Terrorismo e incitamento al suicidio nel bellunese:
cause e complicità.
Un esempio per tutto il territorio nazionale

di Claudio Simeoni

Idee e riflessioni sulla società

 

Per capire le disfunzioni della società civile che in alcune situazioni possono portare ad allarme sociale, è necessario comprendere la mentalità sociale imposta dalla parrocchia. Dinamiche che spesso vengono definite infantili, ma che sono la riproposizione dei modelli sociali definiti nei vangeli e imposti dai cattolici in antitesi ai principi Costituzionali.

C'è un modello sociale che la chiesa cattolica impone ai bambini. Un modello comportamentale che inciderà per il resto della loro vita: Gesù, il superuomo, e Giuda, l'obiettivo esterno che il superuomo deve distruggere.

E' un modello che viene imposto ai bambini quando viene indicato il "discolo", il "biricchino", il bambino da "correggere" o da "punire".

Non si tratta di come avviene la punizione, si tratta del modello comportamentale. Un modello comportamentale sul quale veicolare e nel quale ricondurre tutti i comportamenti infantili. Quando il gruppo individua, attraverso il superuomo, la maestra, il bambino da "punire" o "discolo", questo viene separato dal gruppo ed usato dal gruppo come elemento di coesione del gruppo stesso.

Il gruppo forgia la propria coesione grazie all'esistenza di un soggetto che viene indicato come: "colui che deve essere perseguitato": il Giuda! Magari si tratta della bella ragazza che non si concede; magari si tratta del lavoratore che non accetta cose illegali; magari si tratta di una persona che non va in chiesa; magari è il Rom di turno; il diverso; o un portatore di endicap.

La persecuzione, che può avvenire con le parole, con atti di bullismo, con scherzi che ne offendono la struttura intima. Ha lo scopo di umiliarlo minandone la credibilità o menomando la sua azione sociale.

Questo modello prevede che l'individuo perseguitato non abbia diritto di replicare, non abbia credibilità e quando chiede giustizia o rispetto viene offeso e svileggiato.

Già Morgan, nell'organizzazione del lavoro, rilevava:

"Ad esempio, nei suoi studi dedicati ai comportamenti di gruppo, Wilfred Bion ha dimostrato che i gruppi spesso regrediscono a modelli di comportamento infantili allo scopo di proteggersi nei confronti di aspetti spiacevoli del mondo reale. Quando un gruppo si trova ad essere completamente impegnato nel perseguimento di un compito, le sue energie tendono ad essere impiegate ed orientate in modo da tenere il gruppo in contatto con una qualche realtà esterna."

La realtà esterna è il "Giuda" o il "diverso" da perseguitare per un qualunque obbiettivo, fisico o psichico, la cui conseguenza è la costruzione della coesione del gruppo a discapito del malcapitato che subisce le offese senza essere in grado di avere giustizia. Ogni tentativo di richiesta di giustizia incontra Istituzioni che lo ridicolizzano, sminuiscono la "gravità del fatto" subito. DI FATTO, INCITANDOLO AL SUICIDIO!

Dice ancora Morgan quando l'Istituzione dovesse mettere in crisi, con un suo intervento, le attività del gruppo:

"Quando, invece, sorgono dei problemi che mettono in crisi gli stessi processi del gruppo, il gruppo tende a distrarre sempre più energie dalle attività dedicate alla realizzazione dell'obbiettivo per usarle nel tentativo di difendersi nei confronti delle ansietà create dalla nuova situazione."

In sostanza, l'intervento Istituzionale crea ansia nel gruppo che perseguita o svileggia il suo "Giuda" di turno e costringe il gruppo a diminuire la pressione per difendersi dal controllo Istituzionale.

Appare evidente che se esiste un'attività del gruppo nei confronti del proprio "Giuda" di turno, esiste un'attività passiva, ma altrettanto distruttiva, nei confronti di quel "Giuda" di turno ad opera delle Istituzioni che VOGLIONO ignorare le persecuzioni cui quell'individuo è sottoposto.

Le Istituzioni dello Stato non sono IMPERSONALI.

Sono rappresentate da individui che hanno un nome e un cognome. Chi aggredisce il "Giuda" di turno, omettendo gli atti del proprio ufficio, non è l'Istituzione in sé. L'Istituzione per regola, per norma, per Costituzione, ha dei doveri, COMUNQUE, di intervento: chi non interviene sono gli individui che hanno un nome e un cognome e che determinano l'intervento o meno dell'Istituzione stessa.

Quegli individui, che hanno un nome e un cognome sono sottoposti ad una gerarchia che passando dai primi gradi superiori, continua per i nomi e i cognomi attuali degli individui del Governo che hanno ereditato delle modalità di comportamento dai nomi e cognomi di chi ha occupato quei posti prima di loro fino al Capo dello Stato che, sia pure in forma rappresentativa, per la norma Costituzionale, è il responsabile delle azioni e delle non-azioni di ogni singolo individuo che appartiene alle Istituzioni.

Il Capo dell'Esercito Italiano è il Capo di Stato, il Presidente! Nessuno imputerà mai al Presidente una sconfitta in guerra, comunque al presidente va imputata quella linea etica e morale che l'esercito deve seguire nella conduzione della guerra; e questo per ogni altra Istituzione.

La passività Istituzionale nei confronti della persecuzione del "Giuda" di turno non ne diminuisce le responsabilità o le colpe, semmai le aggrava rispetto a chi mette in atto delle azioni attive. L'aggravante alle Istituzioni, nel non intervenire, è data dal fatto che L'ISTITUZIONE NON PUO' NON SAPERE CHE COSA STAVA ACCADENDO E IL SIGNIFICATO DI QUANTO STAVA ACCADENDO.

"La legge non ammette l'ignoranza!" va farneticando il magistrato irresponsabile di turno al fine di perseguitare chi non si può difendere o al fine di aggravarne le pene. Solo che lo stesso magistrato ha OMESSO di perseguire il reato quando questo avveniva sotto i suoi occhi e con persone con le quali intratteneva, direttamente o indirettamente, dei rapporti personali: come pensate che sia avvenuta la devastazione del territorio di Marghera?

Qual è la risposta del "Giuda" di turno?

Va a casa, prende il coltello e ammazza delle persone.

Si mette d'accordo con qualcun altro e fonda le Brigate Rosse.

Oppure, subisce e si suicida:

Scrive il giornale Il Gazzettino di:
Domenica, 18 Febbraio 2007

Una comunità sconvolta dalla notizia dei quattro giovani indagati per l'istigazione al suicidio della 17enne trovata morta il 30 settembre

Isabella, in paese qualcuno sapeva

Da San Vito denunciate le azioni di quel gruppo di "bulli" che perseguitava ed esasperava la ragazza
Belluno
NOSTRA REDAZIONE

Ora c'è chi ricorda: «La deridevano, le avevano affibbiato un nomignolo cattivo». La gente racconta di battute, di frasi pesanti colte in giro al passaggio di Isabella. San Vito si chiude a riccio ma la tensione cova sotto un muro di silenzio. La notizia delle indagini sui quattro ragazzi che trascorsero insieme alla ragazza diciassettenne l'ultima sera della sua vita - e per i quali si ipotizza il reato di istigazione al suicidio - trapassa la Val Boite come un fulmine. E qualcuno accetta di parlare anche se con difficoltà. «In effetti qui cominciavamo ad essere esasperati da certi comportamenti» è la frase di un cittadino che chiede di restare anonimo. Anche se l'inchiesta sulla morte di Isabella si restringe a un gruppo di persone in paese si respira un clima da tutti contro tutti.«Ero sicuro che non sarebbe finito tutto lì» commenta il sindaco di San Vito di Cadore, Giampiero De Vido, la notizia delle indagini sul suicidio di Isabella Pescara, avvenuto lo scorso 30 settembre. «Sui ragazzi non dico niente - aggiunge Giampiero De Vido - mentre per l'indagine devo ammettere che ero certo che non sarebbe finita lì, che qualcosa di nuovo sarebbe emerso, anche se mi aspettavo che venisse fuori dai tabulati telefonici, chiarendo se Isabella aveva avuto contatti con qualcuno in particolare nelle sue ultime ore di vita. I carabinieri in effetti mi avevano assicurato che si sarebbero occupati a fondo della vicenda. Ora che sono stati messi dei punti fermi, qualcosa sono sicuro verrà fuori». Il sindaco non si spinge oltre. I ragazzi attualmente al centro dell'inchiesta hanno già avuto altri problemi con la giustizia. Le testimonianze raccolte dai carabinieri sentendo una quarantina di persone hanno confermato una serie di atteggiamenti e comportamenti che hanno portato ad ipotizzare un reato grave come l'istigazione al suicidio. A San Vito, paese di 1.700 abitanti dove il tasso dei suicidi è alto - così come in tutto il Bellunese (nel 2006 sono state 27 le persone che si sono tolte la vita e 18 quelle che hanno tentato di farlo) - è evidente il bisogno di intervenire a livello sociale. Intanto la notizia dell'indagine ha riaperto drammaticamente la ferita della morte di Isabella. In mesi e mesi di interrogatori la situazione ricostruita dai carabinieri ha permesso di ipotizzare il reato di istigazione al suicidio per i quattro giovani che erano con Isabella nell'ultima sera della sua vita. L'apertura di un fascicolo permetterà agli inquirenti di approfondire le indagini utilizzando intercettazioni telefoniche e consulenze tecniche con i mezzi della Procura. Il reato ipotizzato è comunque estremamente difficile da provare senza elementi concreti, lettere o sms. Non appare facile nemmeno dimostrare il collegamento fra il gesto di Isabella ed eventuali comportamenti che l'avrebbero spinta a commetterlo. Sarà la Procura, esaminati gli elementi in proprio possesso al termine delle indagini, a decidere se richiedere il processo o l'archiviazione del fascicolo.

Simona Pacini

L'articolo è tratto da Il Gazzettino del 18.02.2007.

I cronisti del TG3 regionale Veneto sono stati allontanati dal parroco quando sono andati a chiedere spiegazioni.

Consapevole della sua responsabilità?

Suicidarsi è spesso una risposta a atti e a gesti che spesso in fabbrica sono organizzati dai sindacati della CGIL e in particolare dalla Fiom al fine di permettere a qualcuno di controllare i lavoratori al di là delle mansioni lavorative.

Vengono etichettati come atti di bullismo, scherzi "magari pesanti" e spesso comportano decine di morti sui posti di lavoro che Istituzioni solerti fanno passare per "incidenti di lavoro". L'impossibilità di adattamento e sopportazione di questa attività persecutoria porta le persone al suicidio.

Le Istituzioni hanno messo in atto atti di terrorismo nei confronti dei cittadini ammazzando, solo nel Bellunese, 27 persone e in altri 18 casi non ci sono riuscite!

Non si è abituati, nella società civile imposta dal cattolicesimo, a pretendere che le persone facciano bene il loro lavoro. I nomi e cognomi che occupano il ruolo nelle istituzioni deridono chi denuncia il fatto, oppure, lo liquidano con un sorrisetto. Lui ha il potere, lui ha la pistola! Poi, sono pronte a mettersi sull'attenti quando un'altro nome e cognome che fa parte delle Istituzioni chiede loro la stessa cosa. Improvvisamente i fascicoli spariti riappaiono.

E' con questa tecnica che in Italia si ricorda l'ARMADIO DELLA VERGOGNA, quell'armadio in cui erano nascosti i fascicoli delle stragi naziste in Italia: questi BIFOLCHI cosa voglio, che processiamo il grande esercito di Hitler? Nascondere, nascondere, dicevano i De Gasperi, i Fanfani, gli Andreotti, i Moro, i Berlinguer, i Nenni, e tutti coloro che avevano quelle responsabilità Istituzionali.

E' il terrorismo delle Istituzioni che rompe il patto Costituzionale muovendo terrorismo nei confronti delle persone., della società civile.

Un terrorismo che ha i suoi modelli nelle parrocchie, negli oratori, foraggiati da soldi che vengono dati loro in violazione del patto Costituzionale al fine di alimentare il terrorismo nella società Italiana.

27 persone sono state ammazzate nel Bellunese per il comportamento degli organi Istituzionali: quante in tutta Italia?

E gli organi Istituzionali non vedono, mentre gli organi locali spargono disinformazione al solo fine di garantire l'impunità ai criminale che devastano la società civile.

Sono sintomatici gli articoli pubblicati dal giornale Il Gazzettino del 20 febbraio 2007 dove, da un lato si danno notizie sulla drammaticità della situazione sociale fra i giovani nel Bellunese e, nella stessa pagina, si offendono le persone che per disperazione si suicidano pubblicando le interpretazioni a dir poco dementi in un commento di Alessandra Graziottin.

Da un lato nell'articolo dal titolo "I compagni giustificano il ragazzo suicida: "Almeno lui ce l'ha fatta" a firma di Tiziano Graziotin, si afferma:

"«Lui ce l'ha fatta», è stato la considerazione-choc con cui più di qualche ragazzo ha reagito alle sollecitazioni dei docenti. E non si tratta purtroppo di riflessioni isolate o estreme, come si potrebbe illusoriamente pensare. «Da me è venuto un ragazzo - spiega un professore del Liceo scientifico cittadino - che mi ha fatto un discorso angosciante, parlandomi dello studente suicida come di un eroe. Ho tentato di farlo riflettere sull'assurdità di quelle parole, ma devo ammettere che ero così sconvolto da non riuscire nemmeno a ragionarci bene sopra. E' stato un pugno nello stomaco, e quando ho parlato con dei colleghi quasi per sfogarmi a mia volta e per confidare tutta la mia amarezza ho avuto la seconda sorpresa: mi è stato detto che analogo discorso è stato fatto da altri ragazzi, anche in classe». E - conoscendo le dinamiche degli adolescenti - è legittimo pensare che se gli studenti trovano il coraggio per "buttare fuori il rospo" parlandone con i prof, vuol dire che all'interno del gruppo di amici sull'argomento si è già parlato parecchio"

E ancora:

"Una conferma che queste riflessioni-choc rischiano di essere considerazione diffusa tra gli under 18 arriva da un altro istituto cittadino, le magistrali "Renier", dove mercoledì scorso in ogni aula si è osservato un minuto di silenzio in ricordo del 16enne scomparso. Nei dibattiti in classe sulla questione - promossi su espressa richiesta agli insegnanti del dirigente scolastico Aldo Tonet - più di qualche ragazzo se n'è uscito con la drammatica considerazione: «Lui ha avuto "palle", lui ha trovato la forza per farlo». «In effetti è così - commenta Tonet - durante un confronto in classe un'alunna ha gelato l'insegnante dicendo che ci aveva pensato anche lei e che ammirava il ragazzo suicidatosi proprio per il suo coraggio."

Un tentativo di disarticolare e distruggere la società civile messa in atto dai cattolici al fine di assicurarsi il dominio sui ragazzi. Un dominio a cui i ragazzi rispondono con il suicidio dal momento che non vengono forniti loro strumenti per opporsi.

Un dominio che la chiesa cattolica, con l'aiuto de Il Gazzettino, sta tentando di riaffermare nel più feroce atto di terrorismo che si sia visto nella regione Veneto.

Da un lato si mobilitano le organizzazioni terroristiche cattoliche le quali devono sottomettere i ragazzi e le loro aspettative alla volontà di un dio assassino di cui loro sono espressione.

Questi criminali, anziché fornire ai ragazzi gli strumenti attraverso i quali affrontare in maniera coerente la loro vita e le contraddizioni che la società riserva loro, vogliono, come hanno sempre fatto, addomesticarli come bestiame e costringerli in ginocchio davanti ad un pazzo crocifisso. Come se questa azione non fosse l'azione che genera suicidi a raffica!

Ed eccoli, i criminali, agire per distruggere la società civile.

Dallo stesso articolo si legge:

"L'appello dei due ragazzi che - anche a nome di tanti amici - sul Gazzettino di domenica hanno firmato una sorta di "manifesto" per affrontare il tema del disagio, non è caduto nel vuoto. Al giornale stanno arrivando lettere e messaggi con riflessioni, commenti, proposte: c'è soprattutto la volontà di abbattere la cortina di silenzio che ha circondato finora troppe vicende come quella del sedicenne liceale di Belluno. Un insegnante di religione, Carlo Argenti, del Liceo "Dal Piaz" di Feltre ci ha fatto sapere che discuterà di questi temi in classe: «Mi sembra che un modo per aderire all'appello dei ragazzi sia anche quello di parlarne a scuola»."

E a consolare i lettori della mattanza che sta mettendo in atto contro ragazzi indifesi ecco Alessandra Graziottin farneticare come una demente nelle stesse pagine de il Gazzettino:

"«Ha avuto coraggio, a uccidersi». «è stato grande». Queste parole, espresse da coetanei di ragazzi suicidi, ci fanno riflettere. Contengono ammirazione, quasi un'idealizzazione, come se uccidersi fosse un gesto eroico."

Ciò che questo individuo non è in grado di vedere nella follia del suo dio padrone è che EFFETTIVAMENTE LA SCELTA DEL SUICIDIO E' UN ATTO EROICO!

I ragazzi, in questo modo, dicono al dio padrone dei cristiani: "Hai distrutto la mia vita, ma non ti permetto di usare quella distruzione per far del male ad altre persone!" "Lo stupro del crocifisso mi ha impedito di essere attrezzato per affrontare la mia vita, ma io mi sottraggo, mi uccido, e tu non ne trarrai vantaggio!".

E' un comportamento eroico di specie. Lo stesso imput fu messo in atto dagli Amerindi quando i cristiani vollero trasformarli in schiavi: si lasciavano morire! E per aver schiavi i cristiani dovettero importare bestiame umano dall'Africa!

Questa criminale che si firma Graziottin afferma:

"Ci dicono, queste frasi di ammirazione, che manca un senso reale della morte: come se uccidersi fosse una delle tante opzioni possibili, anzi una "soluzione" rapida, che ti toglie, e per sempre, ogni pensiero. E' una tragica banalizzazione della morte, come se lanciarsi da un ponte, o spararsi, fosse un gesto replicabile, come in una fiction, in un videogioco o in un cartoon. Ci dicono, allo stesso tempo, che manca un senso spirituale e insieme avvincente della vita, come esperienza difficile, sì, specie negli anni confusi dell'adolescenza, ma anche esaltante."

A lei piace ammazzare le persone al punto tale che non scorge la profonda spiritualità che c'è nel gesto di suicidio che lei, e quelli come lei, hanno indotto costruendo la disperazione della vita fra i ragazzi. La morte è l'unica felicità che resta a questi ragazzi date le azioni di addomesticamento messe in atto dall'organizzazione criminale cattolica. Ci sono altre risposte oltre al suicidio. Imbottirsi di eroina; ammazzare tutti. Ma l'eroina di massa o il genocidio non appartiene alla cultura del Bellunese: preferiscono veicolare la loro disperazione nel suicidio! Da qui l'ammirazione di questi ragazzi per chi ce l'ha fatto: lui è giunto alla felicità; noi non abbiamo gli strumenti per trasformare il dolore della vita in PIACERE DI VIVERE!

Afferma la Graziottin:

"Manca la fiducia in un domani che non vale la pena di vivere: uccidersi è allora "sventare il futuro", eliminando per sempre una minaccia di infelicità che sembra più tenebrosa della morte. Per i ragazzi cui il futuro non sorride, la scuola è un parcheggio che non prepara alla vita; la casa un albergo in cui ognuno si fa i fatti suoi; il gruppo di amici è un insieme di solitudini che non consolano il dolore di vivere più profondo."

Si dimentica solo di aver spacciato fede come se fosse una dose di eroina. Nel spacciare fede ha privato i ragazzi degli strumenti con i quali affrontare il futuro. Sono stati trasformati in bestiame da allevamento, costretti in ginocchio davanti ad un crocifisso e angosciati per affrontare un futuro di CUI NON HANNO GLI STRUMENTI SUFFICIENTI PER FARLO!

Ai cattolici serve bestiame da allevamento; alla società civile servono uomini consapevoli!

Le contraddizioni emergono ed esplodono. Il suicidio è uno dei modi attraverso i quali si esprimono le contraddizioni.

E quali sono le conclusioni della Graziottin?

Allevare meglio il bestiame. Essere attenti che il bestiame si comporti correttamente. Agire per cogliere ogni segnale manifestato dal bestiame.

Dice:

"Se un figlio, un allievo, un amico, mostra quest'ammirazione per l'amico suicida, che cosa posso fare? Ascoltare, soprattutto con il cuore, per sentire bene quali buchi neri lo/la attraggano come sirene su un pensiero suicida. Osservare come stia davvero il ragazzo, o la ragazza che mi sta a cuore: come va a scuola, se studi volentieri o no, quanto dorma, se abbia orari regolari o una vita disordinata, se beva o possa far uso di droghe, che amici frequenti, se in casa parli volentieri o sia sempre silenzioso, o chiuso, o aggressivo e irritabile. Se abbia un amico o un'amica veri, se parli con entusiasmo o no di che cosa farà da grande, se pratichi uno sport o un hobby che lo entusiasmi. Se si proietti verso il futuro o no. O se sia disperato, nel senso profondo di aver perso ogni speranza in un futuro migliore. Quasi di regola questi adolescenti a rischio si vivono come falliti: il loro orizzonte di vita si è già ristretto molto prima dell'ultimo gesto. Sta a noi capirlo, prima dell'ultimo passo."

Devi essere attento al bestiame.

Ascoltarlo; spiarlo; osservarlo. Se dorme, se mangia, se sta bene con l'altro bestiame ecc.

L'unica cosa che non sa fare è indicare un comportamento diverso dalla categoria "bestiame".

Osservate, chiudete i ragazzi in una gabbia, trasformatevi in 007, otterrete solo "bestiame" che agogna a mettere fine al proprio stato.

Anziché stuprare ragazzi costringendoli in ginocchio davanti al macellaio di Sodoma e Gomorra e a un povero deficiente sulla croce, fornite loro gli strumenti per affrontare la vita. Fate piazza pulita dell'indecente morale e moralismo cattolico. Portate i vostri figli a vedere e vivere i vostri errori, le vostre mancanze, i vostri sforzi con cui affrontate la vita. Calateli nei problemi della VOSTRA esistenza e non separate i ragazzi dalla vita. Non rinchiudeteli negli oratori dove un prete pedofilo li violenta sia nel corpo che nella psiche. Alimentate le loro tensioni, fate in modo che non siano distruttive, ma incitateli a manifestarle e ad esprimersi.

E quando decidono di salire le montagne, vere o simboliche della vita, non pregate di speranza, ma mettete nel loro zaino chiodi e piccozze, reali o simboliche che siano. E provvedete a trasmettere loro l'esperienza delle sconfitte che avete avuto nella vostra vita. L'esperienza delle vostre aspirazioni deluse. L'esperienza dei vostri fallimenti. E non atteggiatevi a tanti dei padroni, adulti onnipotenti: fate loro vedere il fallito, la "schiappa" dentro di voi. Solo così potrete dare ai vostri figli il coraggio per fare meglio nella loro vita e raccogliere il PIACERE dalle piccole e grandi cose che incontreranno. Spiegate loro quante volte siete scivolati nel tentativo di scalare una montagna di VOSTRE SPERANZE. E raccontate loro perché siete scivolati.

E quando qualcuno tenta di mobizzare vostro figlio, di ridicolizzarlo, di offenderlo: insegnategli a tirare di destro. Perché la vita non vi regala nulla e i cattolici sono sempre pronti a trasformare i vostri figli in bestiame da allevamento con l'uso di complici che deturpano le Istituzioni, insegnanti di religione, Il Gazzettino e personaggi come Graziottin.

E quando i vostri figli si gettano da un ponte, guardate voi stessi. ogni volta che vi siete ritirati dalla vita, dalle competizioni, dagli affanni avete accumulato disperazione sulle spalle di vostro figlio. Ad ogni accadimento al quale siete stati indifferenti avete ucciso un pezzo di vostro figlio.

Hanno ragione quei ragazzi, come ha ragione Isabella: NELLE CONDIZIONI ATROCI DELLE CONDIZIONI IN CUI LI AVETE COSTRETTI A VIVERE, LORO, SUICIDANDOSI, SI SONO COMPORTATI DA EROI!

Sono gli adulti, Il Gazzettino, le Istituzioni, i cattolici allevatori di bestiame che sono infami! Incapaci di affrontare la loro esistenza senza far del male alle persone e alla società civile vogliono ridurre tutti alla loro dimensione e i ragazzi, come possono, si ribellano.

Chi avrebbe dovuto fornire loro strumenti adeguati per affrontare la loro vita non solo è scappato come un topo di fogna dalle sue responsabilità, ma ha danneggiato, sfruttando il suo potere sociale, chi avrebbe potuto fornire mezzi e strumenti a quei ragazzi.

Nel Bellunese ci sono stati 27 suicidi, UN GENOCIDIO!

E le Istituzioni non solo stanno a guardare, ma aiutano i cattolici a continuare nella loro attività assassina!

Marghera, 21 febbraio 2007

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La lotta del cristianesimo contro le antiche religioni non è una lotta di idee, ma un insieme di crimini che oggi classificheremmo come terroristici e mafiosi. Tutt'oggi tali crimini continano nonostnte le leggi democratiche. Leggi che vengono disattese da cattolici che occupano ruoli Istituzionali.

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