La teologia della carità
nell'enciclica
Caritas in Veritate
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La teologia della
carità è uno dei punti centrali del cristianesimo e del cattolicesimo nel
nostro caso.
Il termine “carità”
deriva dal latino e significa “affetto”, con la derivazione da carus “caro”.
Il termine viene usato
nella teologia cattolica e premesso ad ogni testo cattolico che abbia delle
implicazioni sociali.
Che cos’è la carità
nel cattolicesimo? E’ una delle tre virtù teologali, quella per cui amiamo Dio
sopra ogni cosa e il prossimo come noi stessi, per amore di Dio.
La carità non ha come
soggetto l’uomo, ma Dio. L’uomo è oggetto di carità nella misura in cui Dio lo beneficia
del suo amore chiedendo al’uomo di rispondere con la fede e la speranza.
Paolo di Tarso, nella
lettera agli Efesini scrive:
“Sicché
cristo per la fede abiti nei vostri cuori: e voi, ben radicati e fondati nell’amore,
possiate comprendere con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza , l’altezza,
e la profondità, e conoscere la carità di cristo che supera ogni conoscenza
affinché siate ripieni della pienezza stessa di dio.” Paolo di Tarso, Efesini
3, 17-19
Nel catechismo della
chiesa cattolica si indica la relazione fra il cattolico e la carità nel suo
rapporto con dio:
“La fede è
un dono che dio fa all’uomo gratuitamente. Noi possiamo perdere questo dono
inestimabile, san Paolo, a questo proposito, mette in guardia Timoteo: “Questa
è la raccomandazione che rivolgo, o Timoteo, figlio mio, in armonia con le
predizioni già fatte a tuo riguardo, affinché, sostenuto da esse, tu combatta
la buona battaglia, conservando la fede e una buona coscienza: per averla
ripudiata , alcuni hanno fatto naufragio nella fede; fra questi vi sono Imeneo
e Alessandro, da me abbandonati a Satana, perché imparino a non bestemmiare
più.” (1 Tim 1, 18-20). Per vivere, crescere e perseverare nella fede sino alla
fine, dobbiamo nutrirla con la parola di dio; dobbiamo chiedere al padrone di
accrescerla; essa deve operare [cita Galati 5 che
dice:] “Di nuovo dichiaro a chiunque si fa circoncidere, che egli è tenuto all’osservanza
di tutta la legge. Voi che cercate la giustificazione nella legge, vi siete
separati da cristo, siete decaduti dalla sua grazia. Noi, invece, per mezzo
dello spirito e in forza della fede, aspettiamo con sicurezza il premio che la
giustizia ci fa sperare. In cristo Gesù, infatti non contano né circoncisione
né incirconcisione, ma soltanto la fede operata per
la carità” (Paolo di Tarso, Lettera ai Galati 5,
3-6), essere sostenuta dalla speranza ed essere radicata nella fede della
chiesa.” Il Catechismo della Chiesa Cattolica ed. Leonardo, 162.
La carità va oltre la legge; sottrae l’individuo
alla legge.
Se dal punto di vista
storico la sottrazione di Paolo di Tarso dalla sottomissione alla legge sembra
che si riferisca alla legge mosaica, in realtà si tratta del concetto teologico
di sottrazione dell’individuo alla legge oggettiva. Alla legge sociale per poterlo
legare, con un rapporto intimo e privilegiato, alla setta legata a Gesù come
figlio unigenito del dio creatore. E’ il concetto teologico secondo cui l’oggettività
della legge sottrae a dio l’arbitrio della sua carità. Come dio non può
sottostare alla legge o a regole sociali, così il cristiano, per mezzo della
carità operata mediante la fede e per conto di dio, si sottrae alla legge. Non
deve più obbedire alla legge, ma a dio. Per il cristiano la giustizia non è
quella determinata dalla legge, e per estensione dalle regole sociali, ma è
determinata dalla soggettività di dio che, mediante la carità, opera soggettivamente
al di là e al di fuori della legge. Per il cristiano, come dice Paolo di Tarso,
la giustizia non consiste nel rispetto delle leggi, ma nel “fare la volontà di
dio” al di fuori e al di là delle leggi. La giustizia, che fa sperare Paolo,
non è il rispetto della legge, ma l’ingiustizia con cui ha violato le leggi in
funzione della “fede operata per la carità”.
Per questo motivo i
santi cattolici, anche se sono degli assassini dal punto di vista della società
civile, come Padre Pio, diventano santi cattolici: hanno assassinato per
rispondere alla carità di dio; all’amore del loro dio affinché i “peccatori”
fossero abbandonati a Satana.
La carità è un
elemento soggettivo, la legge è un elemento soggettivo.
Mi è “caro” ciò che
io prediligo, la legge stabilisce regole oggettive alle quali mi debbo
attenere. Se dio si attiene alle regole oggettive, gli uomini non sono più
oggetto della carità di dio, ma sono uguali a dio sotto la medesima legge.
La legge dice: “Il
bracciante agricolo deve avere, almeno, il salario x per ogni ora lavorata!”. La
legge impone al proprietario terriero di corrispondere al bracciante quella
somma per ogni ora lavorata. Il “di più” non è vietato, il “di meno” è
perseguito a norma di legge. La carità non pone limiti. Il proprietario
terriero può dare al bracciante il salario che desidera perché non sta pagando
un lavoro, ma sta elargendo la sua carità. Il proprietario terriero è dio al
quale non possono essere imposti degli obblighi in quanto egli, proprio per
essere il proprietario terriero, ama i suoi braccianti che devono corrispondere
al suo amore altrimenti, come dice Paolo di Tarso, il proprietario: “da me
abbandonati a Satana, perché imparino a non bestemmiare più.”. Se qualcuno
chiede al padrone, che è vicario di dio, il rispetto della legge, sta
bestemmiando.
Questo concetto
teologico è quel concetto che ha costruito l’intera conflittualità sociale
lungo tutta la storia dall’avvento del cristianesimo.
La teologia della
carità presuppone l’incapacità dell’uomo di affrontare la propria vita. Solo la
carità di dio consente all’uomo di “amare”. E come “amore” la teologia
cristiana intende la veicolazione delle emozioni all’interno
della società. Una veicolazione che per il cristiano
può avvenire soltanto in funzione di dio: rispondendo alla carità di dio:
La carità è
la consumazione dell’unione. Lo scopo finale dell’uomo è l’unione con Cristo:
ora la fede e la speranza ci uniscono Lui, ma la carità perfeziona l’unione. La
carità è « la pienezza della legge» (Rom., XIII, 10), è la legge perfettiva del
Corpo mistico. Se questo è mistero di unione delle anime con Dio in Cristo, se
la carità è la perfezione e il fiore dell’unione, s’intende ch’essa sia la
perfezione del Corpo mistico. Una pagina stupenda della Storia di un’Anima ci
rivela con profonda intuizione la divina realtà d’amore che è la Comunione dei
Santi. «Fu la carità, scrive Teresa Martin, che mi parve la chiave della mia
vocazione. Compresi che la Chiesa aveva un Corpo composto di varie membra ... ;
compresi ch’essa aveva un cuore, e che
questo cuore ardeva d’amore; compresi che solo l’amore faceva agire le sue
membra; e se l’amore fosse venuto ad estinguersi, gli Apostoli non avrebbero
più annunziato il Vangelo, e i Martiri avrebbero rifiutato di versare il loro
sangue. Compresi ancora che .. l’amore racchiudeva in sè
tutte le vocazioni, che l’amore era tutto ed abbracciava tutti i tempi e tutti
i bisogni, perchè esso è eterno. Allora, nell’eccelso
della gioia delirante, esclamai: la mia vocazione è l’amore.>>
Tratto da:
La Teologia della Famiglia di Grazioso Ceriani ed.
Pontificia Facoltà di Teologia di Milano
La carità è, in
questo caso, una forma di trasporto patologico determinata da delirio di
onnipotenza in cui il delirante si identifica con un assoluto, quel corpo
mistico, e si ritiene al di fuori di una legge e di una società elencando i
motivi della sua onnipotenza. Del suo “amore” onnipotente.
Proprio perché è
delirio, diventa mistero per il non delirante l’amore di dio. Proprio perché è
frutto di delirio il non delirante deve, per la chiesa cattolica, vivere il
delirio come mistero dell’amore di dio. Per questo Grazioso Ceriani
si premunisce di elencare i misteri della carità:
3. Descrivo
ora qualche proprietà di questo mistero.
A) La carità dunque è un dono gratuito. L’uomo
decaduto non può amare Dio in modo soprannaturale, è un decaduto cui manca la
forza divina di conoscere e di amare Dio come Dio stesso si conosce e si ama. C’è
di più: l’uomo decaduto non può amare Dio sopra ogni cosa (non può, dunque, a
lungo osservare tutta la legge naturale). Cosi nell’uomo c’è un disordine, un
egoismo: davanti a Dio l’uomo è come un peccatore e un nemico (Rom. V, 8-10).
Per questi
due motivi, per amare Dio in modo soprannaturale e sopra ogni cosa, occorre che
l’uomo sia creato di nuovo, occorre il dono della carità.
Il dono è dato nel Cristo (I Jo., IV, 10;
Rom., V, 8, 2 Cor., v, 14), Novitas
florida mundi.
B) Se la
carità è un dono assolutamente gratuito (dono indicibile: 2 Cor.,
IX, I5), suppone la più profonda passività della volontà umana. Bisogna che Dio
ami per il primo, che doni all’uomo la capacità attiva e il potere efficace di amarLo. All’origine di ogni amore soprannaturale vi è adunque un « pati divina» fondamentale
(r-2, q. 26, a. 3, ad 4.m). Allo stato mistico, si prende coscienza di questo «
patì divina» che l’uomo adulto liberamente accetta. Nella carità vi è una passività
e una libertà ugualmente radicali.
C) Colla
infusione e con l’accettazione del dono nasce la santa società dell’uomo con
Dio. Dio è nell’uomo per il suo amore creatore e redentore: l’uomo è in Dio per
la sua risposta di amore. Questo è il dono increato della carità che è l’inabitazione di Dio nell’anima del giusto di cui è bene
dire qualche cosa un po’ più diffusamente.
Tratto da: La
Teologia della Famiglia di Grazioso Ceriani ed.
Pontificia Facoltà di Teologia di Milano
Nella carità l’uomo è separato dalla
società degli Esseri Umani ed è legato al suo dio che diventa il padrone
delle sue azioni. L’uomo non vive più per sé stesso e in comunione agli altri
uomini, ma vive in comunione con dio alla cui comunione deve costringere gli
altri uomini. La gloria del suo dio padrone risiede sulla quantità di uomini
che lui riesce a costringere alla comunione con il suo dio. Così, per chi
pratica la carità, la società civile, con le sue leggi, con gli obblighi che
impone alla chiesa cattolica, al suo dio e al cristo Gesù, diventa la nemica di
dio. Come nemica di dio deve essere costretta ad accettare la carità in
sostituzione del diritto a cui tutti i soggetti, il dio padrone stesso, devono
sottostare.
Questo è il senso
teologico del concetto di carità in Ratzinger espresso nell’enciclica Caritas
in Veritate.
Quando Ratzinger
scrive:
1. La
carità nella verità, di cui Gesù Cristo s'è fatto testimone con la sua vita
terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza
propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera. L'amore
— « caritas » — è una forza straordinaria, che
spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della
giustizia e della pace. È una forza che ha la sua origine in Dio, Amore eterno
e Verità assoluta. Ciascuno trova il suo bene aderendo al progetto che Dio ha
su di lui, per realizzarlo in pienezza: in tale progetto infatti egli trova la
sua verità ed è aderendo a tale verità che egli diventa libero (cfr Gv 8,22). Difendere la verità, proporla con umiltà e
convinzione e testimoniarla nella vita sono pertanto forme esigenti e
insostituibili di carità. Questa, infatti, « si compiace della verità » (1 Cor 13,6). Tutti gli uomini avvertono l'interiore
impulso ad amare in modo autentico: amore e verità non li abbandonano mai
completamente, perché sono la vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di
ogni uomo. Gesù Cristo purifica e libera dalle nostre povertà umane la ricerca
dell'amore e della verità e ci svela in pienezza l'iniziativa di amore e il
progetto di vita vera che Dio ha preparato per noi. In Cristo, la carità
nella verità diventa il Volto della sua Persona, una vocazione per noi ad
amare i nostri fratelli nella verità del suo progetto. Egli stesso, infatti, è
la Verità (cfr Gv 14,6).
La verità diventa la
patologia da onnipotenza che deve essere imposta mediante la violenza. Una
violenza che può essere sanguinaria o semplicemente “propaganda alla quale
nessuno si può sottrarre con i mezzi televisivi”, ma sempre violenza. Ogni
volta che una “verità” viene spacciata, anziché argomentata, si tratta sempre
di violenza.
Così, per Ratzinger
la “verità” è il progetto di dio di cui egli parla, ma non definisce proprio
perché, definirlo, significa riconoscere la violenza del suo progetto che
attribuisce al suo dio padrone.
Qual è dunque il
progetto che il dio padrone ha sugli uomini? Non un progetto che abbia un fine
a cui l’uomo concorre, ma il fine del dio padrone è il suo trionfo sull’uomo
mediante l’accettazione dell’uomo della sua “caritas”.
Un’accettazione che può essere solo delirante e che prevede la sottrazione dell’uomo
dalla società civile, da un lato, e la distruzione della società civile
affinché si sottometta alla caritas di dio.
Fede, Speranza e
Carità, sono le tre virtù teologali. La virtù, di queste virtù, è quella di
bloccare l’espansione dell’uomo, il suo essere un individuo sociale, per
conchiudere la sua esistenza nel rapporto personale col dio padrone. Avere
fede, non solo della realtà oggettiva del dio padrone, ma nel reale intervento
in favore dell’uomo da parte del dio padrone. Avere la speranza che il dio
padrone intervenga là dove l’individuo, mediante la fede, è spinto alla
disperazione e all’impotenza. Accettare la carità di dio come realtà unica ed
irrinunciabile della propria esistenza; come dipendenza soggettiva dal proprio
delirio.
Ceriani afferma “Se la carità è un dono assolutamente
gratuito”. Questa affermazione la conferma con una citazione di Paolo di Tarso
dalla seconda lettera ai Corinti in cui si dice:
“ Colui che provvede
il seme al seminatore e il pane che lo nutre, provvederà e moltiplicherà pure
la vostra semenza e aumenterà i frutti della vostra giustizia. E divenuti
ricchi in tutte le cose, potrete largheggiare in ogni liberalità, che per voi
farà salire a dio vive azioni di grazie. Poiché il ministero di quest’opera
sacra non solo provvede alle necessità dei santi, ma suscita pure numerosi
ringraziamenti a dio. Per l’apprezzamento di un tale ministero essi glorificheranno
dio per l’obbedienza che voi professate al vangelo di cristo e per la sincera
generosità della vostra comunione con loro e con tutti; mentre nelle loro
preghiere per voi manifestano il vivo affetto che vi portano a motivo della
sovrabbondanza di grazie che dio ha sparso in mezzo a voi. Sia ringraziato dio
per il suo dono ineffabile.” Paolo di Tarso 2 Corinti
9, 10-15
La carità di dio è la
dipendenza dell’uomo da una provvidenza
che viene elargita solo in quanto c’è sottomissione dell’uomo a dio come
attesa della provvidenza. Come chi da il seme al seminatore o il pane che lo
nutre. Dove, l’attesa della provvidenza, si chiama “aver fede”: attesa del
seme, del pane che lo nutre e speranza che il suo dio moltiplicherà la semenza.
Cosa assolutamente
opposta alla legge e, in special modo, alle leggi
Costituzionali che impongono dei doveri che devono essere espletati adesso. Ora!
E che qualora non venissero espletati costituirebbero delitto! Ma il dio
padrone dei cristiani è sottratto alla legge: a lui non viene attribuito il
delitto in quanto, per il cristiano, chi soffre deve aver fede nella speranza
dell’intervento del dio padrone e non accusarlo delle sue sofferenze. Solo se
ha fede l’intervento miracoloso avviene, altrimenti, come dice Ceriani, l’uomo è decaduto e non può amare dio e, dunque,
non può beneficiare della sua carità.
Questo concetto è
ribadito da Ratzinger nell’enciclica Veritas in Caritate quando scrive:
2. La
carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa. Ogni
responsabilità e impegno delineati da tale dottrina sono attinti alla carità
che, secondo l'insegnamento di Gesù, è la sintesi di tutta la Legge (cfr Mt
22,36-40). Essa dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il
prossimo; è il principio non solo delle micro-relazioni:
rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni:
rapporti sociali, economici, politici. Per la Chiesa — ammaestrata dal Vangelo
— la carità è tutto perché, come insegna san Giovanni (cfr 1 Gv 4,8.16) e come ho ricordato nella mia prima Lettera
enciclica, « Dio è carità » (Deus caritas est):
dalla carità di Dio tutto proviene, per essa tutto prende forma, ad essa tutto
tende. La carità è il dono più grande che Dio abbia dato agli uomini, è sua
promessa e nostra speranza.
La citazione di
Matteo è la sottrazione che fa la setta cristiana degli individui alla società
civile:
“Qual è il
maggior comandamento? E Gesù rispose: “Amerai il signore dio tuo con tutto il
tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la tua mente. Questo è il primo e
massimo comandamento”.” Matteo 22, 37-38
L’uomo sottratto alla sua società e
legato al dio padrone. Ma il dio padrone non si accontenta del singolo uomo
così: “se il tuo nemico ha
fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; facendo così ammasserai
carboni accesi sul suo capo”.”
Paolo di Tarso lettera ai Romani 12, 20
Per questo Ratzinger,
cosa rara, estende la citazione di Matteo:
“Il secondo
poi è simile a questo: amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti
dipende tutta la legge e i profeti.” Matteo 22, 39-40
L’amore per il
prossimo è in funzione di dio, non in funzione del prossimo. Non amo il
prossimo in quanto appartend allo stesso contestos ociale, ma amo il
prossimo perché insieme aggrediamo la società.
E Ratzinger conclude
il secondo paragrafo dell’enciclica Caritas in Veritate
con un ricatto di natura emotiva:
“Colui che
non ama non ha conosciuto dio, perché dio è amore! L’amore di dio verso di noi
si è dimostrato in questo: dio ha mandato nel mondo suo figlio, unigenito,
affinché noi avessimo la vita per mezzo di lui. E tale amore consiste in questo:
non siamo noi che abbiamo amato dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato suo
figlio come vittima di propiziazione per i nostri peccati. Carissimi, se dio ci
ha amato tanto, anche noi dobbiamo amarci scambievolmente. Nessuno ha mai
contemplato dio; se ci amiamo l’un l’altro, dio abita in noi e il suo amore in
noi è perfetto. Da questo consociamo che noi siamo in lui e dio, è in noi
perché egli ci ha dato il suo spirito. Or, noi abbiamo contemplato e attestiamo
che il padre ha mandato suo figlio come salvatore del mondo. Chi confesserà che
Gesù e il figlio di dio, dio abita in lui ed egli in dio. Noi abbiamo conosciuto
l’amore che dio ha per noi e vi abbiamo creduto. Dio è amore: e chi sta nell’amore
sta in dio e dio sta in lui.” Prima lettera di Giovanni 4, 8-16
Il ricatto consiste
nell’annullamento della volontà dell’uomo. Nell’annullamento del suo bisogno di
agire nella società. Nell’annullamento del suo bisogno di affrontare i problemi
sociali.
L’uomo, attanagliato
dai sensi di colpa per paura di venir meno ai doveri che l’amore di dio,
mediante la carità, gli impone, è costretto a fermare la sua volontà. E’
costretto a fermare il suo agire nell’attesa dell’intervento di dio, della
speranza. L’uomo che vive la carità è l’uomo che si compiace dei doni di dio,
non l’uomo che suda la fatica nel quotidiano o risolve i problemi sociali. L’uomo
che subisce la carità non progetta il proprio futuro perché, secondo lui, non c’è
futuro fuori dall’attesa, la fede, nella speranza dell’intervento di carità del
suo dio.
Il ricatto blocca l’uomo
e il suo divenire nei sensi di colpa per le azioni fatte che lo allontanano dal
dio padrone o dalle azioni che potrebbe fare che potrebbero allontanarlo dal
beneficiare della carità del dio padrone:
“I sensi
di colpa sono considerati, insieme all’angoscia come espressione ontologica
della condizione umana, la colpa, connessa al sentimento di separazione da un’unità
originaria [il dio padrone e il suo amore di possesso], si attiva, a parere di Jaspers ogni volta che l’individuo abbandona una certa
forma di sicurezza con il dubbio di non poterla più ritrovare.”
“Le
espressioni di colpa depressive si possono distinguere in colpa morale (quando
ci sia la coscienza di aver violato norme fondamentali su istanze comuni al
contesto sociale e culturale in cui si vive), in colpa religiosa (quando si
abbia la coscienza di non aver rispettato norme legate ai contesti di fede in
cui si crede), e in colpa esistenziale (quando il vivere è sentito come fonte
di colpa insostenibile). E. Borgna”.
“La
dinamica del senso di colpa è differente nelle varie forme nevrotiche: mentre
nella nevrosi ossessiva, ad esempio, l’Io tenta di difendersi dalle condanne
del Super-Io che avverte come ingiustificate perché rivolte agli impulsi
aggressivi rimossi di cui egli non è consapevole, nella depressione l’Io si sottomette
alla colpa perché l’oggetto a cui si rivolgono le accuse del Super-io è entrato
a far parte, in seguito ad una identificazione, dell’Io. Ciò spiega perché il
malinconico può giungere al suicidio, mentre il nevrotico ossessivo non adotta
mai questa soluzione. Essendo direttamente connesso al Super-io, il senso di
colpa acquista rilievo solo dopo la formazione di questa istanza, cioè verso il
quinto, sesto anno di vita, ed essendo il Super-io costituito dalle immagini
parentali interiorizzate [come il dio padre padrone dei cristiani], si ritiene
che la sua rigidità, e conseguentemente l’entità del senso di colpa, sia strettamente legato all’educazione
che, quanto più è autoritaria, tanto più determina un Super-io punitivo ed
eccessivi sensi di colpa. Freud”.
“Significativa
è infine la distinzione tra senso di colpa persecutorio e senso di colpa
depressivo introdotta da Roger Money-Kyrle. Il primo
è collegato alla paura della punizione, il secondo al dispiacere per il danno
recato; ne consegue nel primo caso la tendenza alla propiziazione dell’immagine
persecutoria [riprendere l’amore di dio padre padrone], nel secondo caso la
tendenza alla riparazione.”
Tratto
dal Dizionario di Psicologia di Umberto Galimberti
ed. Garzanti
Il meccanismo della
carità, come dipendenza dall’amore (sia pur millantato) del dio padrone di
Ratzinger, attiva questo meccanismo che la Teologia della carità riveste di
affermazioni che vengono fatte passare per teologiche e che si chiudono nel “mistero
dell’amore di dio”. Il ricatto psicologico è una costante gestita a livello di
massa dalla chiesa cattolica. Il senso di colpa, come dice Borgna:
“fa scomparire dall’orizzonte temporale dell’uomo la dimensione del futuro che,
sola, permette di sorpassare gli eventi del passato aprendo un diverso e nuovo
futuro.” Non vale solo per i sensi di colpa, ma per come l’educazione cristiana
ha costretto l’uomo nella carità del padrone avendo fede nell’attesa della
speranza dell’intervento del dio padrone. Una condizione di sospensione emotiva
che i sensi di colpa garantiscono. Ed è
quell’abbandono a Satana affermato da Paolo di Tarso.
Depressioni (al di là
del grado), nevrosi ossessive, malinconie e altre patologie, che fissano i sensi
di colpa, sono presenti nella maggioranza dei cittadini italiani. Con la
maggioranza dei cittadini malati sotto controllo, si controlla l’intera società
civile obbligando le Istituzioni a violare la legge in funzione di una risposta
sociale alla carità del dio padrone. L’amore per il dio padrone distrugge le
Istituzioni sociali.
La carità eccede la
giustizia. La eccede nel senso che la nega in quanto la carità è sottomissione
del soggetto al padrone che dispensa la carità. La giustizia, come noi la
conosciamo “uguaglianza sotto la stessa legge” viene negata dalla carità del
padrone. Una carità che il padrone esercita in modo arbitrario. Una
sottomissione che impedisce al soggetto di pretendere l’obbedienza e la
sottomissione alle leggi da parte del dispensatore di carità.
La teologia della
carità si riduce tutta ad un delirio legato all’amore del padrone. Il dio
padrone, all’interno del discorso teologico; alla gerarchia, al padrone
sociale, quando il discorso dall’ambito della teologia viene trasferito in
ambito sociale.
Il delirio che si
legge nella lettera di Giovanni è un delirio che si trova nella società civile
e nel mondo del lavoro. Il padrone fa la carità ai propri lavoratori. Questi
devono amare il loro padrone e non chiedere al loro padrone di rispettare le
regole, le norme e le leggi.
Questo modo di
pensare i rapporti sociali è il difetto di ogni democrazia ancora ferma allo
stadio infantile, come quella italiana. Le leggi vengono pensate per garantire
benessere e sicurezza al padrone e non vengono
pensate per garantire la sicurezza ai cittadini. Così i reati che
commette o può commettere Berlusconi sono trattati in maniera lieve, con
benevolenza, anche quando danneggiano grandemente la società civile; al
contrario, i reati che può compiere il barbone, per quanto lieve sia il danno,
vengono puniti con pene enormi. Questo perché, una democrazia immatura, ha
paura di punire dio per i suoi delitti, mentre punisce azioni lievi quando c’è
una “ribellione all’autorità identificata dal dio padrone”.
Questo, però, sarà
oggetto di un diverso trattato in quanto la necessità di svuotamento della
Costituzione della Repubblica e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
è, per Ratzinger e la chiesa cattolica, è un’esigenza fondamentale per
ripristinare il potere del dio padrone sugli Esseri Umani.
Degli intenti dell’enciclica Caritas in Veritate ne ho già parlato in un altro scritto.
Il prossimo scritto
tratterà il passaggio dalla visione teologica alla visione sociale.
Marghera, 14 luglio 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 Marghera Venezia
tel. 041933185
e-mail: claudiosimeoni@libero.it
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