La metafisica fra il giudizio di necessità
e la verità in Aristotele
Ottava parte

di Claudio Simeoni

Metafisica

La Metafisica in Aristotele
Ottava parte:
Metafisica il giudizio di necessità e la verità in Aristotele

Che cos'è la filosofia? Che cos'è la verità?

Secondo Aristotele la filosofia è lo studio della verità che, partendo dai suoi predecessori che accusa di essere confusi, a differenza di "noi" dice Aristotele, che della verità possediamo una visione d'insieme.

Scrive Aristotele nella Metafisica:

Si può dire che lo studio della verità è facile sotto un certo profilo, difficile sotto un altro. Ne è prova il fatto che nessuno può condurlo a termine adeguatamente e, nello stesso tempo, nessuno è completamente estraneo ad esso, ma ciascuno ha da dire qualcosa circa la «natura» e, anche se i filosofi, singolarmente presi, non hanno dato alcun contributo o hanno contribuito solo in piccola parte alla conoscenza di essa, tutti quanti, messi insieme, hanno conseguito risultati di una certa importanza; sicché, se noi intendiamo paragonare la verità a quella porta proverbiale che nessuno potrebbe sbagliare, essa può risultare facilmente raggiungibile; ma il fatto che noi, pur possedendone una visione d'insieme, non siamo in grado di conoscerla nelle sue parti, sta ad indicare con evidenza quanto essa sia ardua.

Da: Aristotele, Metafisica, editore Hachette, 2016, pag. 53

Lo studio della verità, secondo Aristotele, è facile. In effetti, quest'idea secondo cui la verità è facile, ce la raccontano anche i vangeli dei cristiani.

Gli disse Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?". Gli disse Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto".

Vangelo di Giovanni 14, 5-7

Allora Pilato gli disse: "Dunque tu sei re?". Rispose Gesù: "Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce". Gli dice Pilato: "Che cos'è la verità?". E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: "Io non trovo in lui colpa alcuna.

Vangelo di Giovanni 18, 37-38

Salvo che alla domanda di Pilato, Giovanni non è in grado di formulare una risposta avendo sostenuto, poco sopra che la verità è la persona di Gesù e non quanto Gesù, secondo Giovanni, andava farneticando.

La verità, per i vangeli, è la stessa verità di Aristotele: "ma il fatto che noi, pur possedendone una visione d'insieme, non siamo in grado di conoscerla nelle sue parti ..."

Secondo Aristotele: Aristotele è la verità perché abbiamo una visione d'insieme della verità, ma non è in grado di conoscerla nelle sue parti."

E' lo stesso discorso dei vangeli. Aristotele non cerca la visione della verità perché ha già la visione della verità. Cerca di conoscere la verità nelle sue parti. Lo stesso per il Gesù di Giovanni che afferma di essere la verità (di avere una visione d'insieme della verità), dà testimonianza della verità, ma non la sa definire perché Giovanni è incapace di avere il concetto di verità.

Affermare una verità senza sostanziarla è arte della truffa dell'inganno, del raggiro, dell'imbroglio.

In tutti i vangeli noi assistiamo ad un Gesù che va farneticando: "In verità, in verità vi dico..." e via con le farneticazioni.

Il vero problema che Aristotele non è in grado di affrontare è che la verità non esiste come oggetto da indagare e, pertanto, può essere affermata come idea astratta, ma non definita come oggetto.

Diverso è il discorso della ricerca del vero.

Le persone, data una realtà percepita e in qualche modo definita, possono modificare la percezione di quella realtà e definirla in maniera diversa o nuova. Come la vecchia, anche la nuova definizione la chiama verità. Una diversa realtà attraverso scoperte, esperienze e azione, per definire il nuovo percepito, negando la verità del precedente percepito, come una nuova e diversa verità.

Afferma Aristotele:

Ma, quantunque la difficoltà si determini in due maniere, forse nel caso presente bisogna individuarne la causa non già nella realtà oggettiva, bensì in noi: come, infatti, gli occhi dei pipistrelli si comportano di fronte alla luce del giorno, così anche la parte intellettiva della nostra anima si comporta di fronte alle cose che, per natura, sono della massima evidenza. Ecco perché è giusto serbar gratitudine non solo verso quelli le cui dottrine si potrebbero condividere, bensì anche verso quelli che si sono espressi in maniera alquanto rudimentale; anche costoro, infatti, hanno pur contribuito a qualcosa, giacché hanno messo in esercizio le nostre facoltà mentali: se, infatti, Timoteo non fosse esistito, noi non possederemmo tante melodie; ma, se non ci fosse stato Frinide, non ci sarebbe stato neppure Timoteo5. La stessa cosa si riscontra anche in quelli che hanno espresso le loro dottrine intorno alla verità: da alcuni di loro, infatti, noi abbiamo ereditato alcune dottrine, ma precedentemente ne sono esistiti altri che hanno contribuito a farle nascere in loro.
E esatto, altresì, chiamare la filosofia scienza della verità. Infatti lo scopo ultimo dell'attività teoretica è la verità, come l'azione è lo scopo dell'attività pratica, giacché gli uomini d'azione, anche quando osservano il modo in cui stanno le cose, non si mettono a contemplare la causa in se stessa, ma ne scorgono solo la relazione con uno scopo e con una circostanza determinata.

Da: Aristotele, Metafisica, editore Hachette, 2016, pag. 53-54

O la verità è oggettiva, o la verità "in noi" è soggettiva e non ha nulla a che vedere con la verità oggettiva perché è quanto noi "crediamo" sia la verità senza aver analizzato la realtà nella sua ricerca. Ci siamo limitati ad immaginare la verità che noi desideriamo e la proiettiamo sulla realtà.

L'esempio che fa Aristotele, a proposito dei pipistrelli, è semplicemente ridicolo. Non solo per ciò che noi sappiamo oggi, ma anche per allora. Sapevano benissimo che il pipistrello è un cacciatore notturno e il suo modo di essere è adatto al suo essere un cacciatore notturno. Affermare che il pipistrello chiude i suoi occhi all'evidenza, significa mettere al centro del mondo gli occhi di Aristotele come se questi occhi potessero vedere cose evidenti che sfuggono agli uomini.

L'esempio serve ad Aristotele per legittimare l'esistenza dell'oggetto che immagina: l'anima.

Un'anima aristotelica che si chiude davanti alle cose evidenti e, per questo, ringrazia alcune persone che hanno forgiato il divenuto intellettuale in cui Aristotele abita e quelle persone che hanno forgiato le loro dottrine "attorno alla verità".

Affermare che lo scopo della filosofia è "Infatti lo scopo ultimo dell'attività teoretica è la verità ..." significa presupporre l'esistenza di una verità che abita solo nell'immaginazione di Aristotele. Se una persona immaginasse l'esistenza di una "verità" della o nella realtà, potrebbe dire di intraprendere il cammino per giungerci e, ad ogni scoperta, potrebbe dire di aver trovato "una verità". Ma se la verità è un oggetto in sé che l'individuo possiede e della quale è alla ricerca dei singoli aspetti, l'individuo si pone al di fuori della realtà e della sua ricerca nella realtà perché è alla ricerca di aspetti della realtà che confermino la verità di cui ritiene essere in possesso.

Diverso è affermare che la ricerca filosofica (e scientifica) è svelare la realtà. Ma svelare la realtà non è ricerca della verità è ricerca del reale ripulito dall'immaginazione preconcetta attraverso un inizio di svelamento e di riconoscimento da parte del filosofo. Un'attività che ha visto Democrito impegnato, ma non Platone o Aristotele.

Scrive Aristotele:

Ma noi non conosciamo la verità senza conoscere la causa; e la cosa che, fra tutte le altre, possiede in modo eminente la proprietà di essere causa è proprio quella mediante la quale la determinazione comune diviene proprietà anche delle altre cose (così, ad esempio, il fuoco è caldo in modo eminente, giacché esso è la causa del calore per le altre cose); epperò è maggiormente vero ciò che è causa della verità anche per le cose che da esso derivano. Ecco perché i principi degli enti eterni non possono non essere [sempre] sommamente veri (giacché essi non sono veri soltanto qualche volta, né la loro esistenza è causata da alcunché, ma sono essi che causano l'esistenza a tutte le altre cose), e quindi ciascuna cosa possiede tanto di verità quanto possiede di essere.

Da: Aristotele, Metafisica, editore Hachette, 2016, pag. 54

Aristotele parla della conoscenza della verità che necessita la conoscenza della causa della verità. La verità, per Aristotele, è causata. La verità non si presenta come oggetto alla coscienza che la coscienza soggettiva riconosce, ma è necessario conoscere la causa che ha generato la verità.

Il fuoco è causa del calore, dice Aristotele e, partendo da questa condizione che percepisce, arriva ad affermare l'esistenza di enti eterni che "non possono non essere sommamente veri e "quindi ciascuna cosa possiede tanto di verità quanto possiede di essere".

Condividere il fatto che il fuoco produca calore, non significa condividere il concetto di "enti eterni", la cui esistenza è incausata e in grado di causare l'esistenza di altre cose.

Aristotele dimostra che il fuoco produce calore, ma non dimostra, allo stesso modo, gli "enti eterni".

Se Aristotele avesse usato un esempio in relazione agli "enti eterni" che immagina, probabilmente il suo esempio avrebbe potuto richiamare l'idea degli "enti eterni", ma dal momento che usa un esempio sul piano fisico, o gli "enti eterni" si dimostrano sullo stesso piano fisico o gli "enti eterni" vanno relegati sul piano dell'immaginazione.

La filosofia è ricerca del vero, lo ha dimostrato Democrito in contrapposizione alla filosofia come farneticazione di una "realtà altra" che da Parmenide a Platone ha ingannato gli uomini alimentando l'immaginazione.

Democrito non scopre tutte le verità del mondo in cui indaga. Democrito è costretto a ricorrere al "giudizio di necessità". Quel giudizio che sembra necessario per non bloccare la ricerca della realtà del mondo che si svela, agli occhi del ricercatore, un po' alla volta.

Il giudizio di necessità può essere "sbagliato" in relazione alle cose, alla loro natura, alla loro collocazione nell'universo, al loro divenuto e alle conseguenze della loro presenza. Però, il giudizio di necessità non proclama una verità, proclama l'ipotesi che faccio sulla realtà a cui assisto. Posso dare una spiegazione sbagliata, ma non proclamo una diversa realtà che possa significare la realtà cui assisto.

Il mondo in cui vivo è. Questa è una constatazione. Affermare che "Il mondo è creato da Dio" è il prodotto di una farneticazione. La verità del mondo non ha Dio come causa. Ha sé stesso come causa e io interpreto il mondo per come il mondo ricade sotto i miei sensi. Qualunque causa esterna al mondo io attribuisca al mondo, è parte di un delirio farneticante.

I filosofi "della natura" cercavano le "cause" del mondo nel mondo stesso. Le loro riflessioni potevano essere considerate manchevoli, ma il loro era un giudizio di necessità che permetteva loro di continuare ad indagare. Il giudizio di necessità poteva essere modificato ogni volta che la loro coscienza fagocitava qualche cosa di nuovo che emergeva nel mondo.

Quando la farneticazione porta ad imporre una causa esterna al mondo, questa si eleva a "verità" che impedisce all'uomo di indagare il mondo in quanto deve accettare quella "verità". La "verità" è il cessare di ogni ricerca. In effetti, il blocco della ricerca esistenziale che c'è stato dalla fine di Roma al Rinascimento Italiano, è dovuto all'imposizione di una verità, la creazione di Dio, che impediva agli uomini di generare giudizi di necessità dopo giudizi di necessità.

Un oggetto o una situazione appaiono "veri" alla mia coscienza e anche i giudizi della mia coscienza appaiono congruenti e "veri", ma si tratta di condizioni soggettive, non dell'oggettività in sé, solo di ciò che appare alla mia coscienza. Il mio abitare il mondo costruisce la verità del mio abitare il mondo. Si tratta sempre di una "verità" soggettiva con cui io descrivo la relazione fra me e il mondo per come io la vivo e la percepisco.

Se a questo aggiungiamo "verità ontologiche", immaginarie, possono essere considerate "reali" per il soggetto che le immagina, ma non sono verità, sono inganni prodotti da menti farneticanti. Io posso leggere la favola di Cappuccetto Rosso o di Dio che crea il mondo, ma fintanto che li spaccio come un prodotto della fantasia li confino nella letteratura, quando pretendo che siano aspetti della "realtà ontologica" allora entro nel delirio proprio della malattia psichiatrica.

01 febbraio 2025

 

 

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Ultima modifica ottobre 2025

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