La serie degli Oracoli Caldaici commentata è quella pubblicata da Angelo Tonelli, per come l'ha tradotta, nell'edizione del 1995 della Biblioteca Universale Rizzoli.
Riflessioni pagane sulle antiche religioni

Nella presentazione della sua traduzione degli Oracoli Caldaici, Angelo Tonelli nell'edizione BUR afferma di aver sostituito, nella traduzione, il termine "Nous" col termine intuizione, intuibile e derivati vari.
Questo mi permette di ragionare sul primo frammento presentato da Tonelli nel suo "Oracoli Caldaici". Se qualcuno desidera il testo originale del frammento, lo legge dal libro di Tonelli.
Ed è il primo frammento degli Oracoli Caldaici della serie che seguo, su quale vale la pena di soffermarsi.
Ogni soggetto vivente nella Natura intuisce una realtà del mondo attraverso il proprio "Nous", la propria intelligenza progettuale. Il primo frammento, piuttosto lungo, tratto da Damascio, avverte che se usi l'intelligenza progettuale per intuire qualche cosa di determinato, riportandolo alla descrizione della ragione, non coglierai l'essenza della tua intuizione.
L'intuizione sfugge alla descrizione della ragione e l'unico modo per poterla cogliere è abitare l'intuizione con il proprio "Nous", la propria intelligenza progettuale.
L'intuire che intuisce è un vero e proprio abbaglio per la ragione. L'illuminazione, apparendo alla coscienza razionale, lascia la coscienza razionale incapace di descrivere le intuizioni. Per la coscienza, dominata dalla ragione, le intuizioni sono un'illuminazione che per un attimo accecano la coscienza.
L'intuibile non va colto come una rivelazione o un'apparizione razionalmente utilizzabile, ma filtrata con misura in modo da separare ciò che si vorrebbe intuire da ciò che si sta intuendo impedendo all'illusione della ragione di soffocare e imprigionare quanto il soggetto intuisce nel mondo in cui abita.
Devi intuirlo con emozioni intense recando la veicolazione delle tue emozioni verso l'intuibile. In questo modo ti leghi alle emozioni del mondo e nella tua coscienza si forma il vuoto. Le parole si fermano e l'intuito può riempire il vuoto che le parole della tua ragione hanno lasciato.
L'intuizione viene descritta come un conoscere immediatamente qualcosa. Un conoscere che non è ottenuto mediante una dimostrazione, un ragionamento o una descrizione, ma è ottenuto mediante un trasporto emotivo dell'individuo che intuisce. Una sorta di comprensione immediata. Una sorta di illuminazione.
Qualche cosa che si è accumulato nel tempo e poi si manifesta con chiarezza al nostro sentire e al nostro vedere. Nel manifestarsi rende comprensibile e chiaro quanto fino a prima era nebuloso ed oscuro. Quasi una visione delle cose quando queste, o alcuni loro fenomeni, si presentano alla coscienza.
Questo è il significato di intuire e non può essere definito in maniera diversa l'oggetto che si presenta per la prima volta alla ragione e questa, trattenendo il respiro per la novità, si appresta a descriverlo.
L'intuizione è un colpo immediato alla ragione. La ragione è costretta a prendere atto dell'esistenza di un oggetto che lei non descriveva e, anche se vuole ignorarlo, diventa consapevole dell'esistenza di uno sconosciuto che la circonda e per il quale non dispone di strumenti per penetrarlo. La mancanza di strumenti propri della ragione per descrivere lo sconosciuto che la circonda, mette in discussione il suo dominio sull'Essere Umano costruendo una condizione per la quale la ragione sostituisce la rivelazione dello sconosciuto con mostri orrifici, con voli di fantasia, con chimere, al fine di ammaliare e terrorizzare l'Essere Umano dicendogli che, fuori dalla descrizione che la ragione propone, ci sono solo fantasie, mostri e fobie. Di questo la ragione è comunque l'artefice perché l'illusione e il delirio sono parte della sua descrizione.
L'Essere Umano che coltiva l'autodisciplina ferma la ragione. Ferma le sue fantasie e ferma i mostri della ragione. Nel fermare la ragione, l'individuo permette alle sue emozioni di intuire spaziando nello sconosciuto che lo circonda. Le emozioni dell'Essere Umano possono muoversi nello sconosciuto e possono riconoscere, intuendolo, l'oggetto che incontrano attraverso le relazioni emotive. Le emozioni non sono in grado di descrivere la forma dell'oggetto con cui le emozioni costruiscono delle relazioni.
La descrizione appartiene alla ragione; le emozioni possono intuire. La relazione emotiva può diventare parte dell'intuire dell'oggetto altro. Può creare una fusione fra emozioni, ma non può portare alla coscienza descrittiva dell'oggetto con cui si è costruita la relazione emotiva.
La coscienza, controllata dalla ragione e dalle parole, non lo può descrivere l'oggetto con cui il soggetto ha costruito una relazione emotiva. La qualità della relazione emotiva impedisce alle emozioni di individuare la forma dell'oggetto e, pertanto, la coscienza del soggetto non dispone di elementi per descrivere quell'oggetto. Ma può, attraverso il Nous, l'intelligenza progettuale, usare la conoscenza indotta dall'intuizione per agire opportunamente nella realtà razionale in cui il soggetto agisce.
Se tenti di descrivere, e perciò determinare razionalmente, l'oggetto che intuisci, cessi di intuirlo. Descrivi una forma incerta e incompleta, per come la ragione immagina, usando elementi razionali inappropriati che la compongono.
Intuire l'oggetto significa diventare parte dell'oggetto; compenetrare l'oggetto; osservare il mondo con gli occhi dell'oggetto. Descrivere un oggetto significa separare e numerare i fenomeni dell'oggetto proiettando sull'oggetto la nostra soggettività e la nostra descrizione immaginaria definita dalla percezione soggettiva dei fenomeni che si attribuiscono all'oggetto.
Quando la ragione descrive un oggetto, non coglie l'oggetto in sé. Per contro, quando le emozioni, mediante l'intuire, si relazionano con l'oggetto in sé, lo fanno annullando la forma e le caratteristiche quantitative dell'oggetto.
Alle emozioni, l'oggetto appare per le emozioni che veicola nel suo mondo e, allo stesso modo, la soggettività appare all'oggetto per le emozioni che veicola nel mondo e che costruiscono le relazioni con l'oggetto.
La ragione tende a proiettare sull'oggetto ciò che immagina che l'oggetto sia in base ai propri dati di esperienza. La ragione obbliga l'oggetto intuito ad aderire a ciò che lei immagina che l'oggetto sia.
La ragione, che controlla la coscienza, anziché espandersi per comprendere al meglio l'oggetto intuito, restringe l'oggetto intuito per farlo aderire alla coscienza che controlla mediante la descrizione razionale. La ragione non coglie l'oggetto, a differenza dell'intuizione che relazionandosi emotivamente con l'oggetto ne diventa parte. Le emozioni colgono la parte intima, emotiva, dell'oggetto con cui entrano in relazione.
L'intuibile è la forza emotiva irraggiata dall'infinito che ci circonda. Un infinito che noi possiamo penetrare con la nostra intelligenza progettuale e che ci stimola ad agire, ma non lo possiamo descrivere con la nostra ragione. Quella forza irraggiante abbaglia la ragione; la smarrisce. I fenomeni che si presentano alla ragione, dall'infinito che la circonda, la smarriscono costringendo la ragione a sollevare solide barriere fra sé e l'immenso.
Solo l'intuire, libero dai legami della ragione, in presenza del silenzio interiore, ci permette di liberare la nostra intuizione facendola arrivare alla nostra coscienza superando le barriere poste dalla ragione.
Un intuibile sempre presente e che sollecita le nostre emozioni. Sollecita il nostro intuire a liberarsi dalla costrizione della ragione e a spaziare indipendentemente da essa. Sollecita il nostro intuire a conoscere l'intuibile circostante. Questa conoscenza non deve essere fatta con veemenza, impetuosità, violenza, ma con le emozioni di un sottile intuire che tutto sottopone a misura.
L'intuire non è furia che prorompe, non è avidità della conoscenza, ma è un trasporto soggettivo verso sponde ignote, verso intuibili sconosciuti. L'Essere Umano nell'ignoto si muove con prudenza, ma si muove. Considera e soppesa senza descrivere, sospende il giudizio, si sazia dell'intuizione e trasforma sé stesso. Trasforma la propria ragione, trasforma il proprio modo di guardare il mondo, trasforma la forza del proprio intuito con cui penetrare l'intuibile che lo circonda. Ciò che non può misurare è quell'intuibile.
L'Essere Umano è un'isola nell'immenso sconosciuto che lo circonda. Non può misurare lo sconosciuto, ma può immergersi dentro, diventarne parte, compenetrarlo e farsi compenetrare mantenendo la consapevolezza di sé stessi. La consapevolezza di essere un'isola che naviga nell'immenso spaziando per lidi infiniti mantenendo la propria consapevolezza.
L'intuizione dell'infinito deve essere fatta con gli strumenti dell'intuire. Si deve rinunciare alle categorie della ragione, ai suoi aggettivi, ai suoi strumenti. Non si piega l'intuito alla propria ragione, ma si adatta sé stessi per muoversi e crescere in quell'intuibile. L'intuizione non è il fine della propria esistenza. L'intuizione non è un mezzo per ottenere un possesso, ma deve essere un'espressione emotiva gentile che attraversa lo sconosciuto per esercitare il nostro intuito chiedendo alla ragione di spostarsi dal dominio della coscienza dell'Essere Umano.
Il vuoto della mente, il vuoto delle parole, il blocco del dialogo interno permette all'intuibile di presentarsi al nostro intuire. Lo sguardo puro è lo sguardo che non descrive; è lo sguardo che intuisce quanto si presenta senza ridurre quanto si presenta a categorie predeterminate.
Il primo oracolo che considero pone due condizioni dalle quali non posiamo derogare. La prima è la possibilità per l'Essere Umano di superare la ragione attraverso la sua intuizione e la seconda è l'esistenza di un intuibile fuori della ragione che solo l'intuire può raggiungere.
Il frammento Orfico non ci parla della relazione esistente fra l'intuibile, l'intuire e la ragione, ma ci parla chiaramente della necessità di articolare l'intuire per modificare la ragione stessa. Ci dice, inoltre, dell'esistenza di categorie diverse dalla ragione attraverso le quali affrontare l'intuibile che ci circonda. Categorie che, anche se vengono definite mediante parole appartenenti alla ragione, non significano necessariamente quanto significano quelle parole, ma tendono a descrivere un modo di porsi che può diventare chiaro soltanto costringendo la ragione a farsi da parte affinché il nostro intuire raggiunga l'intuibile che si presenta ad esso.
Il Nous è la nostra intelligenza progettuale che, mediante le emozioni, affronta lo sconosciuto della ragione. In quello sconosciuto si muovono infiniti Nous che, mediante le loro emozioni, affrontano il loro sconosciuto di cui il nostro Nous è parte.
Fra intuito e intuibile non c'è dipendenza, ma solo relazione. Il soggetto può intuire perché esistono oggetti che si prestano ad essere intuiti mediante le emozioni che veicolano nel mondo. L'intuibile può sollecitare l'intuire del soggetto, ma è il soggetto che intuisce l'intuibile attraverso il suo intuire. Non esiste relazione di dipendenza fra l'intuire del soggetto e l'intuibile. Esiste la necessità della relazione esattamente come un fiume scorre sempre dal monte al mare. La necessità di adattamento soggettivo spinge l'intuire del soggetto a superare il determinato, descritto dalla ragione, per tuffarsi nel mare dell'intuibile, afferrare nuovi fenomeni e portarli alla ragione per modificare il modo soggettivo attraverso il quale guardare il mondo. L'intuibile non è padrone dell'intuire, esattamente come il mare non è padrone del fiume. La diga, che un soggetto erge fra l'intuibile e la sua capacità di intuirlo, è costruita dalla sua ragione: la necessità di determinare e descrivere l'intuibile stesso porta la ragione ad ignorare quanto non è in grado di descrivere.
L'intuibile non è dunque il dio padrone tanto caro a neoplatonici o cristiani, ma è il circostante formato da coscienze consapevoli di sé stesse e, nella misura in cui un Essere Umano è in grado di intuirle, può chiamarle a sorreggere la propria intuizione proprio perché la propria intuizione è in grado di alimentare l'intuibile delle Coscienze di Sé che dal circostante affrontano la loro oggettività intuibile di cui l'Essere Umano, nell'intuirle, è parte.
Qualcuno potrebbe mettere in dubbio l'affermazione asserendo: chi mi dimostra l'esistenza di un intuibile che io non sono in grado di intuire? Come posso pensare l'esistenza di un qualche cosa che io non posso raggiungere mentre tu ne affermi l'esistenza? Io, costruendo me stesso e dilatando il mio percepire nel mondo che mi circonda, alimento ed estendo continuamente il mio sapere e la mia conoscenza. Affrontando le condizioni della vita oggi non sono più ciò che ero un anno fa: ho alimentato il mio esistere espandendo me stesso. Non posso dimostrarti i miei cambiamenti a meno che tu non abbia camminato assieme a me. Insieme possiamo guardare indietro ed osservare come qualcuno esplode in un intuire e alimenta la propria crescita intuendo quanto lo circonda.
E' l'Essere Feto che muore quando nasce un bambino o una bambina. Questi Esseri nascono in un intuibile e la loro crescita, le loro trasformazioni, sono relative alla quantità e qualità di intuibile che intuiscono e fagocitano.
Come spettatori, guardando quell'attività noi assistiamo all'intuizione del nuovo nato. Osserviamo il nuovo nato mentre intuisce e si espande. Attraverso quale meccanismo logico si può asserire che un Essere Umano adulto non vive in un intuibile? E' piuttosto la sua rinuncia ad intuire che separa il proprio intuire dall'intuibile.
L'affermazione, "dimostrami che esiste un intuibile da intuire", altro non è che l'accettazione sublimata della sconfitta dell'intuire soggettivo. Se è vero che quanto io non intuisco è come se quell'intuibile non esistesse, è altrettanto vero che attraverso l'accettazione della sconfitta, generata dalla sottomissione, si blocca l'intuire affinché si separi dall'intuibile.
Dal momento che la sconfitta non può essere riconosciuta dal soggetto (altrimenti modificherebbe il proprio stato), questi giustifica la separazione fra la propria intuizione e l'intuibile affermando che l'intuibile non esiste e pertanto non trova nessuna ragione logica per alimentare il proprio intuire. Per lui non esiste uno sconosciuto da affrontare. Per lui tutto è chiaro alla sua ragione che domina la sua coscienza.
Gli Oracoli Caldaici parlano di un'oggettività immanente rispetto all'Essere Umano, ma trascendente rispetto alla sua ragione e alla sua descrizione del mondo. Una realtà che non può essere compresa e descritta mediante la ragione, ma può essere praticata mediante l'intuire soggettivo che, liberatosi dai fantasmi della ragione, può avventurarsi e costruire nuove e diverse esperienze. Non siamo davanti ad un'affermazione ontologica. L'intuibile è un oggetto reale al di fuori dei confini della conoscenza razionale. Solo che l'Essere Umano, attraverso l'intuizione, modifica ed allarga i confini della sua conoscenza razionale.
Da questo presupposto prende il via la sequenza dei frammenti degli Oracoli Caldaici che ho scelto di descrivere e commentare. La dualità umana viene definita come ciò che determina e descrive, la ragione, e ciò che emotivamente intuisce, l'intuire. Questa dualità ci permette di collocare gli Oracoli Caldaici all'interno della tradizione pagana anche se, come elaborazione tarda, viene fatta propria dai neoplatonici per definire, attraverso i frammenti, il loro assolutismo religioso. Una dualità sempre presente fra descrizione e percezione dove l'una e l'altra interagiscono per costruire il Dio che cresce dentro all'Essere Umano.
Naturalmente potremmo anche dire: "c'è un sentire che devi cogliere con il fiore del tuo sentire, perché se inclini verso di esso il tuo descrivere e lo concepissi come se descrivessi qualche cosa di determinato, non lo sentirai. E' il potere di una forza irradiante, che abbaglia per fendenti sensibili. Non si deve coglierlo con veemenza quel sentire, ma con la fiamma sottile di un sottile sentire che tutto sottopone a misura, fuorché quel sentire; e non devi sentirlo con intensità, ma - recando il puro sguardo delle tue emozioni distolto - tendere verso quel sentire, per intenderlo, un sentire razionalmente vuoto, ché al di fuori della descrizione della ragione esso dimora.
Angelo Tonelli ha preso il primo frammento dalla serie degli Oracoli Caldaici di W. Kroll che l'ha estratta da Damascio.
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