ha imprigionato il depresso coglie soltanto la forma esteriore. Coglie la grande stanchezza. Coglie la psiche prostrata. Coglie il pianto frequente. Coglie la voglia di fuggire. Lo sciacallo non vede il mondo con l'occhio psico-emotivo.

Così lo "sciacallo" che ha imprigionato il depresso diventa l'unica ragione di vita del depresso.

Cosa produce tanta stanchezza nel depresso? Lo "sciacallo" che lo ha imprigionato! Da chi vuole fuggire il depresso? Dallo "sciacallo" che lo ha imprigionato! Cosa rende smarrito il depresso? L'antro in cui lo "sciacallo" lo ha rinchiuso!

Distrutto, abbattuto, depresso, avvilito, sul punto di suicidarsi, il depresso ha trovato uno scopo: il suo "sciacallo"!

8) Il depresso sconfigge ciò che lo ha condotto alla depressione

Lo "sciacallo" si frega le mani. Dal suo occhio razionale si sente superiore rispetto a questo straccio d'uomo che fra piagnistei, sonno e commiserazioni, ha perso ogni senso della vita.

Acqueta le sue emozioni mediante il vino. Mediante la droga. Mediante il delirio di onnipotenza razionale. In quelle droghe assopisce la sua ragione e si allontana dal dolore del depresso che, ignorato nelle sue aspettative, si agita nella sua psiche in un vortice emotivo nascosto dalla tristezza della ragione espressa da un volto sofferente e supplice.

Lo "sciacallo" del depresso ha un solo occhio, ma molti volti. Dalla statuetta di padre Pio, alla statuetta della madonna, a quella di Lourdes, all'Antonio da Padova, a san Gennaro. Questi ciclopi che catturano i depressi chiudendoli dentro l'antro oscuro della dipendenza consolatrice non fanno altro che alimentare la depressione nella speranza che la depressione sia il dolore che porta il premio della loro salvezza.

Quanto può un padre Pio alimentare la depressione del desiderante che attende speranzoso l'evento risolutore del suo dolore?

L'oggetto che ha costruito la depressione, ora è lì, di fronte a lui. Alimentato dallo "sciacallo", spesso il prete cattolico, che urla nelle orecchie razionali del malato di depressione: "Prega e confida nei santi, nella madonna, in dio....".

Quando il depresso si ritrae, lo "sciacallo" si pone davanti alla porta dell'antro affinché non fugga. Lo "sciacallo" riempie il depresso di psicofarmaci oltre il necessario. E i psicofarmaci, che gli hanno dato un po' di sollievo nei momenti del massimo dolore, rendono il depresso dipendente da quel sollievo.

Scrive Apollodoro nell'Epitome 7 su Odisseo/Ulisse:

"Poi, vinto dall'ubriachezza, si addormentò. Allora Odisseo trovò un bastone che era lì per terra: insieme a quattro compagni ne affilò la punta, la indurì sul fuoco e accecò il Ciclope. Urlando, Polifemo chiamava in aiuto i Ciclopi che abitavano nei dintorni ed essi sopraggiunsero e gli chiesero chi mai gli faceva del male. «Nessuno», egli rispose: essi credettero che egli intendesse: «Nessuno mi fa del male », e se ne andarono. Le greggi, come d'abitudine, volevano recarsi al pascolo, e Polifemo aprì l'ingresso della caverna, ma stava sulla soglia e tendeva le mani per tastare le bestie. Odisseo legò l'uno con l'altro tre montoni, si insinuò sotto il più grosso e così, nascosto sotto il suo ventre, uscì con tutto il gregge; poi slegò i compagni dai montoni, li spinse fino alle navi, e mentre prendeva il largo gridò al Ciclope che il suo nome era Odisseo e che era riuscito a sfuggirgli. Un indovino aveva detto al Ciclope che sarebbe stato accecato da Odisseo: quando udì questo nome, egli afferrò dei macigni e li scagliò in mare. La nave li evitò per un soffio. Questa vicenda provocò l'ira di Poseidone contro Odisseo."

Fugge il depresso dall'antro dello "sciacallo" che voleva cibarsi della sua depressione trasformandolo in schiavo.

C'è spesso nei depressi una ribellione alla situazione vissuta. Una fuga improvvisa che può portare all'autodistruzione.

Lo "sciacallo" sottovaluta il depresso; la depressione pretende di dominare e il sonno, il viso sofferente, la voce lagnosa, la supplica continua di perenne ricerca di aiuto e comprensione, è l'arma con cui il depresso affila la punta della sua arma e la indurisce nel fuoco.

Ha poco Padre Poseidone a scuotere con onde possenti il mare emotivo in cui il depresso si dibatte. Il depresso rivendica il potere affinché la sua depressione possa trionfare ed essere accolta come illuminazione e saggezza.

9) Il depresso tenta di ritornare alla situazione che lo ha portato alla depressione

L'atto di volontà messo in atto dal depresso gli apre nella psiche una possibilità di futuro.

Il depresso continua a soffrire dei disturbi, ma si è accesa una luce dentro di lui. Ha accecato Polifemo. Ha accecato il Polifemo giusto. Non era l'idea proiettata su un mondo angosciante, ma ha colpito l'occhio della fonte della propria angoscia.

Un gesto, un solo gesto con cui ha raccolto le ultime forze emotive e le ha concentrate sulla punta del palo appuntito di una disperazione che vuole sopravvivere all'autoannientamento. Su quella punta stava la sua disperazione. La sua disperazione lo ha messo in sospeso sul cornicione del palazzo della vita sopra la strada della morte, ma lui ha messo la sua disperazione sulla punta di un affilato palo con cui ha colpito l'OCCHIO. L'occhio di Polifemo. La sua volontà ha avuto un moto di ribellione, ha riaffermato sé stessa anziché attendere speranzosa l'evento o avvicinare una fine inevitabile.

Per la prima volta il disperato depresso respira un sorso d'aria che non sia carica del cianuro dell'ansia e del tormento ossessivo.

E' in quel momento che il depresso sbarca sull'isola di Eolia. Forse può ancora uscire dall'angoscia. Forse, pensa il depresso, può uscire dal dolore.

Scrive Apollodoro nell'Epitome 7 su Odisseo/Ulisse:

"Salpato con tutte le (navi) Odisseo giunge all'isola Eolia, su cui regnava Eolo, che Zeus aveva preposto a governare i venti, a placarli e a scatenarli. Il re accoglie Odisseo e gli dà un otre di cuoio nel quale aveva rinchiuso i venti: e, dopo avergli indicato quelli di cui doveva servirsi durante la navigazione, glielo fece legare sulla nave. Con i venti favorevoli Odisseo naviga felicemente, giunge nei pressi di Itaca, già vede il fumo che si leva dalla città, e cade addormentato. I suoi compagni, i quali credevano che Il nell'otre egli trasportasse dell'oro, lo aprirono e liberarono i venti, che li trascinarono indietro di nuovo. Odisseo torna da Eolo e gli chiede di avere la scorta dei venti, ma il re lo scaccia dall'isola dicendo che non può aiutarlo perché gli dei gli sono contrari."

Uscire dal dolore diventa un desiderio. Il desiderio gli evoca la nostalgia. C'era un tempo in cui non era angosciato. C'era un tempo in cui il dolore non lo avvolgeva. C'era un tempo in cui "stava bene". Quello è il tempo che il depresso sogna di raggiungere.

Tornare indietro.

Uscire dal dolore.

Allungare una mano.

Il depresso cerca gli affetti di un tempo.

Nulla è più come prima e la sua ricerca è fatta di pianti e di sofferenze sempre più profonde che allontanano le persone vicine salvo quell'amore che si è trasformato prima in dovere e poi in gesto eroico. Ma noi, quello non lo pensiamo. Ogni donna e uomo vorrebbe al suo fianco degli eroi pronti a sorreggerlo nelle avversità, ma gli eroi sono uomini e donne che devono a loro volta essere sorretti nelle avversità. Il depresso non ricambia l'eroismo dell'amore che lo sorregge, se ne ciba come un vampiro.

Più il depresso si ciba dell'eroismo e più l'eroe si allontana dal depresso in un gesto di sopravvivenza.

Gli eroi sono uomini e donne che si mettono al servizio, ma non sono servi. Non sono schiavi. Non sono deboli. Possono diventare servi, schiavi, se permettono al depresso di appropriarsi della loro psiche.

Più il depresso cerca di sopravvivere vampirizzando l'eroe e più l'eroe si sottrae allontanandosi dal depresso.

Più il depresso tenta di uscire dal proprio dolore e dalla propria angoscia e con più forza l'eroe gli tende una mano.

Eolo consegna al depresso un'idea, l'idea che è possibile uscire dall'orrore della depressione iniziando il viaggio di ritorno dalla sua psiche malata e sofferente.

Con quest'idea il depresso inizia il suo viaggio. Eolo fissa nella sua testa questa idea, l'idea del ritorno. Un'idea talmente forte con cui il depresso lega alla propria testa e alla propria psiche tutta la sua volontà, ma non c'è ritorno.

Quando scorge la meta, il depresso si smarrisce e ricade nel sonno dell'oblio dello stato presente.

L'idea di uscire dall'angoscia lo ha accarezzato cantandogli la ninna-nanna del sonno e dell'abbandono. La possibilità di uscire dall'angoscia ha accarezzato il depresso che si è addormentato nel sonno dell'oblio. Il depresso abbandona il timone e la rotta è persa. Non esiste ritorno. Esiste un andare avanti.

Esiste solo un andare avanti.

Esiste un navigare in sconosciuti mari emotivi dove la disperazione è fatta dai pericoli di Scilla e di Cariddi. Navigare fra mostri che si muovono nei mari psichici dove non esistono approdi per una ragione senza descrizione. Alte onde emotive si scagliano sulla nave alla deriva e piangendo il depresso torna da Eolo. Supplica un'altra possibilità, ma Eolo lo caccia.

Non esiste ritorno.

Esiste un andare avanti ed il depresso deve tracciare la propria rotta. Una nuova rotta fra Dèi ostili e montagne d'angoscia.

APPUNTO: Io uso parole come "angoscia", "tormento", "disperazione", "eroe" dando loro un significato che appartiene alla mia percezione di una realtà emotiva che si manifesta. Io so benissimo che queste parole hanno un senso emotivo e significati diversi nella testa di chi le legge. Ognuno, su quelle parole, proietta il significato che ha costruito nella propria esperienza, ma quanto sia profondo l'abisso della struttura emotiva dei viventi della Natura, lo sanno solo gli Stregoni. Non vivrete mai una situazione abbastanza angosciosa da conoscere Angoscia; non vivrete mai abbastanza disperazione da conoscere Disperazione; non vivrete mai abbastanza tormento da conoscere Tormento; non metterete in atto un numero sufficiente di comportamenti eroici da conoscere Eroe. C'è sempre un oltre infinito i cui confini nessun essere della Natura può raggiungere perché la morte del suo corpo fisico arriva sempre prima: la sua trasformazione arriva prima.

10) Il mondo tenta di annientare il depresso dai Lestrigoni alla madonna di Lourdes, a padre Pio

C'era un tempo in cui il depresso non manifestava la sua depressione.

Aveva molti rapporti, per lavoro, per amicizia, per frequentazione, con molte persone.

Poi è caduto nella depressione ed ha iniziato a navigare in un mare emotivo il cui ignoto spaventava ogni persona.

Fintanto che la tristezza, il pianto e il sonno lo tenevano prigioniero in una situazione di prostrazione psichica, i suoi amici erano tranquilli. Loro erano superiori al depresso e nei confronti del depresso potevano ostentare quella commiserazione che garantiva loro la superiorità psicologica.

Quando il depresso manifestava l'oggetto che lo costringeva nello stato della depressione, reagivano opponendo altri oggetti o altre condizioni esistenziali.

Da quando il depresso ha colpito nell'occhio Polifemo, quegli stessi amici, hanno iniziato a temere il depresso.

Che è questa cosa?

La nave senza rotta ora naviga dritta. L'uomo senza speranza ha cessato di sperare. Ha tentato di tornare allo stato precedente, ma i venti impetuosi della vita psichica gli barrano il cammino.

Approda nella terra dei Lestrigoni. Il depresso è timoroso, è dubbioso. Forse è pieno di psicofarmaci che rallentano le sue decisioni.

Scrive Apollodoro nell'Epitome 7 su Odisseo/Ulisse:

Odisseo riprende il mare e approda alla terra dei Lestrigoni. Ormeggiò la sua nave in fondo, per ultima. I Lestrigoni erano antropofagi, il loro re era Antifate. Odisseo voleva sapere chi erano gli abitanti del luogo e mandò degli uomini a informarsi. Essi si imbattono nella figlia del re, che li porta dal padre. Questi afferra uno di loro e lo divora, poi, urlando e chiamando a raccolta i Lestrigoni, insegue gli altri che si sono dati alla fuga. Giunsero fino alla riva del mare e a colpi di pietre fracassarono le navi e divorarono gli uomini. Odisseo riuscì a tagliare le gomene della sua nave e a salpare: le altre invece andarono perdute insieme con gli uomini.

Il depresso è una facile preda nel mondo della ragione, ma osservate gli occhi del depresso quando ha superato la fase in cui si sarebbe tolto la vita.

Ricordate gli occhi del depresso quando questi si aggrappava a padre Pio o alla madonna di Lourdes? Ricordate com'erano quando non aveva ancora infilato il palo appuntito, arroventato dal fuoco, nell'occhio di Polifemo?

Ha sempre quel pianto, ha sempre quel fastidioso lamento, ha sempre commiserazione di sé stesso, è sempre tanto stanco, ma lo sapete cogliere il guizzo negli occhi? Non vi sembra strano che la statuetta di padre Pio a cui si aggrappava ora viene quasi ignorata? Non vi sembra strano che la statuetta della madonna di Lourdes sia stata spostata dal centro del comò della camera e messa in un angolo?

I Lestrigoni sono antropofagi e divorano gli amici del depresso. I Lestrigoni divorano la commiserazione che gli amici avevano del depresso. Fra il depresso e i suoi amici inizia ad alzarsi una barriera che li separa, come se costoro non potessero più seguire il depresso per i mari emotivi nei quali sta navigando.

I Lestrigoni impediscono agli amici del depresso di seguirlo. Solo l'eroe continua a stargli a fianco nella quotidianità, ma nessuno ormai segue il depresso nei profondi mari emotivi d'angoscia nei quali i Lestrigoni hanno spinto il depresso a fuggire. O a rifugiarsi.

Il depresso sta elaborando una nuova e diversa visione del mondo. Andando dai vecchi amici, dice loro: "Guardate che cos'ho scoperto!" Ed essi, vedendo che non parla della statua di padre Pio o della madonna di Lourdes, si allontanano inorriditi prede dei famelici Lestrigoni.

Ora il depresso è solo.

La vita precedente è davvero morta. Il dolore e l'angoscia assumono una nuova forma. Non è più la disperazione che ferma l'azione per la paura del dolore, ma l'azione diventa lenitivo dell'angoscia.

Immerso nel fango emotivo il depresso inizia a raccogliere vecchi mattoni di emozioni ormai dimenticate e con la sua mano malinconica inizia a ripulirli dalle incrostazioni dello struggimento.

11) Il depresso libera Circe prigioniera dentro di lui

Il depresso non ha più un luogo dove ritornare.

Ora lo sa.

E' riuscito a tagliare le gomene della nave mentre gli uomini attorno a lui venivano divorati dalle nebbie di un'incomprensibile ragione.

Il depresso raggiunge un luogo sconosciuto in cui abita Circe.

Il luogo in cui abita Circe è un luogo sconosciuto per la ragione.

Quando la ragione lo penetra si trasforma in un maiale, in un lupo, in un asino, in un leone. E' il luogo in cui si perde la forma umana e si coglie il lato sconosciuto delle cose che solo chi ha imparato a reggere il timone nel mare emotivo, spinto dal dolore della depressione che lo ha costretto a perdere la forma, può reggere.

Il depresso deve ricostruire la sua vita. Forse conserva qualche mattone, qualche strumento della sua vita precedente, ma tutto è nuovo e dentro le sue emozioni Ermes ha versato il moly.

Il depresso è riuscito a digerire l'angoscia e la paura.

Ha sempre il pianto facile e il suo sguardo è quasi sempre spento.

Nel corso della giornata è più puntuale nell'esecuzione dei suoi doveri. Più presente al lavoro. Le sue mani, se esegue un lavoro manuale, sono più agili. Col partner ha più spinte d'affetto di quanto aveva prima di trafiggere Polifemo e di incontrare i Lestrigoni.

Il depresso non ci appare vivo ed efficiente come noi vogliamo significare quella parola. Non lo vediamo scattante, pronto e attivo nelle scelte quotidiane. Se siamo attenti, osserviamo i suoi movimenti e li vediamo lenti. Quasi fastidiosi. Osservando meglio vediamo che i suoi gesti sono però precisi. Hanno una direzione, non sono confusi. Sono ordinati e giungono ad obbiettivi che anche noi, che osserviamo dall'esterno, comprendiamo. Il depresso non è più depresso nello spirito profondo, ma conserva i segni della depressione sul volto. Come fossero la nuova maschera con cui protegge le proprie emozioni dal possibile dolore che gli provoca il mondo esterno.

Girare lo sguardo: CHIAMARE LE COSE COL LORO VERO NOME.

Ed è con Circe che il depresso cambia l'ottica con cui guarda il mondo.

Scrive Apollodoro nell'Epitome 7 su Odisseo/Ulisse:

"Con la sua sola nave Odisseo approda all'isola Eea dove viveva Circe, figlia di Elio e di Perse e sorella di Eeta, che conosceva ogni sorta di filtri magici. Divide i compagni in due gruppi, ma il sorteggio decide che lui rimanga presso la nave, mentre Euriloco con ventidue uomini si reca da Circe. Lei li invita a entrare e tutti vanno dentro, tranne Euriloco. A ciascuno lei offre una bevanda a base di formaggio, miele, farina e vino, a cui ha mescolato un farmaco. E loro bevono, e lei li tocca con la sua bacchetta magica e li trasforma, alcuni in lupi, altri in maiali, altri ancora in asini e in leoni. Euriloco vede tutto questo e lo riferisce a Odisseo. Odisseo riceve da Ermes il moly e si reca da Circe: getta nella bevanda il moly, e lui solo ne beve senza subire l'incantesimo. Allora, sguainata la spada, voleva uccidere Circe, ma lei placa la sua ira restituendo ai compagni le sembianze umane. Odisseo le fa giurare che non gli farà nulla di male e si unisce a lei che gli dà un figlio, Telegono. Per un anno rimane nell'isola, poi si mette a navigare sull'Oceano, offre dei sacrifici alle anime dei morti e interroga l'indovino Tiresia, come Circe gli aveva consigliato: e vede le anime di eroi e di eroine; vede anche sua madre Anticlea ed Elpenore che era morto in casa di Circe per una caduta. Tornato da Circe, prese congedo da lei e salpò."

La bacchetta magica di Circe manipola le emozioni delle persone: uno scopo per vivere affinché muoia lo scopo per morire.

Morire come uomini quando manca lo scopo per cui vivere. Circe è il senso della vita del depresso quando, vinta la disperazione emotiva, inizia a praticare la vita quotidiana.

Non c'è più Penelope nella testa di Odisseo. Lei appartiene al ricordo struggente, alla saudade, di uno spazio collocato in un tempo dal quale le emozioni si sono emancipate. Il prezzo è la rappresentazione nella quotidianità in cui le emozioni sono velate dalla rappresentazione razionale. Il depresso fa giurare alle sue emozioni che la loro veicolazione non gli farà del male e la ragione risponde a questo giuramento velando la rappresentazione delle emozioni.

Nessuno saprà mai raggiungere le emozioni del depresso rinato. Questo perché la rinascita è una condizione intima che non appare nella forma se non come scioglimento delle tensioni fisiche prodotte dalla somatizzazione della sofferenza depressiva.

Il viaggio del depresso che ricostruisce la propria solidità emotiva è ben rappresentato nella ricerca di strumenti con i quali il depresso arma la propria conoscenza e il proprio sapere.

Servono armi nuove per praticare il nuovo mondo in cui l'ex depresso deve ricostruire le sue relazioni.

Per questo Odisseo va a trovare l'indovino Tiresia. Per questo Odisseo scende all'Ade e incontra i fantasmi di coloro che furono, ma non vissero.

Il depresso è sceso negli inferi della sua psiche e solo evocando Circe dentro di sé può emergere dall'abisso della depressione.

12) Circe, il falco della vita

Chiediamoci chi è Circe, Circe la Maga. E, perché solo Circe può portare il depresso fuori dalla sofferenza che blocca le sue azioni nel mondo?

Circe, figlia di Elio, è il frammento di sole nelle possibilità delle nostre emozioni. Le nostre emozioni possono diventare l'universo attivo della nostra esistenza, oppure possono consumarsi al servizio della dittatura della nostra ragione.

Nel primo caso vediamo all'opera la maga Circe dentro di noi, trasformazione dopo trasformazione (nell'Odissea si dice che Circe era "vogliosa" di avere Odisseo come marito. La "voglia" identifica il desiderio dell'emozione di veicolarsi producendo la trasformazione dell'individuo). Il depresso non uccide Circe dentro di lui, ma uccide l'uso, la direzione, l'asservimento delle emozioni alla forma e alla descrizione che ne dà la ragione. La depressione è il risultato del fallimento del controllo operato dalla ragione sulla struttura emotiva dell'individuo.

Possiamo dire che la depressione è provocata dalla ribellione di Circe dentro all'essere umano.

Una ribellione alla ragione che descrive un mondo forgiato dall'educazione che rende schiave le emozioni dell'uomo ad entità esterne. A morali imposte. A doveri che provocano sofferenza e difficoltà alla struttura emotiva dell'uomo.

Lo stato depressivo distrugge il controllo della ragione sulla struttura emotiva dell'individuo e Circe è il nocciolo della vita che si ribella dentro ognuno di noi. E' la maga che ricostruisce l'individuo, le sue relazioni emotive; il mondo vissuto. Circe nella donna e nell'uomo, percepisce aspetti del mondo sconosciuto e quando il depresso colpisce Polifemo e si libera, nella terra del Lestrigoni, della zavorra di relazioni formali rese obbligatorie dall'educazione, libera Circe dentro di lui. Se il senso di morte e di autodistruzione nella depressione non lo ha avvolto, la Circe dentro di lui inizia la sua attività magica.

Un'attività magica di trasformazione che non è esente da dolori e sofferenze alla quale l'individuo, sofferente, non può rinunciare se vuole tornare a vivere.

Chiamare TOGLIERSI DAL CENTRO DEL MONDO implica CHIAMARE LE COSE COL LORO VERO NOME. Significa girare lo sguardo, cambiare la prospettiva nella quale percepiamo la realtà del mondo in cui viviamo. Se l'assunzione della prospettiva relativa al TOGLIERCI DAL CENTRO DEL MONDO non la si è assunta e praticata nell'infanzia, il dolore depressivo e l'angoscia, ci costringono a farlo in età adulta pagando un prezzo oggi che non avremmo pagato se ieri qualcuno (genitori, società, ecc.), anziché farci concorrenza dall'alto della sua età ci avesse preso per mano in quello che per noi era il futuro e per lui il tramonto dell'esistenza.

Qual è il vero nome di Circe?

Chiamatela FALCO perché è in questo modo che si muovono i viaggiatori nel nebbioso mare emotivo della vita. Se non viaggiate nei mari emotivi della vita, allora chiamatela Circe dalle splendide curve perché in questo modo potete tener vive le emozioni dentro di voi.

13) Il depresso affronta le Sirene della vita che vogliono imprigionarlo in fede e speranza

Le cose non hanno più lo stesso nome.

Cambia la percezione dei fenomeni del mondo. Non si fermano alla forma rappresentata nella descrizione, ma immediatamente la Circe dentro di lui svela la percezione dell'ALTRO NOME DEL FENOMENO. Una realtà che la ragione ignora.

Gli altri nomi delle cose sono i significati nascosti dalla forma.

Sono le strutture emotive dell'insieme da cui quel fenomeno emerge e giunge all'individuo. Prima il fenomeno era forma vissuta dalla ragione con indifferenza e distacco dall'alto della sua onnipotenza; ora Circe svela l'insieme emotivo da cui quel fenomeno emerge e le intenzioni che quel fenomeno nasconde: "mi hai sorriso dicendomi: buona serata!" aspetto il coltello che si pianterà nella mia schiena! Hai detto che "bisogna amare!" ora so che stai per alzare i roghi!

Il VERO NOME DELLE COSE lo si conosce muovendosi nella nebbia emotiva che circonda i viventi dove non c'è forma ma scoppi emotivi che costruiscono la vita stessa.

Il depresso emerge dalla patologia depressiva soltanto con la Circe dentro di lui.

Una Circe con la quale il depresso, guarito dalla patologia, inizia una relazione per costruire una nuova e diversa descrizione del mondo razionale in cui vive.

Chi esce dalla depressione è "sospettoso".

Chi esce dalla depressione è "ipersensibile".

Chi esce dalla depressione è "distratto".

Chi esce dalla depressione è "lagnoso".

Chi esce dalla depressione è "stanco".

Chi esce dalla depressione non ha più desiderio di morte, per porre fine all'angoscia, ma la morte è un'amica da guardare con affetto. Nella morte è entrato e ha navigato nel mare emotivo della vita.

Il depresso inizia a ricostruire il suo mondo razionale e la prima cosa che affronta è il "canto delle sirene del mondo".

Scrive Apollodoro nell'Epitome 7 su Odisseo/Ulisse:

"Costeggiava l'isola delle Sirene. Le Sirene erano figlie di Acheloo e di una delle Muse, Melpomene; si chiamavano Pisinoe, Aglaope, Telsiepia. Una di esse suonava la cetra, la seconda cantava, la terza suonava l'aulo: con questa musica persuadevano i navigatori a fermarsi. Dalle cosce in giù, esse avevano la forma di uccelli. Odisseo, che passando davanti a loro voleva ascoltarne il canto, seguendo il consiglio di Circe, riempì di cera le orecchie dei compagni e ordinò loro di legarlo all'albero maestro. Poiché il canto delle Sirene lo induceva a fermarsi, pregava i compagni di slegarlo, ma essi lo legavano ancora più stretto: così passò oltre. Una profezia diceva che le Sirene sarebbero morte se una nave riusciva a passare: ed esse, infatti, morirono."

Nella vita quotidiana ci sono sirene che ti invitano a tifare per questo o quel partito politico vendendoti speranza e illusione.

Proprio vendendo speranza, aspettativa, illusione, le sirene spacciano la fede come adesione acritica dell'individuo. La ragione si abbevera alle illusioni di una realtà immaginata.

Il depresso è entrato nel mondo emotivo e Circe ha tolto un velo dell'illusione e della fede dalla sua percezione; dai suoi occhi e dai suoi sensi. La speranza e la fede non sono scomparse. Troppo profondo è il loro innesto nella struttura emotiva operata nella primissima infanzia.

Circe le ha relegate "nell'angolo del non-nuocere", l'angolo psichico delle disillusioni circoscritto fra sbarre della critica del presente che nutre la riformulazione della nuova descrizione del mondo.

E' Odisseo, legato all'albero della nave, che lotta contro le pretese della speranza e della fede di riprendere il dominio nella nuova descrizione del mondo. Questo depresso, questo "bastardo", spinto nella depressione psichica dalla fede e dalla speranza che volevano rinchiuderlo nelle illusioni di aspettative di realizzazioni che non si sarebbero mai realizzate, è riuscito ad evadere penetrando nel mare nebbioso delle emozioni della vita. Ora, questo depresso, questo "bastardo" è riemerso dalla patologia psichica depressiva e pretende di ricostruire la descrizione del mondo della ragione senza la speranza e la fede che creano illusioni.

E' la Circe nel mare emotivo della percezione umana che CHIAMANDO LE COSE COL LORO VERO NOME tesse nuove relazioni sociali in cui l'individuo ricostruisce la sua vita dopo la sofferenza.

14) Il depresso naviga nella vita fra Scilla e Cariddi

Le cose non hanno più il nome che avevano prima. L'inganno si svela e la realtà dissolve alcuni manti illusori che la ricoprivano. L'eroe che affiancava il depresso nel suo doloroso viaggio nella malattia, viene riconosciuto dal depresso col suo VERO NOME. Il marito, la moglie, l'amante, l'amico che nella buona sorte cercava il proprio vantaggio ora, che il depresso è entrato nell'angoscia esistenziale, hanno svelato il loro "VERO VOLTO" e nell'emergere spinto dalla sua Circe, il depresso ha imparato a CHIAMARLI COL LORO VERO NOME.

Ricostruire una diversa descrizione del mondo quotidiano, diventa l'atto eroico del depresso. Un atto eroico che il depresso porta avanti usando la Circe dentro di lui. Una Circe capace di riconoscere ogni Circe dentro ad ogni essere vivente. Capace di riconoscerne le qualità, i fini, gli scopi, gli intenti. Una Circe capace di far affluire alla nuova ragione che descrive il mondo, una qualità di percezione che le illusioni, della ragione per la quale il depresso si è ammalato, occultavano alla sua coscienza e alla sua azione.

Scrive Apollodoro nell'Epitome 7 su Odisseo/Ulisse:

"Dopo le Sirene, Odisseo giunge a un bivio: da una parte vi sono le Rocce Erranti, dall'altra si ergono due scogli enormi: sull'uno si trova Scilla, figlia di Crateide e di Trieno o di Forco, che ha volto e petto di donna e, dai fianchi in giù, sei teste e dodici zampe canine; sull'altro vi è Cariddi, che tre volte al giorno inghiotte l'acqua e poi la rigetta. Seguendo il consiglio di Circe, evitò di passare vicino alle Rocce Erranti; quando fu vicino allo scoglio di Scilla, vestì le armi e si mise sulla prora della nave. Apparve Scilla che afferrò sei dei compagni e li divorò. Di là Odisseo raggiunse Trinachia, l'isola di Elio, dove pascolavano le sue vacche e qui si fermò, trattenuto dal mare cattivo. Ma, per mancanza di viveri, i compagni uccisero alcune vacche e se ne cibarono; Elio lo disse a Zeus, e Zeus, quando Odisseo salpò, gli scagliò contro un fulmine. La nave va in pezzi e Odisseo, aggrappato all'albero maestro, arriva nelle vicinanze di Cariddi. Quando Cariddi ebbe inghiottito l'albero, lui si af ferrò a un fico selvatico che sovrastava lo scoglio e rimase ad aspettare. E quando vide ricomparire l'albero, vi si gettò sopra e fu trasportato nell'isola Ogigia."

Il vero volto degli oggetti e delle persone del mondo si svela agli occhi del depresso che emergendo dalla sua condizione viene guidato da Circe nella nuova dimensione della sua ragione.

Il depresso non è più al CENTRO DEL MONDO, non antepone più la sua fissità onnipotente, questa l'ha bruciata con la depressione, la Circe dentro di lui lo costringe a riconoscere ogni altra Circe dentro ad ogni altro essere che, per riconoscerlo, deve chiamarlo col SUO VERO NOME.

Fra rocce erranti e scogli enormi, la vita prosegue nel suo eterno corso fra contraddizioni, sconti e soluzioni che modificano il soggetto che vive consapevole ogni scelta che lo può costruire o lo può danneggiare.

Il depresso è caduto nella depressione perché il suo navigare nella vita era occultato dall'illusione. Chiamava fortuna o sfortuna i motivi degli accadimenti. Chiamava "volontà di dio" le alterne vicende che come flutti si abbattevano sulla sua nave. Confidava nella volontà del proprio padrone, nella promessa di salvezza, mentre le sue illusioni gli nascondevano le cause dei suoi fallimenti esistenziali.

Ora che Circe si è liberata dentro di lui ed egli ha brandito saldo il timone della sua esistenza, ora riconosce le rocce erranti e i pericoli che si ergono sugli scogli. Riconosce la volontà di Scilla e riconosce l'azione di Cariddi, ma ora Circe alimenta la sua volontà per manovrare il timone delle sue scelte della sua esistenza.

Ora che qualche velo dell'illusione è stato rimosso, riconosce il volto: RICONOSCE IL VERO NOME di ciò che prima chiamava fortuna, sfortuna o volontà di dio.

Riconoscendole, evitò di passare accanto alle rocce erranti. Riconoscendone il pericolo armò la sua persona, il suo corpo e la sua volontà per affrontare Scilla e, chi non lo fece, venne divorato: come la bomba che inghiotte gli innocenti che "fiduciosi" pensavano che quella "guerra" non li riguardasse.

Il depresso rinato deve mettere attenzione agli improvvidi che lo accompagnano nel nuovo cammino. C'è sempre qualcuno che antepone il desiderio del presente ad un possibile futuro che le sue scelte provocano.

E' il pericolo di essere accompagnati da uomini vuoti quando la Circe dentro al depresso sta ricostruendo la forma del mondo della ragione. Gli uomini e le donne vuoti sono coloro la cui Circe è dentro la gabbia di una ragione onnipotente. Costoro agiscono come se il mondo in cui agiscono non avesse volontà, desiderio, progetto e scopo: un infinito numero di volontà; un infinito numero di progetti; un infinito numero di scopi. Per questo, nel loro delirio, saccheggiano le vacche di Elio come se fosse un loro diritto e nel farlo mettono in moto le forze che li annienteranno.

L'unica cosa che resta da fare è aggrapparsi all'albero e attendere sullo scoglio: e la Circe dentro di lui, insegna al depresso la pazienza.

15) Il depresso ricostruisce interessi e relazioni col mondo: Calipso e Nausicaa

Imparare la pazienza e cogliere l'attimo per modificare la situazione presente.

L'insegnamento di Circe entra nei comportamenti e nelle valutazioni del depresso che ora è attento ad ogni sua scelta. Ad ogni sua parola, ad ogni sensazione che emerge dentro di lui.

Il depresso che emerge dal dolore dell'angoscia ha uno strano odore: l'odore della vita che non si presenta con lo sfavillio del possesso, ma con la determinazione di ricostruire la descrizione del mondo. Con la determinazione di costruire nuovi e diversi rapporti. Con la sensazione di poterli vivere. Si è TOLTO DAL CENTRO DEL MONDO.

Ha colto l'occasione saltando sull'albero maestro della nave vomitato da Cariddi. Non sapeva dove lo avrebbe portato, ma era appeso su uno scoglio e non è più nella condizione patologica in cui avrebbe atteso la fine. Ora ha potere per cogliere l'attimo e l'albero della nave lo trasporta, galleggiando sull'acqua emotiva per sentieri sconosciuti.

Scrive Apollodoro nell'Epitome 7 su Odisseo/Ulisse:

"E quando vide ricomparire l'albero, vi si gettò sopra e fu trasportato nell'isola Ogigia. Qui lo accoglie Calipso figlia di Atlante, che si unisce a lui e gli dà un figlio, Latino. Per cinque anni Odisseo rimane presso di lei, poi si costruisce una zattera e riprende il mare. A causa dell'ira di Poseidone, la zattera viene distrutta nel mare: nudo egli viene gettato sulla terra dei Feaci. La figlia del re Alcinoo, Nausicaa, che sta lavando le vesti, ascolta le sue suppliche e lo conduce dal padre, che lo accoglie, gli offre dei doni e lo rimanda in patria con una scorta. Ma Poseidone, irato contro i Feaci, trasformò la nave in pietra e coprì la loro città con una montagna. Odisseo giunge in patria e trova la sua casa in rovina."

Calipso è indicata da Apollodoro come "figlia di Atlante", l'infaticabile. In Esiodo è figlia di Oceano e Teti, coloro che cullano la vita e, soprattutto, l'Essere Natura: Hera. L'isola di Ogigia è "un luogo antico". Un luogo emotivo in cui le relazioni si dispiegano senza la mediazione della ragione. Calipso è "colui o colei che tengono nascosto" l'approdo sicuro in cui il depresso può ricostruire le sue relazioni.

Ed il depresso ricostruisce le relazioni fra sé e i soggetti del mondo in modo "antico". Antepone le sensazioni agli interessi; l'impulso alla ragionevolezza; le necessità libidiche alle regole morali.

In questo modo il depresso esce dalla sua depressione ricostruendo il mondo usando la Circe dentro di lui.

E si trasforma giorno dopo giorno. Ogni giorno che passa diventa più forte finché si costruisce il mezzo per partire.

Costruirsi il mezzo per partire è l'atto di volontà fatto azione che materializza gli intenti della persona. Partire verso un ignoto possibile e abbandonare ogni porto che, per quanto accogliente, blocca il cambiamento e la trasformazione della persona.

Errando di porto in porto, il depresso rinato a nuova vita cerca di giungere in un luogo desiderato. In una situazione desiderata, ma il viaggio è il senso della vita e il depresso rinato viaggia, giunge in un luogo, agisce e vive per poi ripartire. Il giungere per ripartire e arrivare non è solo metafora delle condizioni in cui si svolge l'esistenza, ma è il senso reale della vita in cui il piacere vissuto nel momento in cui si superano le difficoltà è prologo a nuove ricerche e a nuovi progetti.

Il ritorno all'origine non esiste. Non esiste più il luogo da dove si è partiti. Il luogo che ha provocato la malattia depressiva non è più lo stesso.

Il luogo non è composto solo dall'ambiente, ma dal soggetto che vive quell'ambiente. Il depresso si è ammalato perché le relazioni con quell'ambiente erano ambigue. Fondate sulle illusioni della fede, della speranza e di modelli precostituiti in cui il depresso pensava il mondo. Così il depresso si è ammalato: è crollata la forma del mondo che immaginava.

Poseidone distrugge la nave dei Feaci e i Feaci stessi perché hanno osato riportare il depresso nel luogo e nelle condizioni della sua malattia.

Non esiste un ritorno all'utero. Non esiste un ritorno alla condizione precedente la malattia. La malattia è stata la malattia di una lettura del mondo, di un modo di interpretare il mondo che, fissato nella psiche e nelle emozioni del depresso, lo ha portato alla malattia. Riportare il depresso alle origini della sua malattia significa riportare il depresso nelle condizioni che procurarono angoscia e dolore. Per questo Poseidone punisce i Feaci, non per punire il depresso che per vivere è condannato a viaggiare, ma perché solo nella condizione del viaggiatore il depresso può ricostruire le sue relazioni col mondo. Viaggiare nella psiche e nelle relazioni. Solcare i mari emotivi delle relazioni fra sé e i soggetti del mondo CHIAMANDO LE RELAZIONI E I FENOMENI COL LORO VERO NOME dopo essersi TOLTI DAL CENTRO DEL MONDO.

16) Il mondo che ha preceduto la depressione, per il depresso non esiste più: distruggere un presente estraneo

Glielo aveva detto Poseidone: non tornare ad Itaca.

Stavi bene ad Itaca prima che il vento della vita non ti spingesse verso Ilio, verso Troia, a cercare una gloria da super-uomo. Il grande re è partito. Vento in poppa e uomini ai remi per giungere a conquistare una gloria che soddisfacesse la sua brama di potere e di possesso. E dopo aver messo a ferro e fuoco Ilio, qualcuno ha messo a ferro e fuoco Itaca. E mentre Ilio distruggeva il senso della sua ragione spingendolo nel baratro della depressione, l'Itaca che conosceva stava morendo.

Odisseo è partito da re ed è tornato come un mendicante.

Odisseo è partito da mendicante ed è tornato come re.

Odisseo era partito per Troia mendicando potere e gloria ed è tornato senza potere, senza gloria e senza i mezzi con cui era partito.

Odisseo era partito per Troia nascondendo le proprie emozioni dietro la bandiera della fede e della speranza che incarceravano le sue emozioni ed è tornato, senza fede e senza speranza, con le emozioni che trionfavano nella maga Circe libera da costrizioni razionali.

Ora è in grado di vedere il VERO VOLTO DI ITACA.

Quali erano i VERI INTERESSI DEI PROCI. Qual era il vero volto del capraio, del figlio, del mendicante e di quant'altri stanno attorno alla sua "casa". Com'era l'oggettività nella quale la sua ragione lo alimentava di illusioni lasciandolo vuoto dopo la distruzione di Troia e sprofondandolo nella disperazione angosciosa della depressione.

Ciò che ha lasciato ad Itaca è esattamente ciò che ha trovato ritornando. Sono gli occhi del depresso che sono cambiati. Ora guardano le cose e queste assumono un diverso volto. UN DIVERSO NOME.

Scrive Apollodoro nell'Epitome 7 su Odisseo/Ulisse:

Pensando che fosse morto, molti pretendenti aspiravano a sposare Penelope. Cinquantasette erano venuti da Dulichio: Anfinomo, Toante, Dernottolerno, Anfimaco, Eurialo, Paralo, Evenoride, Clizio, Agenore, Euripilo, Pilernene, Acamante, Tersiloco, Aghio, Climeno, Filodemo, Meneptolemo, Damastore, Biante, Telmio, Poliido, Astiloco, Schedio, Antigono, Marpsio, Ifidamante, Argeio, Glauco, Calidoneo, Echione, Lamante, Andremone, Ageroco, Medone, Agrio, Promo, Ctesio, Acarnano, Cicno, Psera, Ellanieo, Perifrone, Megastene, Trasimede, Ormenio, Diopite, Mecisteo, Antimaco, Ptolemeo, Lestoride, Micomaco, Polipete, Cerao. Da Same, ventitré: Agelao, Pisandro, Elato, Ctesippo, Ippodoco, Euristrato, Archemolo, Itaco, Pisenore, Iperenore, Ferete, Antistene, Cerbero, Perimede, Cinno, Triaso, Eteoneo, Clizio, Protoo, Liceto, Eumelo, Itano, Liammo. Da Zacinto, quarantaquattro: Euriloco, Laomede, Molebo, Frenio, Indio, Minide, Leioerito, Pronomo, Nisa, Daemone, Archestrato, Ippomaco, Eurialo, Evenoride, Clizio, Agenore, Polibo, Polidoro, Tadizio; Stratio, [Frenio, Indio], Desenore, Laomedonte, Laodico, Alio, Magnete, Oletrosso, Barta, Teofrone, Nisseo, Alcarope, Periclimeno, Antenore, Pella, Celto, Perifante, Ormeno, Polibo, Andromede. Da Itaca, dodici: Antinoo, Pronoo, Leiode, Eurinomo, Anfimaco, Anfialo, Promaco, Anfimedonte, Aristrato, Eleno, Duliehieo, Ctesippo. Costoro erano andati nella reggia di Odisseo e consumavano il suo bestiame banchettando. Penelope era stata costretta a promettere che si sarebbe sposata quando avesse finito di tessere il lenzuolo funebre per Laerte: lavorò per tre anni, tessendo di giorno, disfacendo il tessuto durante la notte, e in questo modo trasse in inganno i pretendenti, fino a che non fu scoperta. Saputo ciò che accadeva a casa sua, Odisseo, vestito da mendicante, si reca dal suo servo Eumeo, si fa riconoscere da Telemaco e si reca in città. Incontrano Melanzio, un servo pastore di capre, che li insulta. Arrivato alla reggia, Odisseo mendica il cibo presso i pretendenti, incontra un mendicante di nome Iro e si batte con lui. Poi rivela a Eumeo e a Filezio la sua identità, e con lui e con Telemaco ordisce un agguato ai pretendenti. Penelope offre ai pretendenti l'arco che un tempo Odisseo aveva avuto in dono da Ifito e dichiara che sposerà colui che riuscirà a tenderlo. Ma nessuno vi riuscì: allora Odisseo, ricevuto l'arco, uccise i pretendenti a colpi di freccia, con l'aiuto di Eumeo, Filezio e Telemaco. Uccise anche Melanzio e le ancelle che andavano a letto con i pretendenti. Poi si fa riconoscere dalla moglie e dal padre.

Questa è la sua casa. Una casa nella quale, dal momento che Odisseo ha voluto tornare, non resta che fare pulizia. Non è più la casa in cui resterà, ma è la casa alla quale ha voluto tornare. Solo che non esiste più la forma della ragione prima della malattia depressiva: ora la vede con occhi diversi e diverso è il suo atteggiamento.

Poseidone dice a donne e uomini: "Non tentate di tornare nell'utero. Indietro non esiste. Ciò che ricordate è solo la forma di un'illusione!".

La sola condizione per la quale il depresso può uscire dalla depressione: deve imparare a vivere senza tentare un ritorno al "bel tempo antico" o ad un'età dell'oro della sua psiche che, invece, era la prigione costruita dalla sua ragione per le sue emozioni.

Non troverete più il depresso uscito dalla malattia spavaldo e arrogante.

Apparirà lento e riflessivo. Perché serve molta riflessione a chi è entrato in età adulta nel mare emotivo per rimettere ordine nel mondo della ragione e in questo mondo agire manifestando il proprio giudizio. Troppi elementi da soppesare. Troppe cose da considerare.

Il depresso uscito dalla patologia non è pervaso da "dubbi" come appare al "razionale" che non è entrato nella depressione. Il depresso uscito dalla depressione è pervaso dalla necessità di mettere in ordine nella sua ragione la sua percezione degli aspetti emotivi che il "razionale", educato dal cristianesimo, ma che non si è calato nel mondo emotivo, ignora relegandoli in un "rumore di fondo" che la sua ragione ignora.

La difficoltà del depresso rinato è data dalla quantità e dalla qualità della percezione che deve considerare prima di agire o di giudicare.

Odisseo può tornare ad Itaca senza essere riconosciuto proprio perché nessuno riconosce in questo uomo lento e schivo quel re arrogante e baldanzoso che partì per distruggere Ilio.

Il depresso rinato è lento, ma non per questo meno determinato a giungere una possibile meta.

Questo è il senso della strage dei Proci che Odisseo fa attraverso l'arco della vita che tende contro di essi.

17) Il depresso è uscito dalla patologia togliendosi dal centro del mondo e ha imparato a chiamare le cose col loro vero nome.

La storia di Apollodoro termina col "si dice".

E' un'altra storia.

La storia del depresso rinato che mette ordine in un'esistenza devastata e si riconcilia con un mondo che la sua ragione, prima della depressione, ha offeso e ingiuriato collocandolo AL CENTRO DEL MONDO COME UN DIO ONNIPOTENTE.

I sacrifici di Odisseo che Apollodoro ci narra, sono le "scuse" di Odisseo per aver offeso la vita. La depressione è una specie di "punizione degli Dèi". C'è un solo delitto che gli Dèi puniscono ed è l'arroganza. La presunzione che premette sé stessi al mondo e che pretende di piegare il mondo a sé stessi, è quanto gli Dèi aborriscono.

Le cose del mondo, gli oggetti del mondo, le intelligenze del mondo, HANNO UN NOME! Il vero nome delle cose è dato dal loro agire; dalla loro passione; dai loro desideri; dalla loro capacità di veicolare sé stessi; dalla loro capacità di perturbare il mondo in cui vivono. L'arrogante trasforma tutto questo in un rumore di fondo della sua esistenza.

Per poter vedere il mondo con occhi diversi è entrato nella malattia dell'arroganza della sua ragione: nella depressione!

Ora che è emerso, non può riparare ai danni della sua arroganza. Non può ricostruire Ilio che ha distrutto, né riportare in vita chi è morto. Può fare solo una cosa: mettere più attenzione al VERO NOME DELLE COSE.

Questo ci racconta Apollodoro. Odisseo riconosce la propria arroganza attraverso il sacrificio ad Ade, Persefone, Tiresia, Poseidone e continua a vivere affrontando la propria vita come colui che vive e non come colui che si pensa il padrone della vita.

Scrive Apollodoro nell'Epitome 7 su Odisseo/Ulisse:

Dopo aver offerto sacrifici ad Ade, Persefone e Tiresia, Odisseo attraversa a piedi l'Epiro e giunge fra i Tesproti dove, secondo la profezia di Tiresia, offre sacrifici per placare Poseidone. Regina dei Tesproti era allora Callidice, che lo pregò di restare offrendogli il regno. Unendosi a lui, genera Polipete. Dopo il matrimonio con Callidice, Odisseo regnò sui Tesproti e sconfisse i popoli confinanti che gli avevano mosso guerra. Quando Callidice muore, Odisseo lascia il regno al figlio, e torna a Itaca dove trova che Penelope gli ha generato un figlio, Poliporte. Telegono, dopo aver appreso da Circe di essere figlio di Odisseo, si mette in mare per andare alla sua ricerca. Giunto a Itaca, stava razziando del bestiame, Odisseo accorre in difesa e Telegono lo ferisce con la sua lancia, che aveva sulla punta un aculeo (di trigone). Odisseo muore. Riconosciuto il padre, dopo averlo a lungo compianto, Telegono ne trasporta il corpo da Circe; porta anche Penelope e la sposa. Circe li invia entrambi nell'Isola dei Beati. Dicono alcuni che Penelope fu sedotta da Antinoo e che Odisseo la rimandò da suo padre Icario: lei raggiunse Mantinea in Arcadia dove, da Ermes, generò Pan. Altri dicono che fu uccisa da Odisseo a causa di Anfinomo, perché era stata sedotta da lui. Vi è anche chi dice che Odisseo, messo sotto accusa dai parenti dei Proci uccisi, scelse come giudice Neottolemo che regnava sulle isole dell'Epiro, e Neottolemo, pensando che, se Odisseo fosse stato allontanato, avrebbe potuto impadronirsi di Cefallenia, lo condannò all'esilio. Odisseo si recò in Etolia presso Toante figlio di Andremone, ne sposò la figlia e morì vecchio, lasciando un figlio che gli era nato da lei, Leontofono.

Ad Odisseo, al depresso rinato, non resta che il cammino verso la morte del corpo fisico.

Ogni vita, sia essa vissuta con arroganza e delirio di onnipotenza o vissuta da coloro che abitano il mondo, si conclude sempre con la morte del corpo fisico. La vita è solo una corsa verso la morte. La morte è l'unica ragione per la quale noi viviamo.

La differenza sta nel come noi la viviamo. Che cosa scegliamo o non scegliamo nel vivere la vita.

Noi siamo i padroni dello spazio fra le due grandi magie: la nascita del corpo fisico e la morte del corpo fisico.

Noi siamo i signori della nostra trasformazione e quando non siamo in grado di trasformarci, ci ammaliamo della malattia della vita che ci sprofonda in un abisso dal quale, se vogliamo riprenderci nelle mani la nostra vita, dobbiamo emergere.

In quell'abisso siamo soli.

Fuori dall'abisso qualche eroe ci tende la mano, ma nell'abisso viviamo la solitudine della rottura dei legami con i soggetti del mondo.

Odisseo è partito da Itaca come un grande re con molte navi ed è morto difendendo il bestiame che qualcuno stava razziando.

E' partito come un padrone ed è morto come un uomo che stava vivendo.

Uscendo dallo stato patologico della depressione, Odisseo ha scoperto il VERO NOME DELLE COSE, ma entrando nella depressione si è TOLTO DAL CENTRO DEL MONDO.

Per TOGLIERSI DAL CENTRO DEL MONDO e scoprire il VERO NOME DELLE COSE, è necessario entrare nello stato psichico della depressione che produce angoscia e disperazione?

Solo per coloro che sono educati dal punto di vista cristiano e cattolico in particolare. Solo per coloro che si identificano nel dio padrone, nel Gesù padrone, nell'Odisseo glorioso che salpa per distruggere Troia. Sono costoro che passano attraverso la depressione se vogliono entrare "nell'isola dei beati" dopo aver liberato la loro Circe dall'arroganza dell'onnipotenza in cui l'educazione l'ha rinchiusa.

Odisseo avrebbe potuto nascere sotto altri cieli, ma è nato sotto il cielo della sottomissione e del delirio dell'onnipotenza e per diventare eterni da questo cielo è necessario entrare nell'inferno dell'angoscia, della disperazione e dell'ansia emotiva in cui muore l'arrogante sottomesso e rinasce la donna e l'uomo capaci di vivere la loro vita.

Nell'inferno dell'angoscia della depressione c'è una continua sollecitazione ad annientare la propria vita fisica. C'è una continua sollecitazione a mettere fine alla sofferenza.

In quell'inferno c'è anche la voce della Circe dentro di noi. Una voce soffocata dalla morale interiorizzata e dalla necessità di adempiere a doveri a noi estranei.

In quell'inferno si muove il depresso che con quel fuoco deve saper forgiare la sua autodisciplina con cui costruire nuove e diverse relazioni o, quanto meno, riconoscere una qualità diversa di relazioni.

Per il depresso, rinascere significa poter rifondare il proprio mondo di relazioni.

Per il depresso, rinascere significa riprendere il proprio posto nella Natura.

Nota: L'Epitome 7 è tratta da "I miti greci" di Apollodoro pubblicata a cura di Paolo Scarpi Traduzione di Maria Grazia Ciani e pubblicata dalla Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori edizione 2001

19 febbraio 2013

 

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Il Crogiolo e la psicanalisi

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