Chi parla della religione di Roma Antica

Gli Dèi nella Religione Romana
Il Sentiero d'oro

di Claudio Simeoni

 

Indice Religione Romana

 

Marco Tullio Cicerone (106 a.c. 43 a.c.)

Publio Virgilio Marone (70 a.c. 19 a.c.)

Publio Ovidio Nasone (43 a.c. 17 d.c.)

Tito Livio (59 a.c. 17 d.c.)

Lucio Anneo Seneca (4 a.c.-65 d.c.)

Agostino d'ippona (354 d.c. 430 d.c.)

 

Sono scrittori molto tardi. La Repubblica Romana è al tramonto. I Greci hanno importato a Roma lo stoicismo e il neoplatonismo. L'idea del dio unico, e con esso l'idea dell'imperatore, si sta facendo strada nella società di Roma. Il Circolo degli Scipioni sta lavorando per costruire un'ideologia di dominio che funzioni come collante per fissare il loro potere su Roma.

L'interesse per lo stoicismo a Roma si fa risalire a Panezio di Rodi (185 a.c. 109) e a Polibio (206 a.c. 124 a.c.) e personaggi come Scipione Emiliano (185 129 a.c.), Gaio Lelio (235 160 a.c.), Gaio Lucilio (148/180 102 a.c.), ecc. formarono un circolo culturale filo stoico chiamato "ellenico".

A questo circolo si oppose Marco Porcio Catone detto il Censore (234 149 a.c.) che difendeva i valori del Mos Maiorum che fino ad allora aveva regolato le leggi su cui si fondava Roma.

Rappresentano il prologo ideologico all'avvento dell'uomo dio, in sostituzione al Mos Maiorum, nella forma del Logos. Una filosofia greca che volgeva al tramonto per il fallimento delle sue tesi veniva usata per aggredire Roma e il Mos Maiorum che fino ad allora aveva reso potente Roma.

La religione romana e la sua filosofia è parte indistinguibile della vita degli uomini e delle relazioni che costoro costruiscono nel mondo in cui vivono, la filosofia greca è una filosofia che giustifica il dominio dell'uomo sull'uomo e il possesso dell'uomo inteso come oggetto d'uso in funzione di un Logos e di un demiurgo che si elevano a padroni dell'uomo.

Un esempio è la differenza fra la morale filosofica, patrimonio dei filosofi (vedi la morale Nicomachea, o l'oscuro della morale scettica, o la lettera sulla felicità di Epicuro, ecc.) dei greci, e il patrimonio delle Virtus della religione romana. Le virtù romane rappresentano la sintesi della morale romana costruite attraverso lunghi dibattiti ed esperienze esistenziali che individuano esattamente l'animo dell'uomo nel mondo.

L'applicazione del Mos Maiorum da parte degli Auguri equivale alla stessa azione che oggi esercita la Corte Costituzionale nei confronti delle leggi dello Stato.

Ora è tardi. L'idea dell'uomo dio o dell'uomo investito da una missione divina per essere al comando, sta diventando una realtà. E questa idea piace a Cicerone, a Virgilio, a Seneca, a Tito Livio e ad Agostino d'Ippona.

Per costoro le virtù romane altro non sono che divinizzazioni di astrazioni, gli Dèi un'invenzione superstiziosa e la Religione Romana idea priva di contenuti. Non può essere diversamente, quando il dotto guarda dall'alto in basso il sudore del servo che gli prepara il cibo sopperendo alle sue incapacità.

Che ne sa il dotto del potere e della personalità del Forno? Non ha impastato, non si è scottato le mani, non si è organizzato per portare a termine un risultato, non si è modificato nell'azione. Il dotto pensa l'azione, ma il suo corpo è separato dall'azione.

Può solo prendere in giro il servo mentre con venerazione infila la farina mescolata nel forno rivolgendosi a questo con rispetto. Il dotto si trastulla nella sua immaginazione, non si sporca le mani con l'esistente. Il dotto ignora le relazione esistenti fra l'Essere Umano e il mondo circostante, pertanto ignora sia il presente che il divenire. Per lui tutto è statico, fotografato nelle elucubrazioni del proprio pensato.

Cosa attraeva i dotti della morente religione greca?

Gli scritti del pensiero greco sui quali potevano disquisire senza il problema di mettere in discussione sé stessi.

Cicerone di problemi ne avrebbe avuti molti se avesse dovuto affrontare un Pale inferocito, il principio femminile della vita, Venere, Silvano, Giove o Nettuno.

Avrebbe avuto molti problemi nell'affrontare la Coscienza di Tellus o quella di Nettuno o quella di Silvano. Il suo pensiero era tanto strutturato per impegnare tutto sé stesso nel suo delirio di onnipotenza. Il pensiero farneticante, padrone della ragione e dell'individuo soggiogato alla ragione.

Cicerone non poteva assolutamente alterare la percezione per relazionarsi con le Coscienze del circostante né, d'altro canto, manipolava la materia fondendo la propria energia emotiva con le emozioni del mondo che lo circondava.

Cicerone voleva dominare gli uomini e l'unico pensiero che si formava nella sua mente erano le giustificazioni del dominatore. Un dominatore che non ha esitato a macellare il partito popolare di Catilina e per questo esiliato in Grecia.

L'unica cosa che gli rimaneva era l'articolazione del pensiero della ragione, una formidabile articolazione condita di vuota retorica perché non cercava il vero ma la prevaricazione.

Il pensato, che pensava se stesso, come tutto il pensato possibile da pensare. La ragione come assoluta saturazione dell'Essere Umano senza che questi abbia la possibilità di forzarne i suoi limiti per ampliare la propria conoscenza e la propria consapevolezza.

Innanzi tutto è da osservare come questi si personaggi appartengano tutti all'ultimo secolo del periodo repubblicano, salvo Agostino che è del quarto secolo d.c., e tutti nati dopo il periodo Sillano. Tutti appartengono al Comando Sociale e fanno tutti a gara per garantirne il potere e la sopravvivenza. Nessuno di questi sei personaggi è slegato al Potere di Avere del suo tempo. Nessuno di questi personaggi ha Libertà di pensiero se non nell'ossequio e nell'osservanza dei dettami del Comando Sociale.

Marco Tullio Cicerone - in attesa che finisse la dittatura di Silla completò i suoi studi filosofici e retorici in Grecia. Difese i nobili siciliani dalle spogliazioni del pretore Verre. Era divenuto un edile, una funzione che aveva perso il suo valore primario. In origine gli Edili erano i veggenti al servizio della Crescita, Cerere, poi ebbero funzioni diverse. Nel tempio di Cerere si custodivano gli archivi della plebe. Divennero magistrati plebei per poi diventare coadiuvatori dei tribuni. Cicerone non era né l'uno né l'altro, si serviva della carica per carriera politica. Nemico dichiarato delle classi sociali più deboli fu acerrimo nemico di Catilina e il suo odio era tanto forte che dopo aver aizzato il Senato contro i democratici di Catilina li fece assassinare senza processo (era terrorizzato che si scoprisse da che parte, in realtà, veniva il complotto). Si sottrasse alla punizione con un volontario esilio da cui fu richiamato non appena il Senato fu rimesso sotto controllo dai suoi alleati. Egli impose la filosofia greca ai romani e, dalla sua filosofia, i cristiani attinsero a piene mani. Tutta la sua attività politica fu prologo alla nascita del regime imperiale, non solo appoggiò Pompeo, ma soprattutto appoggiò Ottavio Augusto dopo la morte di Cesare. Cicerone, era il Comando Sociale.

Publio Ovidio Nasone - era un farfallone di corte. Le sue opere erano adulazioni amatorie e, il suo poetare, era brillante e adatto per entrare nelle grazie dell'imperatore. Da questi fu esiliato a Tomi per ragioni che non furono mai spiegate. Dal suo esilio scrisse varie cose e fra le altre una supplica all'imperatore per rientrare a Roma. I suoi scritti religiosi consistono essenzialmente nei 15 Metamorphosen derivando l'idea dai poeti alessandrini e dalla mitologia greca. Non era Comando Sociale, ma servo sciocco del Comando sociale, e la sua lirica era volta ad ingraziarsi i favori del Comando Sociale.

Publio Virgilio Marone - Apparentemente è un poeta puro, in realtà dopo la battaglia di Filippi nel 42 a. c. il podere paterno gli fu confiscato per la distribuzione delle terre ai veterani; grazie all'interessamento di Ottaviano (poi imp. Augusto) fu indennizzato con un podere presso Nola (Napoli) e da allora ebbe inizio la sua riconoscenza, e la sua devozione, verso il futuro imperatore. Virgilio era dunque un servo del Comando Sociale. I suoi studi sulla mitologia greca servirono per dare un alone di divinità all'Essere Umano che voleva essere adorato come dio.

Tito Livio - E' staccato dalla gestione del Comando Sociale, ma ne è parte integrante. Anche se ha parteggiato per Pompeo nella guerra civile, Augusto lo utilizza come consigliere. Il suo ideale è l'esaltazione della grandezza di Roma. Ma non è la Roma in Sé, è la Roma conquistatrice, la Roma che fonda l'impero con l'aiuto della provvidenza divina. La sua storia di Roma (ci sono rimasti solo gli scritti scolastici) è una specie di prologo all'avvento dell'imperatore e sarà utilizzata dai cristiani come modello per scrivere la loro versione della storia (Orosio, Storia contro i Pagani) quale prologo all'avvento di Roma come capitale del mondo cristiano. Livio serve il Comando Sociale non per denaro come Virgilio, non per sete di Comando Sociale come Cicerone, ma per adesione ideale a quella grandezza. Egli è il cantore delle prodezze del Comando Sociale.

Lucio Anneo Seneca - Egli è il Comando Sociale sia come istruttore di Nerone che come senatore. Dal punto di vista filosofico è allievo dello stoicismo greco, discepolo di Attalo e Sozione. Prese parte agli intrighi di corte e, subendo le accuse di Messalina, fu inviato in esilio in Corsica. Fu istruttore di Nerone che sospettando la sua complicità con la congiura di Pisone lo costrinse al suicidio. Seneca aveva già elaborato i principi che arrivarono ad ispirare l'arrivo del cristianesimo. Dal punto di vista filosofico era contrario alla schiavitù, ma come istruttore di Nerone non fece nulla per la sua abolizione (anche se non era di fatto possibile). Egli insegnò a Nerone come diventare imperatore. Il suo pensiero è tanto vicino ai cristiani che i cristiani inventarono un falso carteggi epistolare fra Seneca e Paolo di Tarso che per secoli fu creduto autentico.

Agostino d'Ippona Agostino d'Ippona ci parla degli Dèi di Roma Antica. E' un uomo talmente violento e accecato dal potere che per affermarlo diffama gli Dèi di Roma. Questa diffamazione, fatta nella "De civitate Dei contra Paganos" ci ha permesso di ricordare molte figure di Dèi e molti meccanismi della Religione di Roma che altrimenti sarebbero andati perduti. Si tratta delle divinità della quotidianità che sono state spesso ignorate dai poeti di Roma più inclini a sposare le immagini egli Dèi della Grecia come rappresentate dai filosofi.

In tutti questi personaggi non troviamo nessuno che abbia parlato della religione di Roma perché per lui la religione di Roma era importante. Tutti obbedivano ad interessi propri del Comando Sociale. Si attribuivano agli Dèi i bisogni, la volontà e i desideri del Comando Sociale. Gli uomini sparivano da quell'orizzonte. Non c'era più Numa, non c'era più Romolo, non c'era più Pretestato, non c'era più Catone.

La religione di Roma nasce dall'azione degli Esseri Umani. La religione di Roma nasce dal patto. Il patto che gli uomini nel loro vivere quotidiano stipulano con gli Dèi. Dèi e uomini stipulano i contratti come due parti in causa e ogni parte è tenuta a rispettare i propri impegni. Dalla religione di Roma nasce il diritto della società civile che non è il diritto del dio cristiano di imporre le sue regole, ma è il diritto degli uomini a veder rispettati e riconosciuti i loro diritti di cittadini. Diverso è l'arrivo a Roma della filosofia greca che ha allontanato le divinità dagli uomini fino ad inventarsi il dio creatore davanti al quale gli uomini dovevano essere umili e sottomessi. Con i cristiani cessano i patti fra gli uomini e gli Dèi e si pretende che gli uomini obbediscano a Dio e a chi si fa suo portavoce.

I veggenti che formarono tale religione erano veggenti Etruschi, Oschi, Sabini, Sanniti ecc., ma non erano figure separate dalla popolazione; erano la popolazione. Dunque, non necessitava un padrone delle immagini, è vero che il Comando Sociale se ne appropriava, ma non ne distorceva l'immagine fino a quando non venne in contatto con la filosofia greca che impose la propria interpretazione delle immagini religiose. Anche se molti Dèi di Roma e Grecia si assomigliano come attributi, non sono la stessa cosa. A Roma non esistevano miti sugli Dèi. A Roma, la storia di Roma di Tito Livio era il Mito che si faceva storia per trasmettere i principi del Mos Maiorum. Poi arrivarono i filosofi greci e uccisero la Religione di Roma preparando la nazione all'arrivo del cristianesimo.

 

Testo 1993

Revisionato nella forma attuale: Marghera gennaio 2019

 

Pagina tradotta in lingua Portoghese

Tradução para o português Os homens que falaram da Religião da Antiga Roma

 

 

 

Il sentiero d'oro: gli Dèi romani

La vita, rappresentata da Giunone in Piazza delle Erbe a Verona

 

Il suicidio della vita rappresentata da Giulietta a Verona

 

La Religione Pagana esalta la vita trionfando nella morte.

Il cristianesimo esalta la morte, il dolore, la crocifissione e il suicidio

 

Per questo i cristiani disperati hanno un padrone che promette loro la resurrezione nella carne.

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Claudio Simeoni

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Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

Membro fondatore
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I Romani erano costruttori di Ponti

Ponti che univano gli Dèi agli uomini e gli uomini agli Dèi

 

La Religione di Roma Antica

La religione di Roma Antica era caratterizzata da due elementi fondamentali. Primo: era una religione fatta dall'uomo che abita il mondo fatto da Dèi con cui intratteneva relazioni reciproche per un interesse comune. Secondo: la Religione di Roma Antica era una religione della trasformazione, del tempo, dell'azione, del contratto fra soggetti che agiscono. Queste sono condizioni che la filosofia stoica e platonica non hanno mai compreso e la loro azione ha appiattito, fino ad oggi, l'interpretazione dell'Antica Religione di Roma ai modelli statici del platonismo e neoplatonismo prima e del cristianesimo, poi. Riprendere la tradizione religiosa dell'Antica Roma, di Numa, significa uscire dai modelli cristiani, neoplatonici e stoici per riprendere l'idea del tempo e della trasformazione in un mondo che si trasforma.