TERRORISMO E INCITAMENTO AL SUICIDIO
NEL BELLUNESE: CAUSE E COMPLICITA'
di Claudio Simeoni
Per
capire le disfunzioni della società civile che in alcune situazioni possono
portare ad allarme sociale, è necessario comprendere la mentalità sociale
imposta dalla parrocchia. Dinamiche che spesso vengono definite infantili, ma
che sono la riproposizione dei modelli sociali
definiti nei vangeli e imposti dai cattolici in antitesi ai principi
Costituzionali.
C’è
un modello sociale che la chiesa cattolica impone ai bambini. Un modello
comportamentale che inciderà per il resto della loro vita: Gesù,
il superuomo, e Giuda, l’obiettivo esterno che il superuomo deve distruggere.
E’ un
modello che viene imposto ai bambini quando viene indicato il “discolo”, il “biricchino”, il bambino da “correggere” o da “punire”.
Non
si tratta di come avviene la punizione, si tratta del modello comportamentale.
Un modello comportamentale sul quale veicolare e nel quale ricondurre tutti i
comportamenti infantili. Quando il gruppo individua, attraverso il superuomo,
la maestra, il bambino da “punire” o “discolo”, questo viene separato dal
gruppo ed usato dal gruppo come elemento di coesione del gruppo stesso.
Il
gruppo forgia la propria coesione grazie all’esistenza di un soggetto che viene
indicato come: “colui che deve essere perseguitato”: il Giuda! Magari si tratta
della bella ragazza che non si concede; magari si tratta del lavoratore che non
accetta cose illegali; magari si tratta di una persona che non va in chiesa;
magari è il Rom di turno; il diverso; o un portatore di endicap.
La
persecuzione, che può avvenire con le parole, con atti di bullismo,
con scherzi che ne offendono la struttura intima. Ha lo scopo di umiliarlo
minandone la credibilità o menomando la sua azione sociale.
Questo
modello prevede che l’individuo perseguitato non abbia diritto di replicare,
non abbia credibilità e quando chiede giustizia o rispetto viene offeso e svileggiato.
Già Morgan, nell’organizzazione del lavoro, rilevava:
“Ad esempio,
nei suoi studi dedicati ai comportamenti di gruppo, Wilfred
Bion ha dimostrato che i gruppi spesso regrediscono a
modelli di comportamento infantili allo scopo di proteggersi nei confronti di
aspetti spiacevoli del mondo reale. Quando un gruppo si trova ad essere
completamente impegnato nel perseguimento di un compito, le sue energie tendono
ad essere impiegate ed orientate in modo da tenere il gruppo in contatto con
una qualche realtà esterna.”
La
realtà esterna è il “Giuda” o il “diverso” da perseguitare per un qualunque
obbiettivo, fisico o psichico, la cui conseguenza è la costruzione della
coesione del gruppo a discapito del malcapitato che subisce le offese senza
essere in grado di avere giustizia. Ogni tentativo di richiesta di giustizia
incontra Istituzioni che lo ridicolizzano, sminuiscono la “gravità del fatto”
subito. DI FATTO, INCITANDOLO AL SUICIDIO!
Dice
ancora Morgan quando l’Istituzione dovesse mettere in
crisi, con un suo intervento, le attività del gruppo:
“Quando,
invece, sorgono dei problemi che mettono in crisi gli stessi processi del
gruppo, il gruppo tende a distrarre sempre più energie dalle attività dedicate
alla realizzazione dell’obbiettivo per usarle nel tentativo di difendersi nei
confronti delle ansietà create dalla nuova situazione.”
In
sostanza, l’intervento Istituzionale crea ansia nel gruppo che perseguita o svileggia il suo “Giuda” di turno e costringe il gruppo a
diminuire la pressione per difendersi dal controllo Istituzionale.
Appare
evidente che se esiste un’attività del gruppo nei confronti del proprio “Giuda”
di turno, esiste un’attività passiva, ma altrettanto distruttiva, nei confronti
di quel “Giuda” di turno ad opera delle Istituzioni che VOGLIONO ignorare le
persecuzioni cui quell’individuo è sottoposto.
Le
Istituzioni dello Stato non sono IMPERSONALI.
Sono
rappresentate da individui che hanno un nome e un cognome. Chi aggredisce il
“Giuda” di turno, omettendo gli atti del proprio ufficio, non è l’Istituzione
in sé. L’Istituzione per regola, per norma, per Costituzione, ha dei doveri,
COMUNQUE, di intervento: chi non interviene sono gli individui che hanno un
nome e un cognome e che determinano l’intervento o meno dell’Istituzione
stessa.
Quegli
individui, che hanno un nome e un cognome sono sottoposti ad una gerarchia che
passando dai primi gradi superiori, continua per i nomi e i cognomi attuali
degli individui del Governo che hanno ereditato delle modalità di comportamento
dai nomi e cognomi di chi ha occupato quei posti prima di loro fino al Capo
dello Stato che, sia pure in forma rappresentativa, per la norma
Costituzionale, è il responsabile delle azioni e delle non-azioni di ogni
singolo individuo che appartiene alle Istituzioni.
Il
Capo dell’Esercito Italiano è il Capo di Stato, il Presidente! Nessuno imputerà
mai al Presidente una sconfitta in guerra, comunque al presidente va imputata
quella linea etica e morale che l’esercito deve seguire nella conduzione della
guerra; e questo per ogni altra Istituzione.
La
passività Istituzionale nei confronti della persecuzione del “Giuda” di turno
non ne diminuisce le responsabilità o le colpe, semmai le aggrava rispetto a
chi mette in atto delle azioni attive. L’aggravante alle Istituzioni, nel non
intervenire, è data dal fatto che L’ISTITUZIONE NON PUO’
NON SAPERE CHE COSA STAVA ACCADENDO E IL SIGNIFICATO DI QUANTO STAVA ACCADENDO.
“La
legge non ammette l’ignoranza!” va farneticando il magistrato irresponsabile di
turno al fine di perseguitare chi non si può difendere o al fine di aggravarne
le pene. Solo che lo stesso magistrato ha OMESSO di perseguire il reato quando
questo avveniva sotto i suoi occhi e con persone con le quali intratteneva,
direttamente o indirettamente, dei rapporti personali: come pensate che sia
avvenuta la devastazione del territorio di Marghera?
Qual
è la risposta del “Giuda” di turno?
Va a
casa, prende il coltello e ammazza delle persone.
Si
mette d’accordo con qualcun altro e fonda le Brigate Rosse.
Oppure,
subisce e si suicida:
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Scrive il giornale Il
Gazzettino di:
Domenica, 18 Febbraio 2007
Una comunità sconvolta dalla
notizia dei quattro giovani indagati per l’istigazione al suicidio della 17enne
trovata morta il 30 settembre
Isabella, in paese qualcuno sapeva
Da San Vito denunciate le azioni di quel gruppo di
"bulli" che perseguitava ed esasperava la ragazza
Belluno
NOSTRA REDAZIONE
Ora c'è chi ricorda: «La deridevano, le avevano affibbiato un nomignolo
cattivo». La gente racconta di battute, di frasi pesanti colte in giro al
passaggio di Isabella.
San Vito si chiude a riccio ma la tensione cova sotto un muro di
silenzio. La notizia delle indagini sui quattro ragazzi che trascorsero insieme
alla ragazza diciassettenne l'ultima sera della sua vita - e per i quali si
ipotizza il reato di istigazione al suicidio - trapassa la Val Boite come un
fulmine. E qualcuno accetta di parlare anche se con difficoltà. «In effetti qui
cominciavamo ad essere esasperati da certi comportamenti» è la frase di un
cittadino che chiede di restare anonimo. Anche se l'inchiesta sulla morte di
Isabella si restringe a un gruppo di persone in paese si respira un clima da
tutti contro tutti.«Ero sicuro che non sarebbe finito tutto lì» commenta il
sindaco di San Vito di Cadore, Giampiero De Vido, la notizia delle indagini sul
suicidio di Isabella Pescara, avvenuto lo scorso 30 settembre. «Sui ragazzi non
dico niente - aggiunge Giampiero De Vido - mentre per l'indagine devo ammettere
che ero certo che non sarebbe finita lì, che qualcosa di nuovo sarebbe emerso,
anche se mi aspettavo che venisse fuori dai tabulati telefonici, chiarendo se
Isabella aveva avuto contatti con qualcuno in particolare nelle sue ultime ore
di vita. I carabinieri in effetti mi avevano assicurato che si sarebbero
occupati a fondo della vicenda. Ora che sono stati messi dei punti fermi,
qualcosa sono sicuro verrà fuori».
Il sindaco non si spinge oltre. I ragazzi attualmente al centro
dell'inchiesta hanno già avuto altri problemi con la giustizia. Le
testimonianze raccolte dai carabinieri sentendo una quarantina di persone hanno
confermato una serie di atteggiamenti e comportamenti che hanno portato ad
ipotizzare un reato grave come l'istigazione al suicidio.
A San Vito, paese di 1.700 abitanti dove il tasso dei suicidi è alto -
così come in tutto il Bellunese (nel 2006 sono state
27 le persone che si sono tolte la vita e 18 quelle che hanno tentato di farlo)
- è evidente il bisogno di intervenire a livello sociale. Intanto la notizia
dell'indagine ha riaperto drammaticamente la ferita della morte di Isabella. In
mesi e mesi di interrogatori la situazione ricostruita dai carabinieri ha
permesso di ipotizzare il reato di istigazione al suicidio per i quattro
giovani che erano con Isabella nell'ultima sera della sua vita. L'apertura di
un fascicolo permetterà agli inquirenti di approfondire le indagini utilizzando
intercettazioni telefoniche e consulenze tecniche con i mezzi della Procura. Il
reato ipotizzato è comunque estremamente difficile da provare senza elementi
concreti, lettere o sms.
Non appare facile nemmeno dimostrare il collegamento fra il gesto di
Isabella ed eventuali comportamenti che l'avrebbero spinta a commetterlo. Sarà
la Procura, esaminati gli elementi in proprio possesso al termine delle
indagini, a decidere se richiedere il processo o l'archiviazione del fascicolo.
Simona Pacini
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L’articolo
è tratto da Il Gazzettino del 18.02.2007.
I
cronisti del TG3 regionale Veneto sono stati allontanati dal parroco quando
sono andati a chiedere spiegazioni.
Consapevole
della sua responsabilità?
Suicidarsi
è spesso una risposta a atti e a gesti che spesso in fabbrica sono organizzati
dai sindacati della CGIL e in particolare dalla Fiom
al fine di permettere a qualcuno di controllare i lavoratori al di là delle
mansioni lavorative.
Vengono
etichettati come atti di bullismo, scherzi “magari
pesanti” e spesso comportano decine di morti sui posti di lavoro che
Istituzioni solerti fanno passare per “incidenti di lavoro”. L’impossibilità di
adattamento e sopportazione di questa attività persecutoria porta le persone al
suicidio.
Le
Istituzioni hanno messo in atto atti di terrorismo nei confronti dei cittadini
ammazzando, solo nel Bellunese, 27 persone e in altri
18 casi non ci sono riuscite!
Non
si è abituati, nella società civile imposta dal cattolicesimo, a pretendere che
le persone facciano bene il loro lavoro. I nomi e cognomi che occupano il ruolo
nelle istituzioni deridono chi denuncia il fatto, oppure, lo liquidano con un sorrisetto. Lui ha il potere, lui ha la pistola! Poi, sono
pronte a mettersi sull’attenti quando un’altro nome e cognome che fa parte
delle Istituzioni chiede loro la stessa cosa. Improvvisamente i fascicoli
spariti riappaiono.
E’
con questa tecnica che in Italia si ricorda l’ARMADIO DELLA VERGOGNA, quell’armadio in cui erano nascosti i fascicoli delle
stragi naziste in Italia: questi BIFOLCHI cosa voglio, che processiamo il
grande esercito di Hitler? Nascondere, nascondere,
dicevano i De Gasperi, i Fanfani,
gli Andreotti, i Moro, i Berlinguer,
i Nenni, e tutti coloro che avevano quelle
responsabilità Istituzionali.
E’ il
terrorismo delle Istituzioni che rompe il patto Costituzionale muovendo
terrorismo nei confronti delle persone., della società civile.
Un
terrorismo che ha i suoi modelli nelle parrocchie, negli oratori, foraggiati da
soldi che vengono dati loro in violazione del patto Costituzionale al fine di
alimentare il terrorismo nella società Italiana.
27
persone sono state ammazzate nel Bellunese per il
comportamento degli organi Istituzionali: quante in tutta Italia?
E gli
organi Istituzionali non vedono, mentre gli organi locali spargono
disinformazione al solo fine di garantire l’impunità ai criminale che devastano
la società civile.
Sono
sintomatici gli articoli pubblicati dal giornale Il Gazzettino del 20 febbraio
2007 dove, da un lato si danno notizie sulla drammaticità della situazione sociale
fra i giovani nel Bellunese e, nella stessa pagina,
si offendono le persone che per disperazione si suicidano pubblicando le
interpretazioni a dir poco dementi in un commento di Alessandra Graziottin.
Da un
lato nell’articolo dal titolo “I compagni giustificano il ragazzo suicida: “Almeno
lui ce l’ha fatta” a firma di Tiziano Graziotin, si
afferma:
“«Lui ce l'ha fatta», è stato
la considerazione-choc con cui più di qualche ragazzo ha reagito alle
sollecitazioni dei docenti. E non si tratta purtroppo di riflessioni isolate o
estreme, come si potrebbe illusoriamente pensare. «Da
me è venuto un ragazzo - spiega un professore del Liceo scientifico cittadino -
che mi ha fatto un discorso angosciante, parlandomi dello studente suicida come
di un eroe. Ho tentato di farlo riflettere sull'assurdità di quelle parole, ma
devo ammettere che ero così sconvolto da non riuscire nemmeno a ragionarci bene
sopra. E' stato un pugno nello stomaco, e quando ho parlato con dei colleghi
quasi per sfogarmi a mia volta e per confidare tutta la mia amarezza ho avuto
la seconda sorpresa: mi è stato detto che analogo discorso è stato fatto da
altri ragazzi, anche in classe». E - conoscendo le dinamiche degli adolescenti
- è legittimo pensare che se gli studenti trovano il coraggio per "buttare
fuori il rospo" parlandone con i prof, vuol dire che all'interno del
gruppo di amici sull'argomento si è già parlato parecchio”
E
ancora:
“Una conferma che queste
riflessioni-choc rischiano di essere considerazione diffusa tra gli under 18
arriva da un altro istituto cittadino, le magistrali "Renier",
dove mercoledì scorso in ogni aula si è osservato un minuto di silenzio in
ricordo del 16enne scomparso. Nei dibattiti in classe sulla questione -
promossi su espressa richiesta agli insegnanti del dirigente scolastico Aldo Tonet - più di qualche ragazzo se n'è uscito con la
drammatica considerazione: «Lui ha avuto "palle", lui ha trovato la
forza per farlo». «In effetti è così - commenta Tonet
- durante un confronto in classe un'alunna ha gelato l'insegnante dicendo che
ci aveva pensato anche lei e che ammirava il ragazzo suicidatosi proprio per il
suo coraggio.”
Un
tentativo di disarticolare e distruggere la società civile messa in atto dai
cattolici al fine di assicurarsi il dominio sui ragazzi. Un dominio a cui i
ragazzi rispondono con il suicidio dal momento che non vengono forniti loro
strumenti per opporsi.
Un
dominio che la chiesa cattolica, con l’aiuto de Il Gazzettino, sta tentando di
riaffermare nel più feroce atto di terrorismo che si sia visto nella regione
Veneto.
Da un
lato si mobilitano le organizzazioni terroristiche cattoliche le quali devono
sottomettere i ragazzi e le loro aspettative alla volontà di un dio assassino
di cui loro sono espressione.
Questi
criminali, anziché fornire ai ragazzi gli strumenti attraverso i quali
affrontare in maniera coerente la loro vita e le contraddizioni che la società
riserva loro, vogliono, come hanno sempre fatto, addomesticarli come bestiame e
costringerli in ginocchio davanti ad un pazzo crocifisso. Come se questa azione
non fosse l’azione che genera suicidi a raffica!
Ed eccoli, i criminali, agire per distruggere la società
civile.
Dallo
stesso articolo si legge:
“L'appello dei due ragazzi che - anche a nome di tanti amici - sul
Gazzettino di domenica hanno firmato una sorta di "manifesto" per
affrontare il tema del disagio, non è caduto nel vuoto. Al giornale stanno
arrivando lettere e messaggi con riflessioni, commenti, proposte: c'è
soprattutto la volontà di abbattere la cortina di silenzio che ha circondato
finora troppe vicende come quella del sedicenne liceale di Belluno. Un insegnante
di religione, Carlo Argenti, del Liceo "Dal Piaz"
di Feltre ci ha fatto sapere che discuterà di questi
temi in classe: «Mi sembra che un modo per aderire all'appello dei ragazzi sia
anche quello di parlarne a scuola».”
E a consolare i lettori della
mattanza che sta mettendo in atto contro ragazzi indifesi ecco Alessandra Graziottin farneticare come una demente nelle stesse pagine
de il Gazzettino:
“«Ha avuto coraggio, a uccidersi». «È
stato grande». Queste parole, espresse da coetanei di ragazzi suicidi, ci fanno
riflettere. Contengono ammirazione, quasi un'idealizzazione, come se uccidersi
fosse un gesto eroico.”
Ciò che questo individuo non è in
grado di vedere nella follia del suo dio padrone è che EFFETTIVAMENTE LA SCELTA
DEL SUICIDIO E’ UN ATTO EROICO!
I ragazzi, in questo modo, dicono al
dio padrone dei cristiani: “Hai distrutto la mia vita, ma non ti permetto di
usare quella distruzione per far del male ad altre persone!” “Lo stupro del
crocifisso mi ha impedito di essere attrezzato per affrontare la mia vita, ma
io mi sottraggo, mi uccido, e tu non ne trarrai vantaggio!”.
E’ un comportamento eroico di specie.
Lo stesso imput fu messo in atto dagli Amerindi quando i cristiani vollero trasformarli in
schiavi: si lasciavano morire! E per aver schiavi i cristiani dovettero
importare bestiame umano dall’Africa!
Questa demente che si firma Graziottin afferma:
“Ci dicono, queste frasi di ammirazione, che manca un senso reale della
morte: come se uccidersi fosse una delle tante opzioni possibili, anzi una
"soluzione" rapida, che ti toglie, e per sempre, ogni pensiero. E'
una tragica banalizzazione della morte, come se lanciarsi da un ponte, o
spararsi, fosse un gesto replicabile, come in una fiction, in un videogioco o
in un cartoon. Ci dicono, allo stesso tempo, che manca un senso spirituale e
insieme avvincente della vita, come esperienza difficile, sì, specie negli anni
confusi dell'adolescenza, ma anche esaltante.”
A lei piace ammazzare le persone al
punto tale che non scorge la profonda spiritualità che c’è nel gesto di
suicidio che lei, e quelli come lei, hanno indotto costruendo la disperazione
della vita fra i ragazzi. La morte è l’unica felicità che resta a questi
ragazzi date le azioni di addomesticamento messe in
atto dall’organizzazione criminale cattolica. Ci sono altre risposte oltre al
suicidio. Imbottirsi di eroina; ammazzare tutti. Ma l’eroina di massa o il
genocidio non appartiene alla cultura del Bellunese:
preferiscono veicolare la loro disperazione nel suicidio! Da qui l’ammirazione
di questi ragazzi per chi ce l’ha fatto: lui è giunto alla felicità; noi non
abbiamo gli strumenti per trasformare il dolore della vita in PIACERE DI
VIVERE!
Afferma la Graziottin:
“Manca la fiducia in un domani che non vale la pena di vivere:
uccidersi è allora "sventare il futuro", eliminando per sempre una
minaccia di infelicità che sembra più tenebrosa della morte. Per i ragazzi cui
il futuro non sorride, la scuola è un parcheggio che non prepara alla vita; la
casa un albergo in cui ognuno si fa i fatti suoi; il gruppo di amici è un
insieme di solitudini che non consolano il dolore di vivere più profondo.”
Si dimentica solo di aver spacciato fede
come se fosse una dose di eroina. Nel spacciare fede ha privato i ragazzi degli
strumenti con i quali affrontare il futuro. Sono stati trasformati in bestiame
da allevamento, costretti in ginocchio davanti ad un crocifisso e angosciati
per affrontare un futuro di CUI NON HANNO GLI STRUMENTI SUFFICIENTI PER FARLO!
Ai cattolici serve bestiame da
allevamento; alla società civile servono uomini consapevoli!
Le contraddizioni emergono ed
esplodono. Il suicidio è uno dei modi attraverso i quali si esprimono le
contraddizioni.
E quali sono le conclusioni della Graziottin?
Allevare meglio il bestiame. Essere
attenti che il bestiame si comporti correttamente. Agire per cogliere ogni
segnale manifestato dal bestiame.
Dice:
“Se un figlio, un allievo, un amico, mostra quest'ammirazione
per l'amico suicida, che cosa posso fare? Ascoltare, soprattutto con il cuore,
per sentire bene quali buchi neri lo/la attraggano come sirene su un pensiero
suicida. Osservare come stia davvero il ragazzo, o la ragazza che mi sta a
cuore: come va a scuola, se studi volentieri o no, quanto dorma, se abbia orari
regolari o una vita disordinata, se beva o possa far uso di droghe, che amici
frequenti, se in casa parli volentieri o sia sempre silenzioso, o chiuso, o
aggressivo e irritabile. Se abbia un amico o un'amica veri, se parli con
entusiasmo o no di che cosa farà da grande, se pratichi uno sport o un hobby
che lo entusiasmi. Se si proietti verso il futuro o no.
O se sia disperato, nel senso profondo di aver perso ogni speranza in un futuro
migliore. Quasi di regola questi adolescenti a rischio si vivono come falliti:
il loro orizzonte di vita si è già ristretto molto prima dell'ultimo gesto. Sta
a noi capirlo, prima dell'ultimo passo.”
Devi essere attento al bestiame.
Ascoltarlo; spiarlo; osservarlo. Se
dorme, se mangia, se sta bene con l’altro bestiame ecc.
L’unica cosa che non sa fare è
indicare un comportamento diverso dalla categoria “bestiame”.
Osservate, chiudete i ragazzi in una
gabbia, trasformatevi in 007, otterrete solo “bestiame” che agogna a mettere
fine al proprio stato.
Anziché stuprare ragazzi
costringendoli in ginocchio davanti al macellaio di Sodoma
e Gomorra e a un povero deficiente sulla croce,
fornite loro gli strumenti per affrontare la vita. Fate piazza pulita dell’indecente
morale e moralismo cattolico. Portate i vostri figli a vedere e vivere i vostri
errori, le vostre mancanze, i vostri sforzi con cui affrontate la vita. Calateli
nei problemi della VOSTRA esistenza e non separate i ragazzi dalla vita. Non
rinchiudeteli negli oratori dove un prete pedofilo li violenta sia nel corpo
che nella psiche. Alimentate le loro tensioni, fate in modo che non siano
distruttive, ma incitateli a manifestarle e ad esprimersi.
E quando decidono di salire le
montagne, vere o simboliche della vita, non pregate di speranza, ma mettete nel
loro zaino chiodi e piccozze, reali o simboliche che siano. E provvedete a
trasmettere loro l’esperienza delle sconfitte che avete avuto nella vostra
vita. L’esperienza delle vostre aspirazioni deluse. L’esperienza dei vostri
fallimenti. E non atteggiatevi a tanti dei padroni, adulti onnipotenti: fate
loro vedere il fallito, la “schiappa” dentro di voi. Solo così potrete dare ai
vostri figli il coraggio per fare meglio nella loro vita e raccogliere il
PIACERE dalle piccole e grandi cose che incontreranno. Spiegate loro quante
volte siete scivolati nel tentativo di scalare una montagna di VOSTRE SPERANZE.
E raccontate loro perché siete scivolati.
E quando qualcuno tenta di mobizzare vostro figlio, di ridicolizzarlo, di offenderlo:
insegnategli a tirare di destro. Perché la vita non vi regala nulla e i
cattolici sono sempre pronti a trasformare i vostri figli in bestiame da
allevamento con l’uso di complici che deturpano le Istituzioni, insegnanti di
religione, Il Gazzettino e personaggi come Graziottin.
E quando i vostri figli si gettano da
un ponte, guardate voi stessi. ogni volta che vi siete ritirati dalla vita,
dalle competizioni, dagli affanni avete accumulato disperazione sulle spalle di
vostro figlio. Ad ogni accadimento al quale siete stati indifferenti avete
ucciso un pezzo di vostro figlio.
Hanno ragione quei ragazzi, come ha
ragione Isabella: NELLE CONDIZIONI ATROCI DELLE CONDIZIONI IN CUI LI AVETE
COSTRETTI A VIVERE, LORO, SUICIDANDOSI, SI SONO COMPORTATI DA EROI!
Sono gli adulti, Il Gazzettino, le
Istituzioni, i cattolici allevatori di bestiame che sono infami! Incapaci di
affrontare la loro esistenza senza far del male alle persone e alla società
civile vogliono ridurre tutti alla loro dimensione e i ragazzi, come possono,
si ribellano.
Chi avrebbe dovuto fornire loro
strumenti adeguati per affrontare la loro vita non solo è scappato come un topo
di fogna dalle sue responsabilità, ma ha danneggiato, sfruttando il suo potere
sociale, chi avrebbe potuto fornire mezzi e strumenti a quei ragazzi.
Nel Bellunese
ci sono stati 27 suicidi, UN GENOCIDIO!
E le Istituzioni non solo stanno a
guardare, ma aiutano i cattolici a continuare nella loro attività assassina!
Marghera, 21 febbraio 2007
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30175 Marghera - Venezia
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