ORFISMO




Aristofane - Gli Uccelli

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In principio c'era il Caos e la Notte e il buio Erebo e il vasto Tartaro;

non esisteva la terra, né l'aria, né il cielo. Nel seno sconfinato di Erebo

la Notte dalle ali di tenebra generò per prima un uovo pieno di vento.

Col volgere delle stagioni, da questo sbocciò Eros, fiore del desiderio:

sul dorso splendevano ali d'oro ed era simile al rapido turbine dei venti.

Congiunto di notte al Caos alato nella vastità del Tartaro,

egli covò la nostra stirpe, e questa fu la prima che condusse alla luce.

Neppure la stirpe degli immortali esisteva prima che Eros mescolasse insieme ogni cosa.

Quando l'uno con l'altro si accoppiarono, nacquero il cielo e l'oceano

e la terra, e la stirpe immortale degli dèi beati...

 

Tratto da: “Le religioni dei Misteri” a cura di Paolo Scarpi ed. Fondazione Lorenzo Valla.

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Il principio, nell'Orfismo, è il Caos.

Che cos'è il Caos?

E' quanto la nostra ragione non può descrivere. E' un oggetto complessivo tanto diverso da quanto noi possiamo percepire che non è penetrabile. Davanti al Caos il veggente perde le forze ed è smarrito. Il Caos è oggetto inconoscibile, ma è un inconoscibile dal quale emergono gli elementi che formano ciò che il veggente è.

Sono questi elementi che afferrano immediatamente l'attenzione del veggente e che gli consentono di descrivere il proprio divenuto.

Dal Caos emerge la Notte, l'Erebo e il Tartaro. Si tratta dell'emergere, dal Caos di due condizioni: tempo e spazio. Un tempo capace di generare e uno spazio capace di diventare fecondo.

Nulla è al di fuori del Caos.

Nulla è separato dal Caos: il veggente stesso trova le forze che hanno manifestato la sua esistenza nel Caos.

Il Caos non ha intelligenza; il Caos non ha scopo; il Caos non ha progetto; il Caos non ha direzione.

Ciò che si deve decidere è se il Caos è oggetto in sé stesso o è una proiezione psichica del veggente quando manifesta l'inconoscibile per il quale non è attrezzato a conoscere.

Chi ha vissuto l'esperienza si trova in ansia, sospeso nel vuoto e nel nero della Notte mentre sta rimirando un disco giallo in campo nero. Per riuscire a guardare il disco giallo in campo nero il veggente ha superato il Caos dentro sé stesso. Un Caos grande come le trasformazioni dell'Universo che hanno prodotto il suo divenuto e che ha risalito fino alle origini senza poterle mettere in ordine dentro alla sua ragione. Ha attraversato sensazioni che appartengono al altre specie e ad altre epoche, ha attraversato le forze che hanno manifestato questo presente e quando arriva all'origine della sua visione il disco giallo in campo nero emerge come elemento descrivibile dall'immenso Caos che il veggente ha attraversato.

E' l'incongruenza di coloro che interpretano il mito: il Caos come oggetto in sé da cui emerge il presente o il Caos come proiezione del veggente nel suo processo di trasformazione a ritroso nel tempo per giungere al tempo dell'origine?

L'oggetto della mia visione si manifesta dal Caos della mia percezione o il Caos ha generato l'oggetto della mia visione?

La visione del veggente non inizia con la visione del Caos, ma inizia con la visione di Nera Notte, il Tartaro e l'Erebo.

Il Caos è percepito dal veggente prima che egli giunga alla visione, pertanto il Caos appare come origine della visione del veggente e non come origine di Nera Notte.

Nel testo appare un secondo Caos: “Congiunto di notte al Caos alato nella vastità del Tartaro, egli covò la nostra stirpe, e questa fu la prima che condusse alla luce.” Questo è il Caos oggettivo che si è generato dall'uovo. L'uovo era pieno di “vento” ed è questo il Caos originale. Il Caos è quanto si origina dall'uovo che Nera Notte, dalle ali di tenebra, genera. Dall'uovo si manifestano due forze, il vento e Eros o Fanete. Il vento è la sostanza della vita e Eros l'Intento del procedere della vita stessa. Solo che il vento può essere percepito come Caos in quanto non ha intelligenza, non ha direzione e non ha scopo: Eros è l'Intento, la direzione che quanto è emerso dall'uovo assume.

Il vento generato dall'uovo si muove per Necessità, ma Eros gli impone l'INTENTO. L'intento del vento è quello di trasformarsi da NONconsapevole a consapevole. Solo Eros può condurre questa trasformazione.

A questo punto la visione Orfica diventa chiara e leggibile.

La Nera Notte caratterizza l'esistente e lo riempie. Riempie l'Erebo e il Tartaro.

Il veggente è sospeso nel vuoto di Nera Notte la contempla finché la sua attenzione non è afferrata dall'uovo che Nera Notte depone. E le stagioni seguono le stagioni finché l'uovo si schiude e Fanete MOSTRA ciò che l'uovo contiene: l'Universo!

“sul dorso splendevano ali d'oro ed era simile al rapido turbine dei venti.” Nella tradizione greca l'oro evoca il sole e tutta la sua simbologia: fecondità, ricchezza, dominio, centro del calore-amore-dono, fuoco di luce-conoscenza-irragiamento. Ed è esattamente questo che Eros porta come essenza stessa dell'universo e delle sue trasformazioni.

Ed è Eros, l'Intento, che mescola quanto è uscito con lui dall'uovo dando il via alle stirpi di cui siamo figli.

Prima che Eros agisse non esisteva la stirpe delle Coscienze di sé. Non esisteva la nostra stirpe, non esisteva la stirpe degli immortali.

Questa è la Cosmogonia Orfica.


CONSIDERAZIONI GENERALI SULL'ORFISMO



Normalmente questo canto di Aristofane è chiarificatore della base cosmologica dalla quale nasce l'Orfismo.

La religione misterica Orfica, come la Dionisiaca, è strettamente legata ai misteri di Eleusi e sembra, in molti aspetti, rappresentare un completamento.

Questo pezzo di Aristofane (e altri che vedremo) testimoniano come alla base delle Antiche religioni (di cui le misteriche erano le più recenti) non c'era nessuna volontà creatrice e che dall'esistente considerato germinano trasformazioni che ci mettono nelle condizioni di volgerci indietro e considerarne il divenuto del presente.

Noi, che abbiamo coscienza di noi stessi in questo presente, possiamo volgerci indietro e leggere le trasformazioni che hanno portato in essere questo presente.

In quelle trasformazioni scorgiamo il venire in essere delle Coscienze che chiamiamo Déi e che rappresentano l'oggettività del nostro esistere sia dentro di noi che fuori di noi.

Per comprendere l'Orfismo è necessario mettere a fuoco le quattro grandi forze che separano sé stesse dal Caos primordiale: Erebo, Nera Notte, Eros e Gaia!

E' Nera Notte che genera l'uovo pieno di Energia Vitale la cui esplosione "covò la nostra stirpe, e questa fu la prima che condusse alla luce."

Covare le condizioni per condurle alla luce, condurle a germinare, è l'arte delle Antiche religioni misteriche.


ORFISMO, INDUISMO

E

TEOSOFIA


Le assonanze della Cosmogonia Orfica appaiono in tutta evidenza nell'Induismo.

Riporto dall'Rgveda:


NASADIYA SUKTA


In principio non vi era Essere né Nonessere.

Non vi era l'aria né ancora ilcielo al di là.

Che cosa lo avvolgeva? Dove? Chi lo proteggeva?

C'era l'Acqua, insondabile e profonda?


Non vi era morte, allora, non ancora immortalità;

di notte e di giorno non vi era alcun segno.

L'Uno respirava senza respiro, per impulso proprio.

Oltre a quello non vi era assolutamente null'altro.


Tenebra vi era, tutto avvolto da tenebra,

e tutto era acqua indifferenziata. Allora

quello che era nascosto dal vuoto, quell'uno, emergendo,

agitandosi, mediante il potere dell'ardore, venne in essere.


In principio Amore sorse,

la primitiva cellula germinale della mente.

I Veggenti indagando nei loro cuori con saggezza,

scoprirono la connessione dell'Essere nel Nonessere.


Una linea netta separò l'Essere dal Nonessere.

Che cosa era descritto al di sopra di essa, e che cosa al di sotto?

Portatori di seme vi erano, e forze potenti,

spingevano dal basso e in alto avanzavano.


Chi lo sa veramente? Chi può permettersi di dirlo?

Da cosa nacque? Da dove originò questa creazione?

Anche gli Dei vennero dopo la sua apparizione.

Chi dunque può dire da dove venne in essere?


Da che cosa la creazione sia sorta,

se si sia tenuta salda oppure no,

colui che la contempla nell'alto dei cieli,

egli sicuramente lo sa - o forse non lo sa!


Tratto da “I veda Mantramanjarì” di Raimon Panikkar ed. BUR


Come si può facilmente dedurre dalla comparazione, le similitudini fra il testo Orfico in Aristofane e il Rgveda le differenze sono soltanto di ordine espositivo, non sostanziali.

Non è difficile per un veggente descrivere una visione, come non è difficile per un paziente sul lettino dello psicanalista descrivere un'allucinazione.

Diventa un atto di “assoluta Stregoneria” quando il veggente, partendo dalla o dalle sue visioni, riesce a trasferirle nella società in cui vive rispondendo ai bisogni che questa presenta al fine di costruire il suo futuro.

Non si può discutere della visione del veggente che rimane una questione sua, soggettiva, intima, ma discuteremo di come il veggente la presenta e il percorso di sviluppo che il veggente (o chi per esso) presenterà alla società partendo dalla visione stessa.

Un'operazione interpretativa fu tentata da H. P. Blavatsky che fondò la Società Teosofica .

Nelle “Stanze di Dzyan”, scritte nel 1888, scrive Blavatsky nella prima stanza:


L'eterna genitrice, ravvolta nelle

sue sempre invisibili vestimenta, era rimasta

sopita ancora una volta per sette eternità.


Il tempo non era, poiché giaceva

dormente nel seno infinito della durata.


La mente universale non era,

poiché non vi erano ah-hi per contenerla.


Le sette vie della beatitudine non erano.

Le grandi cause del dolore non erano,

poiché non vi era alcuno per produrle ed esserne preso.


L'oscurità solo riempiva il tutto illimitato,

poiché padre, madre e figlio

erano uno una volta ancora, ed il figlio non

s'era ancora desto per la nuova ruota

e per il suo pellegrinaggio su di essa.


I sette signori sublimi e le sette verità

avevano cessato di essere e l'universo,

figlio della necessità, era immerso in paranishpanna,

pronto ad essere esalato da ciò che è,

eppure non è. Nulla era.


Le cause dell'esistenza erano state abolite:

il visibile che fu e l'invisibile che è,

riposavano nell'eterno non-essere, l'essere unico.


Solo l'una forma d'esistenza si estendeva illimitata,

infinita, incausata, nel sonno senza sogni e la vita pulsava

inconscia nello spazio universale, attraverso quella onni-presenza

che è percepita dall'occhio aperto del di Dangma.


Ma dov'era Dangma quando l'alaya

dell'universo era in paramartha,

e la gran ruota era anupadaka?


Tratto da H. P. Blavatsky “Le stanze di Dzyan” edizione Società Teosofica Italiana 1986.


Come si nota la stanza è scritta partendo sì dalla visione o riprendendo la visione, ma già nella descrizione vi sono le premesse per il suo sviluppo ulteriore che confluirà nella “Dottrina Segreta” che partendo dalle “Stanze di Dzyan” tenterà di descrivere l'universo e il presente in una follia di segreti e misteri che affascinerà la fantasia di milioni di persone.

Lo stesso discorso sull'origine della Comogonia lo ritroviamo in un processo contro un contadino medioevale delle campagne friulane, Domenico Scandella detto Menocchio.

Riprendo da “Il formaggio e i vermi” di Carlo Ginzburg. Dice Menocchio rispondendo al giudice inquisitore:


“Io ho detto che quanto al mio pensier e credere, tutto era un caos, cioè terra, aere, acqua et foco insieme; et quel volume andando così fece una massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel deventorno vermi , et quelli furno li angeli; et la santissima maestà volse che quel fosse Dio et li angeli;....”


La visione cosmogonica è comune.

La Stregoneria deve rispondere a questa domanda: data la visione cosmogonica e cosmologica, stabilite le condizioni soggettive della sua descrizione da parte del veggente, come questo si traduce nella realtà oggettiva nella quale viviamo?

Le risposte che si danno a questo quesito determinano volontà, intento, progetto del singolo veggente; del singolo Stregone!



A cura di:

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

Membro fondatore della Federazione Pagana

Piaz.le Parmesan, 8

30175 Marghera - Venezia

Tel. 041933185

E-MAIL: claudiosimeoni@libero.it


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